Il Tribunale di Palermo conferma: l'assegno divorzile non va quantificato sulla base del tenore di vita

26/06/2017 13:36

Avv. Marta Rovacchi , Partner Rovacchi Intagliata Studio legale Associato

Un ulteriore effetto applicativo della nota sentenza della Corte di Suprema di Cassazione del 10.5.2017 con la quale gli ermellini hanno sancito la irrilevanza del tenore di vita avuto in costanza di matrimonio quale parametro di riferimento per la attribuzione di un assegno divorzile in capo al coniuge richiedente, arriva dal Tribunale di Palermo in una vicenda relativa alla istanza con la quale, in sede di divorzio, la moglie chiedeva il riconoscimento di un assegno divorzile a suo favore e non inferiore a 15.000,00 euro.

L'esame del Tribunale, dunque, deve prima avere ad oggetto al verifica della sussistenza del diritto a percepire una somma a titolo di assegno divorzile e, solo successivamente, procedere alla sua quantificazione.

In sostanza, il giudice palermitano ha proceduto alla interpretazione dell'art. 5 comma 6 della legge 898/1970 (che prevede l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente all'altro una somma di denaro quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o non può procurarseli per ragioni oggettive) sulla scorta delle ultime tendenze giurisprudenziali che hanno modificato il concetto di "inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente".

In passato, infatti, secondo una interpretazione fornita dalla Corte di Cassazione fin dal 1990, un coniuge si riteneva mancante dei mezzi adeguati quando non fosse in grado di mantenere un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, a prescindere dal suo stato di bisogno e dalla sua autosufficienza economica.

Tale orientamento ha subito un profondo cambiamento da quando, con la sentenza del 10.5.2017 n. 11504, la Suprema Corte ha espunto dalla valutazione della sussistenza o meno del diritto alla percezione dell'assegno, il criterio del tenore di vita: tale decisione deriva dalla interpretazione della natura prettamente assistenziale dell'assegno divorzile e della conseguenza stessa del divorzio, a seguito del quale i due ex coniugi divengono "persone singole".

Se, pertanto, si mantenesse il tenore di vita quale parametro di riferimento, si finirebbe per ripristinare illegittimamente quel legale che l'istituto vuole, invece, recidere.

Ciò su cui, dunque, il Giudice si deve concentrare è la sussistenza o meno della indipendenza economica del coniuge richiedente avendo riguardo all'eventuale possesso di redditi di qualsiasi specie, di cespiti mobiliari e immobiliari, della disponibilità di una abitazione e della capacità lavorativa.

Nel caso giunto all'esame dei Giudici palermitani, è risultato che la moglie non svolgeva alcuna attività lavorativa e che le quote di alcune unità immobiliari di cui risultava titolare erano improduttive di reddito.

La coniuge, poi, è stata ritenuta non in possesso di effettive possibilità di lavoro personale, stante l'età e le condizioni di lavoro attualmente vigenti.

Considerato, infine, che la signora risultava assegnataria della casa familiare solo in virtù di genitore prevalentemente collocatario della figlia, la stessa è stata giudicata dal Tribunale come coniuge non economicamente indipendente, e, conseguentemente, titolare del diritto all'assegno divorzile.

Nella seconda fase dell'accertamento, dedicata alla quantificazione di tale assegno, il giudice non deve mirare al riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi ma al solo raggiungimento dell'indipendenza economica.

Sulla base, dunque, della valutazione di tutti i suddetti elementi, anche in rapporto alla ridotta durata dell'effettivo rapporto matrimoniale (meno di sei anni), il Tribunale ha stabilito che l'assegno a favore della moglie dovesse essere quantificato in € 2.000,00 mensili, cifra indubbiamente molto distante ed inferiore a quella della richiedente.

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