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La responsabilità genitoriale

| 15/03/2018


La prima svolta terminologica e sostanziale nel rapporto genitori figli risale alla riforma del 1975. Da una concezione autoritaria in cui il padre esercitava i suoi diritti sulla prole, oltre che sulla moglie, si era passati infatti a una diversa visione in cui l'interesse dei figli e la loro tutela assumevano rilievo preminente.
Con detta riforma il potere veniva attribuito ai genitori solamente in funzione dell'interesse dei figli, e padre e madre venivano finalmente posti su un piano di reciproca parità. Questo passaggio era stato accompagnato anche da un mutamento terminologico in quanto dalla "patria potestà" si era passati alla "potestà genitoriale", termine in linea con l'eliminazione delle diseguaglianze tra uomo e donna, ma ancora espressione di un rapporto di supremazia e suggestione, risalente addirittura all'antica potestas del diritto romano.
Successivamente il regolamento europeo n. 2201/2003 (cosìddetto Bruxelles II bis, che disciplina all'interno dell'Unione Europea la competenza, il riconoscimento e l'esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale) ha introdotto la locuzione "responsabilità genitoriale", locuzione che privilegia l'aspetto degli obblighi dei genitori nei confronti dei figli, superando la concezione del "potere", pur visto in funzione dell'adempimento dei doveri nei loro confronti.
Sulla scorta delle indicazioni europee anche la giurisprudenza italiana aveva iniziato a parlare di "responsabilità genitoriale" considerandola un principio immanente nell'ordinamento, ricavabile dall'interpretazione sistematica degli articoli 261, 147 e 148 c. c., in correlazione all'articolo 30 della Costituzione (Cass. 10102/2004). Tale principio, si affermava, rappresenta il fondamento di quell'insieme di regole, che costituiscono l'essenza del rapporto di filiazione e si sostanziano negli obblighi di mantenimento, di istruzione e di educazione della prole, regole che debbono trovare uniforme applicazione indipendentemente dalla natura, giuridica o di fatto, del vincolo che lega i genitori (C.Cost. 394/ 2005).
Successivamente la riforma sulla filiazione, (la L. 10 dicembre 2012, n. 219, "Disposizioni in materia di riconoscimento di figli naturali", seguita dal D.Lgs. 154/2013) ha, in linea con le indicazioni europee, sostituito nel nostro ordinamento la locuzione "potestà genitoriale" con quella di "responsabilità genitoriale", termine lontano dalla passata connotazione di potere e più in sintonia con l'esigenza di cura e di attenzione da prestare al minore.
Viene così radicalmente mutata la prospettiva, mettendo al centro della famiglia i figli: non più "soggezione" del figlio ad un potere-dovere dei genitori, ma assunzione di un obbligo da parte di madre e padre.
La nozione non viene peraltro definita, così come specificato dalla stessa relazione illustrativa alla riforma, per poter "essere riempita di contenuti a seconda dell'evoluzione socio-culturale dei rapporti genitori-figli" ed essere dunque in grado di adattarsi ai futuri cambiamenti sociali.
Da evidenziare altresì che nella nuova concezione di responsabilità non si prevede un termine finale che era per legge, in relazione alla potestà, fissato dall'art. 316 c.c. al compimento della maggiore età dei figli o alla loro emancipazione. Questa differenza viene collegata al fatto che la cura che il genitore deve prestare al figlio, anche riguardo all'obbligo di mantenimento, prosegue come testimonia l'orientamento costante della giurisprudenza, ben oltre il raggiungimento della maggiore età e fino al conseguimento della indipendenza economica (Per tutte si veda Cass. 9 maggio 2013, n. 11020).
L'art. 317 c.c., come modificato, specifica altresì che la responsabilità genitoriale di entrambi non cessa a seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio, rafforzando pertanto l'assunto secondo il quale i problemi che possono sussistere tra i genitori non devono incidere sul rapporto che ciascuno di essi ha nei confronti dei figli. L'esercizio della responsabilità genitoriale è regolato, in tali casi dagli artt. 337 bis e ss. del codice civile.
Anche nell'ambito della crisi familiare indipendentemente dal tipo di affidamento, monogenitoriale o condiviso, la responsabilità genitoriale deve dunque essere esercitata da entrambi.
Ai sensi dell'articolo 337 ter c.c. le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all'istruzione, all'educazione e alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte dai genitori di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo è previsto l'intervento del giudice e, limitatamente alle decisioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la responsabilità genitoriale separatamente. Qualora il genitore non si attenga alle condizioni dettate, il giudice valuterà detto comportamento anche al fine della modifica delle modalità di affidamento (art. 337 ter, comma 3, c.c).
Il genitore che non esercita la responsabilità genitoriale vigila sull'istruzione, sull'educazione e sulle condizioni di vita del figlio (art. 316 ult. comma c.c.).
In relazione alla responsabilità genitoriale sorgono varie problematiche concernenti innanzitutto la tematica delle decisioni riguardanti il figlio. Spesso vi è contrasto tra madre e padre in merito a scelte importanti nella vita del minore in relazione alle quali si può ricorrere all'autorità giudiziaria. Ma avviene anche che i genitori, anche d'accordo tra loro, assumono decisioni ritenute in contrasto con l'interesse del minore. Rilevante inoltre è individuare in quali casi i comportamenti dei genitori possono portare alla decadenza dalla responsabilità genitoriale.

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