SEPARAZIONE

Possibile la modifica dell'assegno di separazione una tantum?

15/11/2019 10:36

Nota a Corte d'Appello, Sez. Famiglia Napoli, decreto 11 novembre 2019 n. 5094 – Pres. Stanziola Cons. est. Sensale


di Valeria Cianciolo – Avvocato del Foro di Bologna


Il caso. Il Tribunale rigettava la domanda proposta dal Signor Caio, noto imprenditore del settore marittimo navale, nei confronti della moglie separata Tizia per la modifica delle condizioni economiche della separazione consensuale, omologata nel 2014, dove si prevedeva il versamento del marito alla moglie della "somma totale di € 200.000,00 (…) una tantum… tale somma totale di € 200.000,00 sarebbe stata versata nel corso dei prossimi 5 anni, tramite 20 rate trimestrali di € 10.000,00"
Il rigetto del Tribunale si fondava sul rilievo che i patti della separazione consensuale prevedevano non un assegno periodico di mantenimento, ma un versamento una tantum sebbene rateizzato.
Caio reclamava il provvedimento. Tizia si costituiva chiedendo il rigetto della domanda "…non essendo il patto tra i coniugi modificabile per espressa previsione di legge e comunque per espressa volontà delle parti. Nel merito Rigettare in ogni caso la domanda attorea per essere la stessa infondata in fatto e in diritto, priva di adeguato sostegno probatorio."
La revisione degli accordi economici assunti in sede di separazione era motivata dal fatto che Caio aveva subito ingenti perdite economiche.
Ma il Collegio partenopeo afferma che le "perdite" e le "casse svuotate… della società…" non sono state provate e in ogni caso, non hanno inciso sulla situazione economica reddituale complessiva di Caio.
Le dichiarazioni del reclamante confuse e contraddittorie e non sorrette da un idoneo quadro probatorio, hanno portato al rigetto del reclamo proposto da Tizio.

L'art. 5, 6°comma legge divorzio. Come noto, l'art. 5, 6° comma, della l. 1 dicembre 1970, n. 898, recante Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio, come modificata dalla l. 6 marzo 1987, n. 74, prevede che con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive; il successivo 8° comma, aggiunge che su accordo delle parti la corresponsione può avvenire in unica soluzione ove questa sia ritenuta equa dal Tribunale. In tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico.

Dunque, la corresponsione dell'assegno di divorzio, su accordo delle parti, può avvenire, in alternativa alla somministrazione periodica disposta giudizialmente, in unica soluzione, «ove questa sia ritenuta equa dal tribunale. In tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico». La novella del 1987 ha, in tal modo, previsto la facoltà dei coniugi di comporre, in modo definitivo e generale, i rapporti patrimoniali conseguenti alla pronunzia di divorzio, attraverso una somma capitale.
Il presupposto della tacitazione, con attribuzione una tantum, del dovere di corrispondere l'assegno di divorzio, va rintracciato nell'accordo tra «le parti», vale a dire tra i coniugi in procinto di divorzio. Conseguentemente, il giudice non può imporre autoritativamente, o su istanza di un solo coniuge, un assetto definitivo dei rapporti patrimoniali fra i coniugi, come accade nei paesi di common law. (n1)
Con l'espressione «accordo delle parti», l'art. 5 co. 6 legge div. parrebbe alludere ad una convenzione, cui applicare, tendenzialmente, le norme generali dettate in tema di accordo contrattuale.
La Corte di Cassazione ha ripetutamente affermato che la corresponsione dell'assegno divorzile in unica soluzione su accordo tra le parti, soggetto a verifica giudiziale, esclude la sopravvivenza, in capo al coniuge beneficiario, di qualsiasi ulteriore diritto, a contenuto patrimoniale o meno,

nei confronti dell'altro coniuge, attesa la cessazione, per effetto del divorzio e della suddetta erogazione «una tantum», di qualsiasi rapporto fra gli stessi, con la conseguenza che nessuna ulteriore prestazione può essere richiesta, neppure per il peggioramento delle condizioni economiche dell'assegnatario o, comunque, per la sopravvenienza dei giustificati motivi cui è subordinata l'ammissibilità della domanda di revisione del medesimo assegno periodico .(n2)

L'assegno una tantum nella separazione. La legge non prevede che l'assegno di mantenimento possa essere corrisposto in un'unica soluzione, ma la giurisprudenza (n3) lo ammette (sebbene lo abbia fatto incidentalmente con riferimento all'assegno divorzile) purchè vi sia accordo fra le parti e comunque, fermo restando, che la determinazione dell'assegno di divorzio, secondo la regolamentazione datane dalla L. n. 898 del 1970, art. 5, e dalla L. n. 74 del 1987, art. 10 è indipendente dalle statuizioni patrimoniali operanti, anche per accordo fra le parti, in sede di separazione. In buona sostanza, sebben il dato normativo non aiuti, una regolamentazione pattizia in tal senso fra i coniugi consente un assegno una tantum in sede di separazione perché tutto ruota sulla libertà contrattuale dei coniugi.
La pattuizione una tantum in sede di separazione è stata ritenuta valida da una risalente pronuncia di legittimità, anteriore alla riforma del diritto di famiglia .(n4)
Anche la dottrina propende per l'ammissibilità, a condizione che sussista l'accordo delle parti, e ferma restando - a differenza di quanto è previsto per il divorzio - la possibilità, per il coniuge beneficiario, di avanzare in futuro domande di carattere economico, quanto meno di natura alimentare (n5). Si ritiene che il giudice possa determinare l'assegno di mantenimento, anziché in una somma di danaro unica, in più "voci di spesa" (quali, ad esempio - in aggiunta ad un assegno mensile - il pagamento del canone di locazione e delle spese condominiali della casa coniugale), nel rispetto del requisito generale di determinatezza o determinabilità dell'obbligazione (art. 1346 cod. civ.) (n6) .

Spetta al tribunale valutare l'equità e la congruità della somma corrisposta.
Una volta riconosciuto il diritto di percepire l'assegno di mantenimento ad un coniuge in sede di separazione consensuale o giudiziale è possibile modificare l'importo e qui le strade sono due:

1. La procedura giudiziale che si fonda sull'esistenza di giustificati motivi, come nel caso del provvedimento partenopeo in esame. In questo caso, il coniuge chiede al Tribunale un decreto con cui si dispone la modifica o anche la revoca dell'assegno

2. Per accordo fra i coniugi. L'accordo di regola è contenuto in una scrittura privata valida ed efficace solo nei rapporti interni fra i coniugi e non deve essere motivata dai giustificati motivi. Si tratta di un accordo che non deve essere sottoposto a controllo del Tribunale e perciò non sostituisce il provvedimento in vigore. Può comunque, essere utilizzato dal coniuge per agire con un ricorso per decreto ingiuntivo.

I giustificati motivi che portano alla revisione dell'assegno di mantenimento. L'art. 156 cod. civ. - che si riferisce alla modifica delle condizioni di separazione giudiziale, ma che si estende necessariamente anche alla separazione consensuale ( n7) - prescrive che il giudice può disporre la revisione o la modifica dei provvedimenti indicati nell'articolo stesso. Si è osservato che presupposto della revisione delle condizioni di separazione non può che essere il sopravvenire di elementi nuovi, i c.d. «giustificati motivi», idonei a fondare la modifica, elementi che determinano un mutamento della situazione di fatto esistente al momento della pronuncia.
Il disconoscimento del diritto all'assegno di mantenimento trova legittimazione solo al sopravvenire di nuovi elementi, idonei ad incidere sull'assetto economico concordato tra i coniugi in sede di separazione consensuale, posto che l'attribuzione dello stesso mira a far conservare un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di convivenza.


Motivi rilevanti che possono portare ad una modifica o revoca dell'assegno sono:

- il mutamento delle condizioni economiche di un coniuge in meglio (aumento di stipendio) o in peggio (es. tracollo finanziario);

- quando il coniuge beneficiario rifiuta opportunità effettive e non ipotetiche di lavoro. Vi è da aggiungere che il rifiuto di accettare possibilità d'impiego non può essere considerato, di per sé solo, espressione di renitenza a provvedere al proprio mantenimento, se non si dimostri che le offerte erano adeguate alla qualificazione professionale e alla dignità personale del coniuge, tenuto anche conto delle condizioni economiche e sociali godute prima della crisi matrimoniale (n8).

- In giurisprudenza, si è ribadito, inoltre, che proprio la perdita di un cespite o di un'attività produttiva di reddito non costituisce un giustificato motivo di revisione, se non accompagnata dalla prova che vi è stata una riduzione delle complessive risorse economiche .

- In tema di separazione personale dei coniugi, la convivenza stabile e continuativa, intrapresa con altra persona, è suscettibile di comportare la cessazione o l'interruzione dell'obbligo di corresponsione dell'assegno di mantenimento che grava sull'altro, dovendosi presumere che le disponibilità economiche di ciascuno dei conviventi "more uxorio" siano messe in comune nell'interesse del nuovo nucleo familiare; resta salva, peraltro, la facoltà del coniuge richiedente l'assegno di provare che la convivenza di fatto non influisce "in melius" sulle proprie condizioni economiche e che i propri redditi rimangono inadeguati (n10).

Il decreto della Corte d'Appello di Napoli. Il punto affrontato dal provvedimento partenopeo è nuovo e merita di essere segnalato non risultando precedenti sul punto: il coniuge obbligato al versamento di un assegno una tantum rateizzato può chiedere la revisione del contributo per giustificati motivi?
Il Collegio dice: "Ove si ritenesse che l'accordo sull'assegno una tantum (in sede di separazione) sia fonte di un'obbligazione istantanea (pur con la previsione di adempimenti plurimi, rateali), essa non sarebbe oggettivamente suscettibile di revisione ex artt. 156 c.c. e 710 c.p.c. non perché il coniuge perda (in astratto) il diritto a chiedere la revisione o possa validamente rinunciarvi in via preventiva, bensì per il fatto che la revisione può incidere solo sulle prestazioni periodiche che via via maturano a partire dal fatto sopravvenuto dedotto in giudizio, che, solo in quanto sopravvenuto, potrebbe legittimare la modifica. Non può incidere, invece, su prestazioni maturate anteriormente al fatto sopravvenuto e dunque su prestazioni unitarie sorte al momento della stipulazione e per l'intero, pur se l'adempimento sia frazionato e differito."
Dunque, se Tizio avesse provato lo stato di dissesto economico che lui paventava, si poteva prospettare una revisione in melius per l'obbligato per le singole rate a partire dal momento in cui si fosse provato essere sopravvenuto il fatto che rendeva eccessivamente onerosa la prestazione dell'obbligazione. E questo ci riporta alla norma dell'art. 1467 cod. civ. che come è noto, afferma: "Nei contratti a esecuzione continuata o periodica ovvero a esecuzione differita, se la prestazione di una delle parti è divenuta eccessivamente onerosa per il verificarsi di avvenimenti straordinari e imprevedibili, la parte che deve tale prestazione può domandare la risoluzione del contratto, con gli effetti stabiliti dall'articolo 1458."
Gli assegni di mantenimento e di divorzio formano oggetto di obbligazioni necessariamente periodiche e di durata e possono come tutte le obbligazioni diventare eccessivamente onerose.
Il concetto di eccessiva onerosità della prestazione non è definito dal legislatore, ma si ritiene generalmente che essa debba essere valutata alla stregua di criteri rigorosamente oggettivi.
Criteri che non sono stati ravvisati dal Collegio partenopeo perché non provati dal reclamante. Come già precisato più sopra, la perdita di un'attività produttiva di reddito non rappresenta un giustificato motivo di revisione, se non corredata dalla prova che vi è stata una riduzione delle complessive risorse economiche .

NOTE

1 - Ceccherini, I rapporti patrimoniali nella crisi della famiglia e nel fallimento, Milano, 1996, 360; A. Finocchiaro, M. Finocchiaro, Diritto di famiglia, III, Milano, 1988, 446.

2 - Tra le tante, da ultimo, Cass., sez. lav., 8 marzo 2012, n. 3635 e Cass., sez. lav., 3 luglio 2012, n. 11088.

3 - Cass. civ. Sez. I, 21 febbraio 2008, n. 4424.

4 - "È valida la pattuizione, facente parte dell'accordo di separazione consensuale, secondo cui l'obbligazione di mantenimento debba essere adempiuta dal marito, anziché a mezzo di una prestazione periodica, con l'attribuzione definitiva alla moglie della proprietà di beni mobili od immobili, o di capitali in denaro. Tale attribuzione pertanto è, a sua volta, valida ed estinguere totalmente e definitivamente la predetta obbligazione, senza che in contrario rilevino il carattere non permanente dello stato di separazione e la possibilità che successivamente sorga, a carico del marito, l'obbligo degli alimenti." Cass. civ., 27 ottobre 1972, n. 3299 in Mass. Giur. It., 1972.

5 - Dogliotti, La separazione giudiziale, in Tratt. Bonilini, Cattaneo, I, 2a ed., Torino, 552, 2007; Zatti, I diritti e i doveri che nascono dal matrimonio e la separazione dei coniugi, in Tratt. Rescigno, 3, II, 2a ed., Torino, 259, 1996.

6 - "In tema di separazione personale dei coniugi, il giudice ha facoltà di determinare l'assegno periodico di mantenimento, che un coniuge è obbligato a versare in favore dell'altro, in una somma di denaro unica o in più voci di spesa, le quali, nel loro insieme e correlate tra loro, risultino idonee a soddisfare le esigenze del coniuge in cui favore l'assegno è disposto, rispettando il requisito generale di determinatezza e determinabilità dell'obbligazione (art. 1346 c.c.). Pertanto, il coniuge può essere obbligato a corrispondere, oltre a un assegno determinato in somma di denaro, anche altre spese, quali quelle relative al canone di locazione per la casa coniugale e ai relativi oneri condominiali, purchè queste spese abbiano costituito oggetto di specifico accertamento nel loro ammontare e vengano attribuite nel rispetto dei criteri sanciti dal primo e comma 2 dell'art. 156 c.c." Cass. civ. Sez. I, 30 luglio 1997, n. 7127 in Famiglia e Diritto, 1998, 83.

7 - Dogliotti, Separazione e divorzio, Torino, 1995, 108 ss.

8 - Cass. civ. Sez. I Sent., 23 luglio 2010, n. 17347.

9 - Cass. civ. 9 dicembre 1993, n. 12125.

10 - Cass. civ. Sez. I, 27 giugno 2018, n. 16982.

11 - Cfr. nota n. 9.

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