Il risarcimento del danno da perdita della vita - Il punto dell'esperto

di | 6 marzo 2014


A cura dell'avvocato Paolo Russo, specializzato nel settore della responsabilità civile

L'importante Convegno nazionale interdisciplinare svoltosi lo scorso 28 febbraio a Roma, presso la Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, dal titolo: "La determinazione del risarcimento del danno alla persona", al quale l'autore del presente contributo ha partecipato quale relatore, fornisce lo spunto per comprendere lo stato dell'arte in tema di quantificazione dei danni non patrimoniali (ivi compreso il c.d. "danno da morte immediata" o "danno tanatologico").

L'evento, con il patrocinio della Presidenza della Camera dei Deputati e dell'Ordine degli Avvocati di Roma, è stato organizzato dall'Osservatorio Vittime Lidu (Lega Italiana dei Diritti dell'Uomo) in collaborazione con AIFVS (Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada), con AIPG (Associazione Italiana di Psicologia Giuridica) e con l'Associazione romana "La tutela dei Diritti".

Numerosi i contributi apportati dai deputati, magistrati, avvocati, medici legali e psicologi forensi intervenuti.

Come anticipato, l'idea del Convegno è nata proprio per un consentire un aperto confronto circa i recenti sviluppi in una materia tanto delicata quale quella rappresentata dalla determinazione del risarcimento del danno non patrimoniale alla persona, in tutte le tre voci di cui è composto (danno biologico-psichico, morale ed esistenziale), ma anche per fare il punto in tema di danno da perdita della vita.

Il 2013 ed il 2014 si segnalano infatti per gli importanti contributi al dibattito forniti al riguardo, rispettivamente, dal legislatore e dalla giurisprudenza di legittimità.

Come noto, la materia del danno non patrimoniale in caso di lesione del diritto alla salute non è ad oggi disciplinata in modo ordinato ed omogeneo, a livello normativo: a seconda che l'evento illecito sia stato originato dal rapporto di lavoro, da circolazione stradale, da malasanità o da altro ancora, diversi sono gli strumenti (leggasi: le tabelle per la determinazione del quantum) da utilizzare al fine di conteggiare gli importi da corrispondere al danneggiato.

Per alcuni tipi di illecito, inoltre, sopperiscono all'assenza di specifiche normative le tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale elaborate dai tribunali italiani; non bastasse, le stesse tabelle dei tribunali vengono tuttora utilizzate, in sede assicurativa RC auto, per le liquidazioni dei danni macropermanenti (ossia, dei danni i cui postumi permanenti siano contenuti tra i 10 ed i 100 punti percentuali di invalidità).

Infatti, una tabella delle macropermanenti conseguite a sinistri stradali, pur prevista espressamente dall'art. 138 del Codice delle Assicurazioni (D.L.vo n. 209/05), non è mai stata ad oggi approvata, così che, per sopperire alla sua assenza, si è ormai diffusa la prassi di ricorrere alle richiamate tabelle dei tribunali, ed in particolare a quelle elaborate dal Tribunale di Milano, che una recente sentenza della Suprema Corte (la numero 12408/11) ha individuato, finchè sarà sussistente la suddetta lacuna normativa, come unico parametro di riferimento per la liquidazione delle citate macropermanenti da considerarsi valido in tutto il territorio nazionale.

Per le micropermanenti da circolazione stradale, invece, è utilizzata una unica tabella, subito elaborata ed allegata all'articolo 139 del richiamato Codice delle Assicurazioni .

In via riassuntiva, esistono attualmente tabelle diverse per la determinazione dei danni non patrimoniali derivanti da lesione del diritto alla salute, contenenti (persino a fronte di identiche età dei danneggiati, e di identiche percentuali di postumi permanenti) importi diversi, a seconda che il danno alla salute sia stato cagionato da uno o da un altro evento illecito, con evidente inammissibile disparità di trattamento nella liquidazione corrisposta alle vittime.

Ora, a cavallo tra la fine di marzo e gli inizi di aprile 2013, fu presentato uno schema di Decreto del Presidente della Repubblica contenente un Regolamento di attuazione dell'art. 138 Cod. Ass. sopra richiamato, con il quale sembrava definita una tabella unica nazionale (TUN) valida per il risarcimento tanto delle menomazioni all'integrità psicofisica di lieve entità, quanto di quelle comprese tra 10 e 100 punti di invalidità.

Tale provvedimento, nelle intenzioni degli elaboratori, avrebbe consentito di stabilire in maniera univoca, a livello nazionale, i valori economici e medico-legali per la liquidazione del danno in sede assicuratva RC auto; però, per le numerose (e sacrosante) critiche immediatamente sollevate dagli operatori del diritto nei confronti dell'imminente provvedimento, il D.P.R. in questione (ben presto definito "Decreto ammazzarisarcimenti") fu subito congelato, sull'assunto che le somme indicate nella suddetta tabella unica risultavano nettamente inferiori rispetto a quelle risultanti dall'applicazione delle tabelle milanesi, così da ridurre il risarcimento alla stregua di un mero indennizzo.

Appena un mese più tardi, in data 28 maggio, fu avanzata alla Camera dei Deputati la Proposta di Legge n. 1063 (attualmente in esame in Commissione Giustizia) relativa alle modifiche al codice civile, alle disposizioni per la sua attuazione ed al codice delle assicurazioni private.
Tale proposta in argomento mira ad introdurre nel Codice Civile gli articoli 2059 bis ("determinazione del danno non patrimoniale derivante da lesione del diritto alla salute"), 2059 ter ("determinazione del danno non patrimoniale derivante da lesione di altri diritti"), nonché, tra le Disposizioni di attuazione dello stesso Codice Civile, l'articolo 84 bis ("determinazione del danno non patrimoniale"), ed in generale suggerisce, ai fini della quantificazione dei danni da lesione del bene salute, l'applicazione delle sopra richiamate tabelle milanesi, con l'aggiunta di un aumento equitativo "fino ad un massimo del 50%", con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato, qualora la menomazione accertata incida in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico-relazionali personali.

La proposta mira altresì a disciplinare il danno da perdita del congiunto, per la cui quantificazione si indicano a riferimento, ancora, le tabelle milanesi (sempre con un possibile aumento fino al 50%), oltre a contenere una decisa modifica degli articoli 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni.

L'articolo 84 bis, commi 2 e 3, prevederebbe infine l'introduzione, nel nostro ordinamento, del danno tanatologico , e stabilirebbe che, in caso di morte del soggetto danneggiato, il risarcimento del danno venga quantificato nella misura dell'80 per cento del danno non patrimoniale indicato dalle tabelle milanesi, da utilizzarsi quale riferimento valido a livello nazionale.

Secondo la previsione normativa in argomento, inoltre, laddove la menomazione accertata incida, nel periodo intercorso tra la lesione e la morte, in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico-relazionali personali, tale danno non patrimoniale dovrebbe essere liquidato dal giudice, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato, con l'aumento del 50 per cento.

Nelle intenzioni dei firmatari del disegno di legge l'introduzione nel nostro ordinamento di una figura tanto discussa quale quella del danno tanatologico "metterebbe fine a ogni tipo di diatriba giurisprudenziale sulla configurabilità o no di tale danno"; soprattutto, "si metterebbe fine alla cavillosa individuazione, da parte dei giudici, di un tempo minimo, tra la lesione e la morte, da per poter riconoscere un risarcimento al danneggiato".

Ciò per ovviare al paradosso, attualmente sussistente, "secondo cui il danneggiante che abbia leso e ucciso nello stesso momento il danneggiato non è tenuto ad alcun risarcimento nei confronti di quest'ultimo: tale paradosso sarebbe completamente superato introducendo un evidente elemento di maggiore giustizia sociale".

Questo è lo stato dell'arte sotto il profilo normativo; ma il quadro sull'argomento non può assolutamente prescindere, oggi, dal fondamentale contributo della giurisprudenza di legittimità.
Come noto, infatti, lo scorso 23 gennaio si è abbattuto sul nostro panorama risarcitorio in tema di danno non patrimoniale, un vero e proprio uragano, rappresentato dalla pronuncia n. 1361/2014.

Tre i punti fondamentali toccati, in estrema sintesi, dalla storica sentenza della Suprema Corte:

a) il danno non patrimoniale va risarcito in tutte e tre le voci (biologico, morale ed esistenziale) di cui è composto. Al contrario di quanto da alcuni dei primi commentatori sostenuto, e anche in giurisprudenza di legittimità a volte affermato, deve infatti escludersi che le Sezioni Unite del 2008 abbiano negato (nelle note "Sentenze di San Martino") la configurabilità e la rilevanza a fini risarcitori anche del c.d. danno esistenziale; pertanto, nel caso in cui venga fornita adeguata prova, ogni voce di pregiudizio non patrimoniale andrà risarcita, in quanto, in caso contrario, anziché nel rischio di una indebita duplicazione risarcitoria, si potrebbe cadere nell'errore opposto, ossia quello di un vuoto risarcitorio;


b) il danno non patrimoniale da lesione del diritto alla salute può essere determinato nel quantum facendo riferimento alle tabelle milanesi, purchè si garantisca alla vittima dell'illecito un ristoro equo, congruo e proporzionato alla gravità dell'offesa subita; se l'importo tabellare non appare sufficiente in rapporto al pregiudizio patito, la somma da risarcire può essere aumentata. La stessa Corte Costituzionale, del resto, ha recentemente affermato l'illegittimità dell'apposizione di una limitazione massima non superabile alla quantificazione del ristoro per danni alla persona (Corte Cost., sentenza n. 75/2012), dichiarando illegittima la fissazione di un limite all'obbligo risarcitorio per i danni alla persona;

c) la Cassazione, "in consapevole contrasto con la propria, precedente giurisprudenza", è pervenuta ad una conclusione diametralmente opposta, riconoscendo come risarcibile il danno da perdita della vita immediatamente conseguito alle lesioni riportate a seguito dell'evento illecito (c.d. "danno tanatologico"; così evidentemente intendendo superare "il criterio della individuazione di un adeguato periodo di lucidità e di coscienza nella vittima del sinistro ai fini dell'acquisizione al suo patrimonio di un diritto trasmissibile iure successionis".

Ciò non bastasse, lo scorso 4 marzo la stessa Suprema Corte, con ordinanza n. 5056/2014 , preso atto del contrasto di giurisprudenza generatosi sul punto della risarcibilità iure haereditario del danno non patrimoniale da morte immediata, reso ancora più evidente a seguito della ora citata pronuncia n. 1361/2014 , e tenuto conto della particolare importanza della questione, ha deciso di rimettere gli atti del procedimento al Primo Presidente per valutare l'esigenza di investire sull'argomento le Sezioni Unite della Corte di legittimità.

Si può dunque agevolmente comprendere l'importanza dei temi affrontati dal Convegno romano del 28 febbraio, che ha visto a confronto gli avvocati (da un lato) e i parlamentari promotori della suddetta proposta di legge (dall'altro).

Pur con il dovuto apprezzamento quanto all'obiettivo dichiarato dai promotori del disegno di legge (restituire unità ed ordine ad una materia oggi invece alquanto disomogenea, e proporre un sistema risarcitorio che, molto più che in passato, si avvicini alle esigenze di giustizia delle vittime), sono stati proposti alcuni correttivi al testo proposto, tesi, in particolare:

a) ed evitare nozioni di danno non patrimoniale da lesione del diritto alla salute che, in modo equivoco, confondano danno biologico, morale ed esistenziale, sull'assunto che solo il danno alla salute in senso stretto è suscettibile di accertamento medico-legale, mentre gli altri due profili eventualmente devono essere semmai oggetto di indagine da parte della psicologia giuridica;

b) ad evitare una eccessiva uniformità nella previsione di una personalizzazione del danno alla salute, nonché di incorrere in vizi di incostituzionalità nel prevedere solo in aumento, e non anche in diminuzione, detta personalizzazione;

c) ad indicare in modo chiaro, quanto alla determinazione del danno non patrimoniale da lesione di diritti diversi da quello alla salute, a quali criteri precisi il giudice debba attenersi al fine della determinazione degli importi da risarcire, per evitare una eccessiva discrezionalità e disparità nelle quantificazioni;

d) a meglio precisare le modalità con cui avverrebbe la prevista raccolta annuale di precedenti giurisprudenziali concernenti la determinazione dei danni non patrimoniali;

e) a tenere conto, quanto alla determinazione del danno tanatologico, delle indicazioni recentemente fornite in merito dalla Suprema Corte, la quale, con la citata sentenza n. 1361/2014, ha come detto evidenziato la differenza ontologica tra il bene della salute ed il bene della vita, per giungere ad asserire che non si può utilizzare, per la determinazione del danno tanatologico, una tabella immaginata per la quantificazione del ristoro di un danno, quello alla salute, diverso dall'altro nella sua essenza. Se così è, queste le conclusioni degli esperti intervenuti, davvero non si comprende non solo come si potrebbe far riferimento, nel determinare il quantum del danno tanatologico, alle tabelle milanesi (come vorrebbe la proposta di legge), ma persino come si potrebbe giungere a decurtare nella misura dell'80% gli importi risarcibili;

f) a rivedere al rialzo gli importi tabellari previsti attualmente per i familiari in caso di perdita del congiunto.

Proprio sul tema del danno tanatologico pare opportuno spendere un'ultima considerazione. Il riconoscimento, da parte dei firmatari del disegno di legge, della figura del danno tanatologico, appare in perfetta sintonia con l'orientamento espresso dalla Suprema Corte con la richiamata sentenza n. 1361/14, ma decisive appaiono le differenze quanto alla potenziale determinazione del quantum da risarcire e quanto alle stesse modalità di risarcimento.

Secondo la proposta di legge, il danno sarebbe risarcibile utilizzando, ai fini della determinazione degli importi, le tabelle milanesi pensate per la determinazione del danno non patrimoniale conseguente alla lesione della salute, per giunta con una (francamente incomprensibile) previsione di decurtazione degli importi all'80%.

La Cassazione, invece, dice cose diverse (e francamente più in linea con le aspettative dei familiari delle vittime), ossia che il bene della vita e quello della salute sono ontologicamente diversi, e che pertanto il danno da perdita della vita non può essere liquidato tramite l'utilizzo delle tabelle milanesi, che si occupano invece della lesione di un bene (la salute) appunto diverso dalla vita stessa, e dunque deve essere rimesso alla valutazione equitativa del giudice, il quale, al contempo, dovrà determinare gli importi attenendosi ai criteri della equità, della congruità e della proporzionalità dei medesimi alla portata dell'evento dannoso: no, dunque, a risarcimenti troppo contenuti, per non dire irrisori.

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