danno da morte

Il danno da morte immediata non è risarcibile agli eredi

| 6 ottobre 2015


Sono decenni che si discute in giurisprudenza se il danno da morte immediata sia suscettibile di risarcimento. Con tale tipologia di danno si intende far riferimento a quel pregiudizio che incide direttamente sul bene vita e si verifica nei casi in cui il soggetto muore istantaneamente o poco dopo rispetto al momento in cui subisce l'azione illecita.

La Cassazione è stata a lungo ondivaga sul punto. Difatti secondo un primo orientamento giurisprudenziale che ha trovato accoglimento anche con la sentenza n. 1361/2014 <<Il diritto al risarcimento del danno da perdita della vita (c.d. danno tanatologico) è acquisito dalla vittima un attimo prima della sua morte avvenuta pressoché istantaneamente rispetto all'evento lesivo. Esso, pertanto, è trasmissibile iure successionis. La risarcibilità costituisce, in questo caso, un'imprescindibile eccezione al principio della irrisarcibilità del danno evento e della risarcibilità dei soli danni conseguenza, stante la rilevanza costituzionale del bene vita>>.

Secondo tale pronunciamento il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita della vita –bene supremo dell'individuo, oggetto di un diritto assoluto ed inviolabile- è garantito dall'ordinamento in via primaria anche sul piano della tutela civile, presentando carattere autonomo, in ragione della diversità del bene tutelato, dal danno alla salute, nella sua duplice configurazione di danno "biologico terminale" e di danno "catastrofale". Esso, pertanto, rileverebbe a prescindere dalla consapevolezza che il danneggiato ne abbia avuto, dovendo ricevere ristoro anche in caso di morte immediata, senza che assumano rilievo né la persistenza in vita della vittima per un apprezzabile lasso di tempo, né l'intensità della sofferenza dalla stessa subita per la cosciente e lucida percezione dell'ineluttabilità della propria fine.

Solo dopo un anno e mezzo, il 22 luglio 2015, le Sezioni Unite della Cassazione, con sentenza n. 15350/2015, riformando in toto il proprio convincimento hanno disposto che <<Il diritto al risarcimento dei danni derivanti dalla morte che segua alle lesioni subite, decorre dal momento in cui sono provocate le lesioni, sino a quello della morte conseguente alle lesioni medesime; tale diritto si acquisisce al patrimonio del danneggiato ed è suscettibile di trasmissione agli eredi. Nel caso di morte immediata o che segua entro brevissimo lasso di tempo alle lesioni, invece, si ritiene che non possa invocarsi un diritto al risarcimento del danno iure hereditatis. Infatti, se i danni discendono dalla lesione, essi entrano e possono logicamente entrare nel patrimonio del lesionato solo in quanto e fin quando lo stesso sia in vita. Una volta sopravvenuto il decesso, cessa anche la capacità di acquistare, che presuppone comunque e necessariamente, l'esistenza di un subbietto di diritto>>.

Le argomentazioni poste a fondamento di questo dictum negativo propugnato in ultimo dai giudici delle Sezioni Unite sono sostanzialmente due:
- in primis, sussiste un problema di titolarità. Il danno da morte istantaneo non lede il bene giuridico salute ma il diverso bene vita. Quest'ultimo è <<fruibile solo in natura da parte del titolare ed è insuscettibile di essere reintegrato per equivalente>>. Se così è il danno tanatologico è adespota in quanto nel momento in cui si concretizza il pregiudizio l'unico legittimo titolare viene a mancare;
- in secundis, nel caso in esame non si può richiamare la coscienza sociale che ha difficoltà ad accettare l'irrisarcibilità del danno da morte immediata. Quest'ultima infatti non può costituire un criterio legittimo per orientare l'interprete del diritto positivo.

All'indomani della pubblicazione di quest'ultimo pronunciamento della Cassazione numerose ed autorevoli sono state le riflessioni critiche. Prima di tutto, perché non si può lasciare sfornito di tutela il diritto alla vita e risarcire il danno alla salute essendo il primo più importante e comunque assorbente il secondo: paradossalmente secondo tale pronunciamento sarebbe più conveniente uccidere che ferire. Secondo poi, perché la morte immediata in senso rigoroso non esiste, visto che è sempre presente un brevissimo intervallo temporale intercorrente tra la lesione e la morte celebrale. Se così è, allora, non potendosi parlare tecnicamente ed in senso stretto di morte immediata si deve ritenere che almeno il bene salute venga sempre leso.
Si attende con fiducia un intervento normativo sul punto perché gli interpreti stentano a trovare una soluzione condivisibile da un punto di vista giuridico e morale.

Vetrina