Responsabilità medica

Responsabilità medica: è inestistente il diritto a non nascere se non sano

| 9 febbraio 2016


Un clamoroso caso giurisprudenziale ha appassionato oltre che diviso i giuristi italiani. La controversia giunta dinanzi al supremo consesso della Corte di Cassazione è delicata perché densa di implicazioni sul piano etico, filosofico e morale: una donna aveva partorito una bambina risultata affetta dalla sindrome di down. Tale evento era totalmente inatteso in quanto la genitrice nel corso della gestazione si era sottoposta ad esami diagnostici per individuare preventivamente possibili malformazioni del nascituro. I genitori avevano evocato in giudizio la struttura sanitaria al fine di ottenere il risarcimento del danno sofferto da loro stessi e da loro figlia in quanto i medici nel corso degli esame non avevano riscontrato la patologia. Se correttamente e puntualmente informata di tale circostanza la madre non avrebbe portato a termine la gravidanza (almeno così deduce in giudizio) e per questo ha chiesto il risarcimento del danno in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale.
La Cassazione a sezioni unite con sentenza n. 25767 del 22 dicembre 2015 ha risolto un contrasto giurisprudenziale sulla responsabilità medica per nascita indesiderata negando il risarcimento per i danni da <<vita ingiusta>> subiti dalla figlia accogliendo invece la richiesta del risarcimento del danno patito dai genitori. Secondo gli ermellini nessuno può far valere un danno derivante dal solo fatto di esser nato. Sostenere il contrario, osserva la Suprema corte nella sua composizione più autorevole, equivale a statuire un <<diritto alla non vita>> sconosciuto dal nostro ordinamento giuridico.
Con questa sentenza che certamente farà discutere s'intende chiaramente evitare il rischio di una <<deriva eugenetica>> in forza della quale <<la vita verrebbe ad essere apprezzabile in ragione dell'integrità psico-fisica>>.
Non è possibile individuare un nesso causale tra la condotta colposa del medico ed il patimento psichico cui l'essere umano portatore di una grave patologia genetica è destinato nel corso della vita.
Il riconoscimento di una responsabilità in capo al sanitario verso il nato portatore di handicap aprirebbe per coerenza la strada a un'analoga responsabilità della stessa madre che rettamente informata dal medico delle patologie riscontrate sul figlio ancora in grembo abbia portato a termine la gravidanza.
Per quanto di ragione, il medico della struttura sanitaria nell'interpretare erroneamente gli esami diagnostici ha omesso di rilevare la patologia ma non ha cagionato la malformazione e, quindi, se si vuole a tutti i costi individuare una responsabilità di qualcuno verso il nascituro si dovrebbe chiamare in causa la natura a volte crudele. Ma ciò non è possibile.
In forza di tali argomentazioni largamente condivise anche da chi scrive la Cassazione ha ritenuto di chiarire definitivamente che non esiste il diritto alla non vita, sicché la vita di un disabile non può considerarsi un danno. Nocumento questo di cui si farebbero portatori i genitori nell'attribuire alla volontà del figlio il rifiuto di una vita segnata dalla malattia e, come tale, non degna di essere vissuta.
Diverso è il diritto del concepito a nascer sano nell'ipotesi in cui il nascituro non sia già portatore di alcuna malattia. Nel caso in cui il feto è sano e la malformazione è riconducibile sotto un profilo eziologico alla condotta nel medico (come nell'ipotesi in cui siano stati somministrati erroneamente farmaci in gravidanza ovvero nell'ipotesi in cui sia stata sottoposta la paziente a terapie non confacenti alla gestazione) non vi è dubbio sulla imputabilità della responsabilità in capo al sanitario e quindi sulla legittimazione ad agire dei genitori e del figlio che per fatto e colpa di terzi sono costretti a vivere una vita più disagiata. Pertanto, la giurisprudenza di merito e legittimità è monocorde nel ritenere che le lesioni arrecate prima della nascita, quale conseguenza di attività diretta del medico ed estrinsecatesi dopo di questa legittimano il nascituro ed i di lui genitori al risarcimento dei danni subiti nella fase pre-natale.

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