La risarcibilità del danno derivante da errore medico in presenza di una patologia pregressa

| 25/05/2016 12:15


Avv. Cristiano Cominotto, Dott.ssa Manuela Casati - AssistenzaLegalePremium.it

Come noto, il paziente che abbia subito un danno derivante da errore medico ha diritto ad ottenere tanto il risarcimento del danno non patrimoniale da esso derivato, quanto il risarcimento delle voci di danno patrimoniale che siano conseguenza della stessa condotta imprudente, negligente o imperita del medico.

Tra tali voci di danno risarcibile configura sicuramente il danno patrimoniale da invalidità lavorativa specifica futura: il paziente avrà diritto ad ottenere congruo indennizzo laddove l'errore medico abbia impattato negativamente sulla sua capacità lavorativa/produttiva.
Una recente pronuncia della Corte di Cassazione si è espressa proprio sulla risarcibilità di tale voce di danno interrogandosi sull'opportunità di risarcimento in caso di soggetto che presenti già una presunta ridotta capacità produttiva, derivante da una sindrome preesistente.

Nel caso affrontato dalla Cassazione Civile, sez. III, con sentenza n.3893 del 29/02/2016 , la condotta negligente del medico aveva determinato in un neonato, già affetto da sindrome di Down, un danno neurologico da grave asfissia (definito ipossia): da qui era derivata un'invalidità totale del bambino.

I genitori del minore avevano quindi agito in giudizio per ottenere congruo risarcimenti dei danni derivati dalla condotta del ginecologo.

La Corte di primo grado, riconoscendo la sussistenza di un danno patrimoniale da invalidità lavorativa specifica futura pari al 100% derivato dall'errore medico, aveva condannato la struttura ospedaliera a risarcire per intero il danno patito: questo veniva calcolato utilizzando quale base di calcolo il criterio del "reddito nazionale medio".

La liquidazione del danno operata dal giudice di primo grado era stata però in seguito messa in discussione dalla Corte di Appello di Genova vista la sussistenza di una patologia grave, preesistente l'errore medico, e di per sé limitativa della capacità produttiva del soggetto: "cause preesistenti alla invalidità cagionata dal personale responsabile avrebbero, presumibilmente, comunque impedito il raggiungimento di un livello reddituale medio"(Corte di Appello di Genova, sent. n. 371/2012).

In particolare la Corte Genovese effettuava altresì le seguenti considerazioni:1) la sindrome di Down e l'errore medico erano concause dell'invalidità del minore; 2) "ciascuno deve rispondere in proporzione a ciò che a lui è effettivamente e casualmente imputabile, secondo un elementare principio di diritto", 3) non poteva escludersi l'incidenza causale della pregressa patologia, sui danni patiti dal neonato altrimenti si sarebbe giunti "alla conseguenza assurda di ritenere responsabile dell'intero danno ..l'autore della condotta cui è riconducibile solo una parte del danno stesso"(si veda Corte di Appello di Genova, sent. n. 371/2012).

Sulla base di quanto riportato, al fine di evitare che il personale operante potesse essere chiamato a rispondere di danni derivanti da causa preesistente e indipendente il suo operato, l'adita Corte era quindi giunta ad applicare il principio di uguaglianza delle concause ex art. 2055 c. 3 c.c.: l'invalidità del minore, pari al 100% era da ascriversi per il 50% alla condotta del medico, e per il 50% alla patologia preesistente.

Per tali ragioni in secondo grado non solo la percentuale di danno risarcibile veniva sensibilmente ridotta, ma veniva utilizzato quale base di calcolo dello stesso il criterio del "triplo della pensione sociale", in luogo di quello del "reddito nazionale medio".

Proprio tali conclusioni sono state oggetto di critica da parte dalla Corte di Cassazione, la quale è giunta a sottolineare come la Corte di Appello non avesse operato un'adeguata valutazione del nesso di causalità tra la condotta dei sanitari/la sindrome di Down e l'invalidità totale del minore.
La Suprema Corte rilevava infatti come l'ipossia (cagionata dalla condotta negligente del medico) fosse una patologia solitamente idonea a determinare un'invalidità permanente del 100%. Non era quindi chiaro su che base i giudici di merito l'avessero ritenuta semplice concausa della sopravvenuta totale invalidità e non invece causa esclusiva, prescindente cioè dalla sussistenza della sindrome di Down: "ove… emerga che la condotta colposa del suindicato medico abbia nella specie assunto rilievo di causa del danno indipendentemente dalla causa originaria, e cioè come autonoma causa efficiente eccezionale ed atipica rispetto alla prima e di per sé idonea a determinare l'invalidità permanente al 100% del minore …, deve trarsene che il relativo autore (nella specie il medico) è tenuto a risarcire l'intero danno" (Cass. Civ., sez. III, sent. n.3893 del 29/02/2016).

Doveva altresì criticarsi la scelta di utilizzare quale base di calcolo del danno prodotto il criterio del "triplo della pensione sociale" . La Cassazione rilevava infatti come i motivi addotti dalla Corte di Appello a sostegno di tale decisione si appalesassero quali "sostanzialmente apodidittici ed illogici, inidonei a consentire di evincere in particolare se nella specie la corte di merito abbia ritenuto che a parità di occupazione/ prestazione lavorativa possa essere corrisposta una minore retribuzione in ragione della disabilità di cui il soggetto è affetto (tesi che prospetterebbe invero dubbi di legittimità costituzionale ex art. 3 Cost.), ovvero abbia diversamente ravvisato al minore preclusa, in ragione della patologia di cui è risultato affetto sin dalla nascita, la possibilità di pervenire a esplicare attività lavorative, rispetto a soggetto dalla stessa viceversa immune, con conseguente minore possibilità di pervenire a livelli di guadagno pari a quelli delle persone prive di siffatta disabilità" (Cass. Civ., sez. III, sent. n.3893 del 29/02/2016).

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