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Danno da ingiusta detenzione

11/01/2018 15:20


Percorso di giurispudenza di Plus Plus 24 Diritto - Aggiornato al 11.01.2018 a cura di Lorusso Donato Silvano, BLB Studio Legale, De Totero Iacopo




Definizione

Il risarcimento del danno da ingiusta detenzione, introdotto con D.P.R. n. 447 del 1988, poi modificato con legge 16 dicembre 1999, n. 476, è regolato dagli artt. 314 e 315 del codice di procedura penale. L'oggetto della pretesa risarcitoria consiste nel danno subito in ragione della privazione della libertà che, anche ove legittimamente disposta dalle autorità, si sia rivelata ingiusta. Ne consegue che la detenzione può essere ingiusta di per sé come nei casi in cui l'innocenza dell'imputato venga successivamente accertata con sentenza irrevocabile di proscioglimento per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o poiché il fatto non è previsto dalla legge come reato. Similarmente, la detenzione è da ritenersi ingiusta ove intervenga provvedimento di archiviazione o sia pronunciata sentenza di non luogo a procedere.

La privazione della libertà dovrà, altresì, considerarsi ingiusta quando l'imputato prosciolto per qualsiasi causa oppure condannato, abbia subito la privazione della libertà in ragione di misura cautelare disposta senza che sussistessero le condizione di cui agli articoli 273 e 280 del codice di procedura penale.


Natura della riparazione

Sebbene con riguardo al danno da ingiusta detenzione sia diffuso l'utilizzo del termine risarcimento, la natura risarcitoria del ristoro appare discutibile in considerazione del limite normativamente stabilito per la riparazione. Se originariamente il danneggiato vedeva la sua pretesa limitata nel tetto a cento milioni di lire, l'intervento del legislatore, con legge n. 479 del 1999 ha provveduto ad aumentare tale limite che, oggi, è fissato in Euro 516.456,90. La limitazione in parola, peraltro, indurrebbe a ritenere che la riparazione abbia natura di indennizzo piuttosto che di riparazione.


Profili processuali

Legittimato all'esercizio dell'azione è il soggetto che abbia subito l'ingiusta detenzione. Tuttavia in caso di decesso del danneggiato saranno legittimati ad agire anche il coniuge, i discendenti, fratelli e sorelle ed affini entro il primo grado oltre a coloro che sono legati al danneggiato da vincolo di adozione. L'azione a pena d'inammissibilità è sottoposta a termine biennale che decorre dal giorno in cui sia divenuta irrevocabile la sentenza, di proscioglimento o di condanna, ovvero sia divenuta inoppugnabile la sentenza di non luogo a procedere. Con riguardo al provvedimento di archiviazione, invece, il termine decorre dall'avvenuta notificazione al soggetto nei cui confronti sia intervenuta. La competenza spetta alla Corte d'Appello nel cui distretto ha sede l'autorità che ha pronunciato il provvedimento divenuto irrevocabile. Ove tale provvedimento sia stato, invece, reso con pronuncia della Cassazione, è competente la Corte d'Appello nel cui distretto è stato emesso il provvedimento impugnato. Come precisato dall'ultimo comma dell'art. 315 c.p.p., trovano applicazione in quanto compatibili, le disposizioni sull'errore giudiziario.


Ipotesi di esclusione

Vi sono però ipotesi in cui la riparazione deve escludersi. Si tratta dei casi in cui l'imputato abbia dato causa o concorso a cagionare la detenzione con dolo o colpa grave. Ove la detenzione sia disposta sulla base di diversi titoli di imputazione il ristoro è, altresì, escluso per la parte derivante da titolo diverso da quello rivelatosi non sussistente. Ulteriore ipotesi di esclusione ricorre nel caso in cui l'assoluzione o l'archiviazione sia determinata da abrogazione della norma incriminatrice.

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