Indennizzo e Risarcimento: il problema della cumulabilità

13/03/2018 14:37



Commento a cura dell'Avv. Gianfranco Di Garbo


La sentenza del Consiglio di Stato, in Adunanza plenaria, del 18 febbraio 2018 (di cui ha già dato pronta comunicazione F.M. Grieso su Guida al Diritto del 26 febbraio) induce una serie di riflessioni che travalicano il caso di specie per interessare alcuni degli snodi più delicati del sistema della responsabilità civile.
Il caso in esame colpisce per la sua peculiarità, trattandosi del reclamo di un magistrato al quale era stata riconosciuta la dipendenza da causa di servizio di una grave infermità causata dal rilascio di fibre di amianto presente nelle lastre in cemento che ricoprivano i muri dell'edificio che ospita la procura presso la quale lo stesso ha prestato la sua attività per oltre un decennio.
Il magistrato aveva successivamente chiesto al Tribunale amministrativo regionale la condanna del Ministero della giustizia al risarcimento del danno non patrimoniale alla salute subito a seguito dell'esposizione all'amianto, prospettando che da tale risarcimento non avrebbe dovuto essere dedotto l'importo già percepito a titolo di equo indennizzo.
Quest'ultimo, infatti , costituirebbe uno «strumento a contenuto patrimoniale di natura previdenziale», mentre il risarcimento sarebbe «finalizzato a ripristinare integralmente il danno subito, in tutte le sue qualificazioni».
Si tratta di un pronunciamento importante su una quaestio ampiamente vexata nella giurisprudenza civile e amministrativa e che si può riassumere nel quesito se il soggetto responsabile ex art. 2043 c.c. per non avere impedito l'evento (nella specie il Ministero della Giustizia) sia tenuto a risarcire anche quanto risulta già versato a titolo di indennizzo assicurativo/previdenziale a favore del medesimo danneggiato.
Sul tema si registrano due orientamenti contrapposti della Corte di Cassazione. A un orientamento tradizionale, al quale nel caso in esame si era uniformato il TAR Lazio, che ritiene operante il cumulo tra indennizzo e risarcimento, sul presupposto che la condotta illecita è mera "occasione" e non "causa" dell'attribuzione dell'indennità, si contrappone un orientamento minoritario (che ora trova autorevole supporto dalla sentenza in esame) secondo il quale opera in questi casi il principio della c.d. compensatio lucri cum damno : ciò che rileva è che la condotta sia unica e, nella specie, il fatto illecito deve considerarsi "causa" dell'attribuzione dell'indennità.
Già nell'ordinanza di rimessione erano stati ricostruiti con chiarezza alcuni snodi dogmatici della teoria della responsabilità civile, primo tra tutti quello del nesso causale, posto che il punto di partenza è il principio generale dettato dall'art. 1223 cod. civ. (richiamato, per la responsabilità aquiliana, dall'art. 2056), che codifica la (mera) funzione riparatoria del danno, per cui occorre risarcire la perdita subita solo in quanto essa sia la "conseguenza immediata e diretta" dell'illecito, mediante una operazione concettualmente unica che va sotto il nome della c.d. concezione differenziale del danno: si guarda al patrimonio della vittima precedente il sinistro, si sottrae il patrimonio residuato e se ci si imbatte in un vantaggio che sia conseguenza dell'illecito ma che è inferiore alla perdita, opererà la compensatio, mentre se il vantaggio è superiore alla perdita si dovrà concludere che l'illecito non ha provocato alcun danno.
La sentenza del Consiglio di stato prende in esame solo uno dei possibili casi di cumulo tra indennizzo e risarcimento, e cioè quello in cui per la condotta illecita è responsabile un solo soggetto (lo Stato) ancorché a due diversi titoli: il primo è quello contrattuale ex art. 2087, 1218 e 2059 Codice Civile (danno non patrimoniali sub specie di danno biologico), il secondo è quello indennitario di fonte legale derivante dalla disciplina sull'equo indennizzo di cui all'art. 68 del decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3 (successivamente abrogato ma applicabile ai fatti di causa).
In questo caso lo stesso soggetto, secondo la teoria del cumulo, verrebbe a corrispondere una somma superiore a quella che riflette l'effettivo danno, di talché verrebbe infranta la finalità prioritaria del sistema di responsabilità civile e cioè quella compensativa, laddove la sua ulteriore finalità, di natura sanzionatoria/punitiva, è stata sì riconosciuta esistente (e non confliggente con i principi generali) da una nota sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione in materia di esecuzione nello Stato di una sentenza straniera, ma soltanto quando vi sia una espressa norma di legge.
Il Consiglio di Stato ha disposto in questo caso la detrazione dall'importo del risarcimento di quanto già corrisposto a titolo di indennizzo, demandando alla giurisprudenza della Corte di Cassazione (le cui Sezioni Unite sono già state investite della questione) di emettere il principio di diritto sull'altra importante fattispecie ipotizzabile di compensatio, che si caratterizza sempre per la presenza di un solo soggetto autore della condotta responsabile, ma per la quale tuttavia vi sono due soggetti obbligati a titoli diverso, di volta in volta legale o contrattuale (di regola si tratta di forme di assicurazione sociale o privata), a versare un indennizzo con eventeventuale rivalsa sul danneggiante. E' in relazione a tale tipologia di rapporti che si fronteggiano le due tesi sulla cumulabilità di prestazioni patrimoniali aventi diverso titolo giuridico: su questa questione correttamente il Consiglio di Stato non si pronuncia demandando la decisione, ratione materiae, alla giurisprudenza della Cassazione, di cui si attende un pronunciamento a Sezioni Unite.
Quindi vi è da ritenere che laddove vi sia la presenza di duplicità di titoli giustificativi ma di un solo obbligato, la conclusione circa la non cumulabilità è da ritenersi un punto di arrivo difficilmente reversibile, perché, appunto, essa integrerebbe una "punizione" del danneggiante gravandolo di un risarcimento superiore alla perdita subita dal danneggiato, senza espressa previsione di legge.
Non altrettanto scontata è la decisione nella tipologia in cui i soggetti obbligati siano due. Si pensi al caso tipico della assicurazione per lesioni non mortali, nel quale il soggetto obbligato (colui che ha commesso l'illecito) deve risarcire integralmente il danno aquiliano, mentre l'assicuratore privato dovrebbe corrispondere l'indennizzo previsto dal contratto di assicurazione. In tal caso si potrebbe obiettare che l'arricchimento del soggetto danneggiato non è illecito (sorgendo da un titolo contrattuale) e purtuttavia il profilo "punitivo" entra di nuovo in scena in virtù dell'istituto della surrogazione (art. 1916 cod. civ.) secondo cui l'assicuratore che ha pagato l'indennità è surrogato, fino alla concorrenza dell'ammontare di essa, nei diritti dell'assicurato verso i terzi responsabili. Si potrebbe infatti verificare il caso in cui il danneggiato, che avesse già corrisposto il risarcimento alla parte danneggiata, sia chiamato a corrispondere la stessa somma all'assicuratore di quest'ultimo a seguito della successione nel rapporto obbligatorio insito nell'istituto della surrogazione, con evidente effetto "punitivo" nei suoi confronti. Ed è questo in ultima analisi il tema sul quale si attende la parola della Suprema Corte: se l''eventuale effetto duplicatorio sia ammissibile (perché previsto, sia pure indirettamente, da una norma di legge) o se debba considerarsi semplicemente "punitivo" e quindi in contrasto con i principi generali del sistema della responsabilità civile.