RISARCIMENTO DANNI

Misselling e investimento in bond argentini: la banca deve risarcire il danno e pagare anche gli interessi compensativi

| 07/10/2019 07:42

Nel caso di violazione degli obblighi informativi gravanti sugli intermediari, la Banca è responsabile per il danno economico subito dal cliente, che ha sottoscritto l'acquisto di obbligazioni estere e va condannata al risarcimento: questo - in estrema sintesi - il principio affermato dalla Corte di Appello di Roma, nella sentenza n. 5676 del 19 settembre 2019, che ha significativamente riformato la precedente decisione del Tribunale di Viterbo.

Il provvedimento - con argomentazioni condivisibili - ripercorre la vicenda che ha interessato, purtroppo, tantissimi risparmiatori, coinvolti nel noto default dello Stato argentino, che aveva emesso una notevole quantità di obbligazioni ad alto rischio, vendute anche attraverso le Banche italiane e rivelatesi un investimento fallimentare.

La fattispecie riguarda il caso di un pensionato ottantenne, che "insoddisfatto del basso rendimento dei titoli di stato nazionali e di altri titoli obbligazionari ritenuti più affidabili dal mercato e dalle agenzie di rating, aspirava all'ottenimento di rendita di maggiore importo": in ragione di ciò, nel mese di aprile del 2000, aveva acquistato, attraverso la propria Banca, i cc.dd. "tango bond" al tasso dell'8,125% per un importo di € 62.157,55 (valore poi del tutto azzeratosi).
Il Giudice di primo grado aveva rigettato integralmente le domande del risparmiatore, dirette - in primis - a far dichiarare la nullità del contratto per difetto di sottoscrizione dell'intermediario e, comunque, a far accertare la violazione degli obblighi informativi a carico della Banca e il conseguente diritto al risarcimento del danno.

Di diverso avviso la Corte di Appello.

Infatti, in linea con l'orientamento, ormai consolidato, della giurisprudenza di legittimità, la Corte - dopo aver escluso la nullità dell'acquisto ai sensi dell'art. 23 TUF, richiamando la nota pronuncia delle Sezioni Unite (16 gennaio 2018, n. 898), che ha ritenuto sufficiente la sola sottoscrizione dell'investitore, trattandosi di norma con finalità di protezione di quest'ultimo - ha affermato che la condotta della Banca fosse comunque contraria al disposto degli artt. 21 TUF, nonché 28 e 29 dell'allora vigente Regolamento Consob n. 11522/98, concernenti gli obblighi degli intermediari sia di informare compiutamente i clienti sulle caratteristiche e sui rischi dell'investimento, sia di non eseguire operazioni inadeguate per il singolo risparmiatore.

La decisione - in virtù del richiamo testuale alle prove testimoniali e alla documentazione acquisita in giudizio - entra nel dettaglio del caso, per far discendere la responsabilità della Banca dalla mancata valutazione della specificità dell'investimento in relazione alle richieste del cliente e, soprattutto, alla sua modestissima esperienza in ambito finanziario: a fronte di tale situazione, infatti, "avrebbe dovuto evidenziare, oltre all'elevata rischiosità dell'operazione d'investimento su un titolo pacificamente speculativo, la palese inadeguatezza dell'operazione e che l'eventuale ordine d'acquisto non avrebbe potuto avere esecuzione se non dietro ordine scritto menzionante le avvertenze ricevute".

Ed effettivamente, la lettura dell'art. 29, terzo comma, del richiamato Regolamento Consob n. 11522/98 (rubricato "Operazioni non adeguate") - nella formulazione vigente ratione temporis - porta inevitabilmente a questa conclusione, prevedendo detta norma che "Gli intermediari autorizzati, quando ricevono da un investitore disposizioni relative ad una operazione non adeguata, lo informano di tale circostanza e delle ragioni per cui non è opportuno procedere alla sua esecuzione. Qualora l'investitore intenda comunque dare corso all'operazione, gli intermediari autorizzati possono eseguire l'operazione stessa solo sulla base di un ordine impartito per iscritto ovvero, nel caso di ordini telefonici, registrato su nastro magnetico o su altro supporto equivalente, in cui sia fatto esplicito riferimento alle avvertenze ricevute".

L'esecuzione dell'acquisto in violazione di tale disposizione determina, ad avviso della Corte, la prova dell'inadempimento della Banca, confermato dal contenuto del modulo dell'ordine, che non era compilato, né sottoscritto dal cliente nella parte attestante l'avvertimento della non adeguatezza dell'operazione e della sua ineseguibilità in assenza di specifica conferma scritta.

L'assunto pare ineccepibile e, del resto, è conforme alla soluzione già fornita, con convincente motivazione, dalla Corte in analoga fattispecie: "Anche se l'investimento in bonds argentini fosse stato adeguato al profilo di rischio, la Banca sarebbe stata egualmente tenuta ad illustrarne la specifica rischiosità al risparmiatore, perché anche avere una elevata propensione al rischio non equivale ad autolesionismo, e non implica indifferenza alla prospettiva di perdita dell'intero capitale. In ogni caso, l'investimento in questione non appare neppure adeguato alla propensione al rischio, che potrebbe essere "discreta" ma non "elevata"; sebbene manchi qualsiasi elemento oggettivo per poter formulare una tale (difficile) valutazione. L'obbligo informativo non si esaurisce nella fase iniziale dell'investimento (ossia nel momento dell'acquisto dei titoli), ma persiste durante tutto il rapporto di deposito e custodia dei titoli" (C. Appello Roma, sez. III, 2 agosto 2017, n. 5251).

La ratio decidendi si innesta in un filone giurisprudenziale, che valorizza, da un lato, il concreto rispetto degli obblighi informativi della Banca e, dall'altro lato, il dovere di non dar seguito a investimenti palesemente inadeguati per il cliente.

Sul punto, la Suprema Corte è stata recentemente finanche più incisiva, affermando che neppure la sottoscrizione da parte dell'investitore potrebbe costituire esimente per l'Istituto, qualora le circostanze di fatto deponessero in senso contrario: "Nella giurisprudenza di questa Corte è acquisito il principio secondo cui la sottoscrizione da parte del cliente della segnalazione di inadeguatezza dell'operazione di investimento, contemplata dall'art. 29, comma 3, del reg. Consob n. 11522 del 1998, non costituisce dichiarazione confessoria (Cass. n. 20178/2014), nè incide sul riparto del relativo onere di allegazione e prova, nè tantomeno costituisce prova dell'adempimento dell'obbligo informativo posto a carico dell'intermediario, ma fa soltanto sorgere una presunzione semplice che quell'obbligo sia stato assolto (Cass. n. 10111/2018, n. 11578/2016)" (Cass. Civ., sez. I, 14 novembre 2018, n. 29353).

Da non trascurare, peraltro, il fatto che - nel rapporto finalizzato all'investimento - il cliente pone affidamento in un dovere di diligenza gravante sull'intermediario, in ragione delle sue specifiche competenze professionali: le norme interessate sono gli artt. 1173 e 1218 c.c., che pongono anche una base contrattuale per gli obblighi gravanti sulla Banca. La buona fede non si limita al dovere di rispettare la legge e gli accordi contrattuali, ma diventa "buona fede integrativa", presupponendo anche obblighi di protezione dell'altro contraente. Obblighi, nel caso di specie, del tutto disattesi.

Sulla scorta di tali premesse, la sentenza in commento ritiene altrettanto provato il danno, corrispondente alla perdita del capitale investito, a seguito della dichiarazione di insolvenza dello Stato argentino (23 dicembre 2001).

Il punto è di estremo interesse, innanzitutto perché i Giudici escludono che possa configurarsi una condotta negligente del danneggiato, rimasto inattivo a fronte di possibilità di recupero delle somme, mediante adesione all'accordo promosso dalla Repubblica Argentina: in proposito, la sentenza evidenzia come non vi fossero prove che parte appellante avesse colpevolmente omesso di accogliere offerte transattive. Anzi, la stessa Banca non era in grado di valutare se le obbligazioni oggetto di causa rientrassero nella proposta. Ma il dato rilevante è che la Corte di Appello fa un passaggio ulteriore e assai significativo, nell'ottica dell'affermazione di una giustizia "sostanziale".

Fornendo uno spunto argomentativo fortemente innovativo rispetto alla posizione tradizionale della giurisprudenza, condanna la Banca non soltanto a risarcire il capitale investito rivalutato (detratto unicamente l'aliunde perceptum, rappresentato dalla cedola incassata in corso di rapporto), ma a pagare altresì gli interessi compensativi: è una decisione equilibrata, che mira a garantire al danneggiato l'integrale ristoro della perdita subita, anche in relazione alla ritardata liquidazione. Un forte (e condivisibile) richiamo all'applicazione di un diritto orientato all'equa riparazione.

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