danni non patrimoniali

Danno catastrofale o da lucida agonia: rileva la prova della cosciente e lucida percezione dell'ineluttabilità della propria fine anche solo per poche ore

| 23/10/2019 08:39


a cura di Giuseppe Colonna, Studio Legale Nova


I danni non patrimoniali riportati dalla vittima di un sinistro, di poi deceduto, trasmissibili jure hereditatis, possono consistere, come noto, nel danno biologico (cd. danno terminale) o nel danno morale soggettivo (cd. danno catastrofale), consistente, per pacifica giurisprudenza, nell'intima sofferenza patita dalla vittima nel percepire l'ineluttabile fine-vita.

Ma qual è il lasso di tempo necessario per configurare il cd. danno catastrofale?

Sul tema è intervenuta nuovamente la Corte di Cassazione, VI Sezione, con l'ordinanza n. 23153, depositata il 17 settembre 2019.

I ricorrenti lamentavano la decisione del giudice di secondo grado, che aveva rigettato il motivo d'impugnazione principale, escludendo il loro diritto al risarcimento iure hereditatis del danno catastrofale, ritenendo troppo breve il lasso temporale intercorso tra l'evento e la morte, laddove - viceversa - il de cuius era deceduto dopo due ore e mezzo di "lucida agonia" in quanto perfettamente lucido e cosciente.

La Corte di Cassazione, in accoglimento del ricorso, ha cassato con rinvio la sentenza impugnata, ribadendo e specificando - in relazione al danno catastrofale - che "Trattandosi di danno-conseguenza, l'accertamento dell'an presuppone la prova della "cosciente e lucida percezione" dell'ineluttabilità della propria fine".

Per l'effetto se "Viene esclusa...la risarcibilità del danno da perdita del bene vita qualora il decesso si verifichi immediatamente" "altro è il caso di chi subisca delle lesioni mortali che però producono l'effetto esiziale a una distanza di tempo da quando si verificano. In questo caso durante l'intervallo di tempo la persona è inserita nel sistema giuridico come soggetto "capace" di essere titolare di diritti (mantenendo la capacità giuridica, ex art. 2) con la sussistenza di un danno rapportato alla durata del tempo che separa la lesione (inferita a soggetto titolare di capacità giuridica) dalla morte (evento che, giuridicamente, sopprime la capacità giuridica)".
In questo intervallo, matura sempre il danno biologico soggettivoe può aggiungersi un danno morale peculiare, ovvero il danno da percezione, ma "se, nel tempo che intercorre tra la lesione e il decesso, la persona non è in grado di percepire la sua situazione, e in particolare l'imminenza della morte, il danno non patrimoniale sussistente è riconducibile soltanto alla speciesbiologica; se, invece, la persona si trova in una condizione di lucidità agonica, si aggiunge, sostanzialmente quale ulteriore accessorio della devastazione biologica stricto sensu, un peculiare danno morale terminale…".

Conclude la Corte: "Nel caso di specie lo spatium temporis appare tutt'altro che il "brevissimo tempo" cui si riferiscono le Sezioni Unite nell'intervento del 2015, per escluderne il rilievo ai fini risarcitori, trattandosi di alcune ore. Il giudice del rinvio, sulla base delle risultanze istruttorie, verificherà se la vittima era lucida, e quindi percepiva la sua tremenda situazione, tale da non poter non indurre quantomeno il forte timore della morte imminente e lo strazio per l'abbandono dei congiunti".

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