SOCIETA' DI CAPITALI

Responsabilità dei direttori generali e riparto di competenza tra tribunale delle imprese e giudice del lavoro

| 05/02/2020 15:47

Contributo a cura dell'Avv. Rossana Mininno del Foro di Milano

Con l'ordinanza n. 345 del 13 gennaio 2020 la Sesta Sezione civile della Suprema Corte di cassazione si è pronunciata in tema di responsabilità dei direttori generali di società di capitali e di riparto competenziale tra Sezione specializzata in materia d'impresa e Sezione lavoro.

Il direttore generale di società di capitali.

Nelle società di capitali il direttore generale riveste un ruolo apicale, essendo la sua posizione assimilata ex lege a quella degli amministratori «per gli ampi poteri di cui dispone» (Cass. pen., Sez. V, sentenza n. 39449 del 3 settembre 2018), ferma restando la distinzione esistente a livello di funzioni concretamente assegnate: all'amministratore spetta la «gestione dell'impresa», mentre al direttore generale la «esecuzione, seppur al più elevato livello, delle disposizioni generali impartite nel corso di tale gestione, a nulla rilevando che al direttore generale possano essere affidati compiti di contenuto analogo a quelli incombenti sugli amministratori, sì che in concreto risulti difficoltoso ricollegare un atto all'una o all'altra funzione» (Cass. civ., Sez. Lav., sentenza n. 8279 del 10 novembre 1978, massima rv. 455878 - 01).

Dette funzioni «sono concettualmente e praticamente diverse», tant'è che «non sono inscindibili anche quando siano affidate alla stessa persona» (Cass. civ., Sez. lav., sentenza n. 3400 del 16 giugno 1979, massima rv. 399825 - 01).

Con specifico riferimento alla figura del direttore generale, le sue mansioni «vanno ricollegate allo svolgimento di funzioni di alta gestione in modo continuativo» (Cass. civ., Sez. I, sentenza n. 28819 del 5 dicembre 2008). In altri termini, «occorre che sussista lo svolgimento, in posizione subordinata rispetto agli amministratori, di funzioni decisionali nell'amministrazione con posizione di preminenza, di direzione e vigilanza sugli uffici e servizi dell'impresa, ancorché prive di rilevanza esterna (…) cui si accompagni uno stabile inserimento nell'organizzazione imprenditoriale» (Cass. n. 28819/2008 cit.).

Sul direttore generale grava, altresì, «il potere-dovere di valutare la legittimità delle decisioni degli amministratori prima di darvi esecuzione e dunque di rifiutarsi di eseguire le decisioni degli amministratori in ipotesi illegittime» (Cass. civ., Sez. I, sentenza n. 23630 del 18 novembre 2015).

Per quanto attiene alla tipologia di rapporto esistente con la società il direttore generale è stato, tradizionalmente, inquadrato nella categoria dei lavoratori dipendenti, nonostante sia ravvisabile un fisiologico ‘affievolimento' del vincolo di subordinazione in ragione dell'ampiezza e della discrezionalità dei poteri al medesimo attribuiti (Cass. n. 3400/1979 cit.; Cass. n. 8279/1987 cit.), attesa l'insussistenza di un'incompatibilità di principio tra la qualità di direttore generale e quella di lavoratore subordinato alle dipendenze della società (cfr. ex multis Cass. civ., Sez. lav., sentenza n. 21759 del 17 novembre 2004).

In alcune pronunce giurisprudenziali, tuttavia, è stata ammessa la possibilità che il direttore generale sia un soggetto esterno alla società, non legato alla stessa da un vincolo di subordinazione (cfr. Cass. civ., Sez. I, sentenza n. 3614 del 4 giugno 1981; Cass. civ., Sez. lav., sentenza n. 7796 del 14 luglio 1993, con cui la Suprema Corte ha confermato la decisione dei Giudici di merito, i quali avevano escluso la ricorrenza del requisito della subordinazione in relazione al conferimento, con una scrittura privata di contratto d'opera, dell'incarico di procuratore speciale e direttore generale di una società, con compiti di gestione della stessa, concretamente svolti in assenza di specifici controlli e direttive del Consiglio di Amministrazione).

Per pervenire alla detta conclusione è stata valorizzata la modifica apportata al testo dell'articolo 2396 cod. civ. dal decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 6 ("Riforma organica della disciplina delle società di capitali e società cooperative, in attuazione della legge 3 ottobre 2001, n. 366"), consistita nell'aggiunta, nella parte finale, dell'inciso «salve le azioni esercitabili in base al rapporto di lavoro con la società»: dalla novella «si ricava soltanto che il direttore generale può essere un lavoratore subordinato - ed in tal caso saranno salve le azioni che nascono dal rapporto di lavoro in essere, anche sotto il profilo della responsabilità - ma non certamente che egli debba necessariamente esserlo» (Cass. n. 28819/2008 cit.).

In tema di responsabilità il codice civile parifica la posizione del direttore generale a quella dell'amministratore, estendendo il regime disciplinatorio relativo a quest'ultimo ai direttori generali che siano stati nominati dall'Assemblea o anche dal Consiglio di Amministrazione in base ad apposita disposizione dello statuto (cfr. articolo 2396 cod. civ.).

Secondo l'orientamento giurisprudenziale maggioritario l'investitura formale costituisce elemento di tipizzazione della responsabilità, necessario al fine dell'assoggettamento del direttore generale al medesimo regime previsto per gli amministratori: «il direttore generale rientra tra gli organi facenti parte della struttura tipica della società, purché la sua nomina sia stata prevista nell'atto costitutivo ovvero effettuata con deliberazione dell'assemblea, essendo tale derivazione primaria della sua investitura esplicitamente richiesta dall'art. 2396 cod. civ.» (Cass. civ., Sez. III, sentenza n. 2284 del 5 luglio 1968, massima rv. 334574 - 01. Conformi Cass. civ., Sez. lav., sentenza n. 18995 del 12 dicembre 2003; Cass. n. 28819/2008 cit.; Cass. n. 23630/2015 cit.).

I requisiti fissati dall'articolo 2396 cod. civ. sono stati «ribaditi anche con la riforma societaria in ragione delle modifiche di dettaglio introdotte nel testo normativo in cui è riaffermata la necessità dell'investitura formale nella carica» (Cass. n. 28819/2008 cit.), con conseguente ammissibilità di un concorso tra l'azione sociale di responsabilità e quella avente titolo nel rapporto di lavoro (eventualmente) esistente con la società.

La giurisprudenza di legittimità ha, altresì, escluso l'applicabilità, in via analogica, dell'articolo 2396 cod. civ. nelle ipotesi di mancanza di investitura formale per difetto del tertium comparationis: «il legislatore nell'art. 2396 c.c. non ha offerto una definizione di direttore generale legata al contenuto intrinseco delle mansioni, ma ha ricollegato la responsabilità di tale soggetto alla sua posizione apicale all'interno della società, desunta dal dato formale della nomina da parte dell'assemblea o anche da parte del consiglio di amministrazione, in base ad apposita previsione statutaria. Al di fuori di queste ipotesi non sussiste un preciso supporto normativo che consenta di estendere lo speciale ed eccezionale regime di responsabilità proprio della figura nominata di direttore generale ad altre ipotesi vicine a quella considerata dal legislatore» (Cass. n. 28819/2008 cit.).


I dicta.

Con l'ordinanza n. 345 del 13 gennaio 2020 la Sesta Sezione si è pronunciata sul regolamento di competenza proposto avverso l'ordinanza della Sezione specializzata in materia d'impresa declinatoria della propria competenza a favore del Giudice del lavoro.

Nello specifico, la Sezione Specializzata ha attribuito rilievo decisivo alla circostanza che la nomina, da parte del Consiglio di Amministrazione, del direttore generale non sarebbe avvenuta in base a specifica previsione statutaria, con la conseguenza che l'azione concretamente azionata non sarebbe stata qualificabile come azione di responsabilità ai sensi dell'articolo 2396 cod. civ.; essendo, all'opposto, gli addebiti contestati al direttore generale riconducibili alla violazione degli obblighi contrattuali assunti con il contratto di lavoro, la Sezione Specializzata ha ritenuto la competenza del Tribunale in funzione di Giudice del lavoro. Nel confermare la statuizione declinatoria impugnata la Sesta Sezione si è conformata ai principi già enunciati a livello giurisprudenziale.

In primis ha ribadito che in tema di azione di responsabilità nei confronti del direttore generale di società di capitali «la disciplina prevista per la responsabilità degli amministratori si applica, ai sensi dell'art. 2396 cod. civ., esclusivamente se la posizione apicale di tale soggetto all'interno della società sia desumibile da una nomina formale da parte dell'assemblea o anche del consiglio di amministrazione, in base ad apposita previsione statutaria».

Con precipuo riferimento al profilo della competenza ha statuito - in sostanziale continuità con l'orientamento giurisprudenziale esistente (cfr. ex multis Cass. civ., Sez. VI-lav., ordinanza n. 15619 del 24 luglio 2015; Cass. civ., VI-lav., ordinanza n. 17309 del 3 luglio 2018) - che «allorché la responsabilità del direttore generale di una società per azioni sia stata prospettata sotto il profilo delle inadempienze poste in essere nello svolgimento delle sue mansioni, ossia nell'ambito del rapporto di lavoro, l'azione, dovendosi effettuare una valutazione alla stregua della domanda e dei fatti costitutivi come in essa allegati, non va proposta alla sezione specializzata del Tribunale delle imprese, di cui al d.lgs. n. 168 del 2003, ma al giudice del lavoro, attesa l'espressa salvezza stabilita dall'art. 2396 cod. civ.».

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