RISARCIMENTO DEL DANNO

Vendita di titoli illiquidi, conflitto di interessi e violazione degli obblighi informativi: la banca deve risarcire il danno ai clienti

| 17/02/2020 10:48

La violazione degli obblighi informativi gravanti sugli intermediari determina la risoluzione degli ordini di acquisto dei titoli e la responsabilità della Banca per il danno economico subito dal cliente, che ha sottoscritto l'investimento: è questa la tesi finale del Tribunale di Palermo, nella sentenza n. 27 del 3 gennaio 2020, che ha condannato l'istituto di credito per aver collocato azioni, senza le necessarie forme previste dalla normativa di settore.

Il provvedimento - con argomentazioni condivisibili - ha preso in esame una fattispecie comune a migliaia di risparmiatori, coinvolti loro malgrado nel default delle Popolari Venete, che ha innescato un considerevole, e spesso contorto, contenzioso con Intesa Sanpaolo, (parzialmente) subentrata nelle posizioni di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, a seguito della liquidazione coatta amministrativa di queste ultime (ai sensi del D.L. n. 99 del 2017) e del successivo contratto di cessione del 26 giugno 2017 (seguito dal c.d. Addendum del 19 gennaio 2018).

Il caso è di scuola: un cliente, senza alcuna specifica competenza finanziaria, chiede alla Banca un finanziamento e viene indotto ad acquistare contestualmente un pacchetto di azioni della Banca medesima (in questo caso, della capogruppo) per "facilitare" la concessione del prestito.

La legittimazione passiva della banca incorporante

La trama argomentativa della sentenza è interessante, innanzitutto, perché riconosce la legittimazione passiva di Intesa Sanpaolo rispetto all'operazione conclusa da Banca Nuova, società incorporata, rigettando le difese della convenuta, incentrate sulla nota argomentazione, secondo la quale l'art. 3 del D.L. 99/2017 avrebbe escluso dalla cessione i debiti delle banche in l.c.a. "nei confronti dei propri azionisti e obbligazionisti subordinati derivanti dalle operazioni di commercializzazione" dei relativi titoli o "dalle violazioni della normativa sulla prestazione dei servizi di investimento", nonché "le controversie relative ad atto o fatti occorsi prima della cessione, sorte successivamente ad essa, e le relative passività".

La questione è controversa e ha costituito oggetto di numerose interpretazioni.

Si ricorderà che, in linea generale, un certo indirizzo si era espresso in questi termini:
"Vero è piuttosto che l'art. 3 del D.L. n. 99/2017, che disciplina l'ambito della cessione di azienda definendone l'oggetto ed escludendo dal medesimo eventuali obblighi risarcitori, non prevede tuttavia alcuna espressa deroga all'art. 2560 comma 2 c.c., sicché quest'ultima norma continuerebbe a regolare i rapporti tra il cessionario ed i soggetti terzi, sommandosi ex lege alla responsabilità del cedente quella solidale del cessionario e determinandosi così la "strutturale dissociazione" tra l'oggetto del negozio di cessione, come designato dall'accordo contrattuale ed il regime di responsabilità verso terzi"; "da tale conclusione … deriva la limitazione di responsabilità per i debiti pregressi solo nei rapporti tra le parti del negozio e non già nei confronti dei terzi creditori (neppure quelli espressamente esclusi dal perimetro della cessione dall'art. 3 comma 1 lett. B) del D.L. 99/2017)" (così, testualmente, Trib. Vicenza, 14 marzo 2018, n. 733; così anche: GUP Roma, 26 gennaio 2018).

Nello stesso senso, era intervenuta anche parte della dottrina, affermando che "l'art. 3, comma 1, [del D.L. n. 99/2017, n.d.r.] non può essere inteso nel senso della effettiva sottrazione del cessionario alla garanzia per debiti aziendali sorti nei confronti del cedente" (Dolmetta - Malvagna, Debiti (non) ceduti e insinuazione al passivo. A proposito di "banche venete", in Riv. Dir. Banc., 20, 2018).

Altro orientamento ha negato, invece, la legittimazione passiva di Intesa Sanpaolo:"… la domanda introdotta dall'attore attiene a presunte violazioni di Veneto Banca al momento del collocamento delle proprie azioni in forza delle quali la banca sarebbe venuta meno ai propri obblighi informativi e di diligenza al momento dell'acquisto e della mancata vendita delle stesse.
Nulla di tutto ciò può essere oggi domandato alla cessionaria per il solo fatto di essere subentrata nel rapporto di conto corrente ovvero nel contratto di deposito titoli"
(Trib. Padova, sez. II civ., 5 febbraio 2019).

La sentenza in commento propone, correttamente, un'interpretazione della norma in diretta connessione con la fattispecie, rilevando come la controversia attenga alla responsabilità di Banca Nuova per aver fornito informazioni non veritiere nell'ambito del servizio di collocamento di azioni di Banca Popolare di Vicenza: si tratterebbe, pertanto, di "doveri della banca collocataria, ben distinti dagli obblighi gravanti sull'emittente i titoli azionari".

In questo senso, spiega il Giudice, non può incidere la disciplina della cessione di cui al D.L. 99/2017, che attiene soltanto alle banche "risolte": nel caso, Intesa Sanpaolo - una volta incorporata Banca Nuova - è subentrata nei relativi diritti e obblighi, proseguendo in tutti i rapporti anteriori alla fusione, pertanto sussiste la legittimazione passiva in capo alla banca incorporante.
La soluzione è convincente e la sentenza si spinge anche oltre, affermando che una diversa interpretazione non potrebbe trovare ingresso neppure in relazione agli effetti del c.d. addendum del 19 gennaio 2018, con il quale Banca Nuova ha retrocesso, in favore della Banca Popolare di Vicenza, le proprie passività inerenti alla commercializzazione delle azioni in questione: infatti, tale accordo non rientra nell'ambito di applicazione dell'art. 4 del D.L. 99/2017, che prevede la retrocessione da parte del solo cessionario, e - in ogni caso - "realizzerebbe un'estensione dell'insolvenza della partecipante in deroga all'art. 1273 c.c., che, in caso di accollo, subordina la liberazione del cedente all'espressa volontà del creditore ceduto".

La violazione degli obblighi informativi

Parimenti ricca di spunti di riflessione è la parte motiva della sentenza, che - analizzando il merito della controversia - porta il Tribunale ad accertare l'inadempimento da parte della Banca, dichiarando la risoluzione degli ordini di acquisto delle azioni e condannando quest'ultima a risarcire al cliente il danno derivante dal capitale investito.

Coerentemente con l'orientamento della giurisprudenza di legittimità, la decisione - in virtù del richiamo testuale alle prove testimoniali e alla documentazione acquisita in giudizio - esclude la nullità dell'acquisto per difetto di forma e fa discendere la responsabilità della Banca dalla mancata valutazione della specificità dell'investimento in relazione alle richieste del cliente e, soprattutto, alla sua modestissima esperienza in ambito finanziario.

L'iter logico-giuridico della motivazione è pregevole, atteso che la condotta illecita viene riconosciuta sotto più profili: dalla violazione degli obblighi informativi e di profilatura dei clienti alla sussistenza di un significativo conflitto di interessi.

La Banca, in altri termini, era venuta meno ai fondamentali obblighi comportamentali, previsti in primis dagli artt. 21 TUF e 27 ss. Reg. Consob n. 16190 del 2007: obblighi, che consistono nel dovere di comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza al fine di operare al meglio nell'interesse degli investitori e, in generale, del mercato nel suo complesso.

In ragione di tali principi, l'intermediario finanziario deve:

- acquisire tutte le informazioni inerenti agli strumenti finanziari, sui quali intende operare;

- raccogliere dall'investitore ogni informazione funzionale a valutare il suo profilo (esperienza e conoscenza del mercato degli strumenti finanziari, situazione finanziaria del soggetto e propensione al rischio) e, sulla base di tali dati, proporre strumenti di investimento adeguati;

- illustrare il servizio offerto, con particolare riguardo al grado di rischio dello stesso.
In tale quadro, assume particolare rilevanza l'obbligo di porre sempre il cliente in condizione di valutare la natura, i rischi e le implicazioni delle singole operazioni di investimento, nonché di renderlo edotto dell'eventuale situazione di conflitto di interesse dell'intermediario.

Le informazioni da fornire devono essere corrette, chiare e non fuorvianti: nel caso di specie, esse erano state, invece, obliterate.

Il Tribunale sottolinea, infatti, che la Banca aveva omesso di raccogliere correttamente e adeguatamente tutte le informazioni necessarie ai fini dell'investimento, sia in relazione all'esperienza e conoscenza, sia in relazione agli obiettivi di investimento, avuto altresì riguardo ai rischi sottesi agli investimenti proposti: omissioni aggravate dalla mancata rappresentazione della situazione di conflitto d'interessi e della natura illiquida dei titoli, con elevatissimo rischio di perdite.

La fattispecie è paradigmatica ai fini dell'applicazione della disciplina sanzionatoria. La Banca aveva addirittura rassicurato l'investitore sulla convenienza delle operazioni finanziarie proposte, poi rivelatesi - in senso stretto - fallimentari.

Non sono casuali, peraltro, due dati (comuni a tanti altri casi di clienti delle Popolari Venete), a conferma della strategia della Banca, finalizzata a convincere i clienti all'acquisto di azioni:

1) il versamento delle somme era strettamente connesso al finanziamento;

2) la Banca si era ben guardata dal segnalare al cliente il concreto rischio dell'investimento: anzi, veniva adottata una tecnica di "vendita" volta a rassicurare (falsamente) l'investitore, ingenerando un affidamento nella sicurezza dell'operazione, per di più con una profilatura non coerente.

Sul punto, il consolidato orientamento della giurisprudenza va anche oltre, evidenziando che finanche l'adeguatezza delle operazioni e la competenza finanziaria del cliente non fanno venir meno l'obbligo di informazione completa e corretta: "In tema di intermediazione mobiliare, le valutazioni dell'adeguatezza delle operazioni al profilo di rischio del cliente e alla sua buona conoscenza del mercato finanziario non escludono la gravità dell'inadempimento degli obblighi informativi posti a carico dell'intermediario finanziario, sicché il fatto che l'investitore propenda per investimenti rischiosi non toglie che egli selezioni tra questi ultimi quelli, a suo giudizio, aventi maggiori probabilità di successo, grazie alle informazioni che l'intermediario è tenuto a fornirgli" (Cass. Civ., sez. I, 4 aprile 2018, n. 8333).

Tale condotta, inoltre, si pone in palese contrasto con i principi della comunicazione Consob del 2 marzo 2009 ("Il dovere dell'intermediario di comportarsi con correttezza e trasparenza in sede di distribuzione di prodotti finanziari illiquidi").

Infatti, se l'impresa ha una posizione dominante all'interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante, l'abbinamento di prodotti (linea di credito e acquisto di azioni) rappresenta un'evidente pratica abusiva: basti dire che - per tipologia e caratteristiche dei titoli (illiquidità) - l'acquisto di azioni - se ha scarsa attinenza con il profilo di investitore - è ulteriore indice di come la complessiva operazione sia indotta dalla Banca e non sia frutto di spontanea determinazione del cliente.

Tanto ciò è vero che la citata comunicazione Consob del 2009 pone l'accento sull'importanza della trasparenza dell'intermediario, stante l'enorme divario - in termini di consapevolezza della natura dell'operazione - tra quest'ultimo e il cliente-investitore: "La clientela c.d. "al dettaglio" (ossia quella con minore esperienza e conoscenza finanziaria) si trova così a dover riporre massimo affidamento nell'assistenza dell'intermediario, con particolare riferimento alla valutazione di adeguatezza/appropriatezza della transazione ed alla definizione delle condizioni economiche da applicare alla medesima, di cui non è in grado di giudicare la congruità, spesso neppure in un momento successivo alla conclusione dell'operazione (credence goods). La situazione è sovente resa ancor più critica dalla coincidenza del ruolo di intermediario con quello di emittente".

Per tale ragione, sono fissati stringenti obblighi di trasparenza ex ante a carico dell'intermediario:

- quello di indicare la scomposizione delle diverse componenti, che concorrono al complessivo esborso finanziario sostenuto dal cliente per l'assunzione della posizione nel prodotto liquido;

- quello di indicare il valore di smobilizzo dell'investimento nell'istante immediatamente successivo alla transazione, ipotizzando una situazione di invarianza delle condizioni di mercato;
- quello di inserire nel corredo di informazioni da dare al cliente il confronto con prodotti semplici, noti, liquidi, a basso rischio e di analoga durata;

- quello di informare sulle modalità di smobilizzo delle posizioni sul singolo prodotto, ovvero in merito alle eventuali difficoltà di liquidazione connesse al funzionamento dei mercati di scambio e dei conseguenti effetti in termini di costi e tempi di esecuzione della liquidazione.

Nel caso di specie, tali obblighi erano stati tutti disattesi: tanto che, opportunamente, il Tribunale di Palermo fa cenno, ai fini della motivazione, anche al provvedimento sanzionatorio n. 26168 del 19 settembre 2016, emanato dall'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nei confronti della Banca, per aver posto in essere pratiche commerciali scorrette consistenti nell'aver condizionato, nei fatti, l'erogazione di finanziamenti ai clienti all'acquisto, da parte degli stessi, di azioni.

È significativo riportarne uno stralcio:
"Alla luce delle risultanze istruttorie e delle considerazioni sopra svolte, la pratica commerciale in esame risulta scorretta ai sensi degli artt. 20, comma 2, 21, comma 3-bis, 24 e 25 del Codice del Consumo, in quanto contraria alla diligenza professionale e idonea a falsare in misura apprezzabile il comportamento economico del consumatore medio in relazione ai prodotti di finanziamento offerti dal professionista. Banca Popolare di Vicenza subordinando l'erogazione dei mutui richiesti dai consumatori alla sottoscrizione da parte dei medesimi di propri titoli ha esercitato un indebito condizionamento nei loro confronti […] Si deve, poi, considerare la situazione di forte asimmetria tra la posizione della Banca concedente il finanziamento e quella potenzialmente debole e vulnerabile del cliente/consumatore istante dovuta alle proprie condizioni economiche […] In particolare, è da evidenziare che non si è riscontrato da parte di Banca Popolare di Vicenza, il normale grado di correttezza, competenza e attenzione che ci si poteva ragionevolmente attendere nelle condotte in esame, tenuto conto delle caratteristiche dell'attività svolta e del fatto che rappresenta un operatore importante nel contesto bancario italiano, capogruppo dell'omonimo Gruppo Banca Popolare di Vicenza, attualmente decima realtà bancaria in Italia per totale attivo" (l'intero provvedimento è disponibile sul sito dell'AGCM, bollettino n. 32/2016).

Sotto questo profilo, non va inoltre trascurata la circostanza che il cliente - nelle operazioni di investimento - ripone comprensibilmente la massima fiducia nell'intermediario, sul quale grava uno speciale dovere di diligenza, proprio in ragione delle sue specifiche competenze professionali: per tale ragione, la buona fede non può limitarsi al mero obbligo di osservare la legge e gli accordi contrattuali, ma acquista la valenza di "buona fede integrativa", con relativi doveri di protezione dell'altro contraente.

In tale ottica, è conseguenziale (e del tutto condivisibile) che il Tribunale abbia ritenuto provato il danno, corrispondente alla perdita del capitale investito, condannando la Banca al pagamento in favore del cliente: una decisione coerente con le premesse e che, purtroppo, fotografa - in termini giuridici - una vicenda ripetutasi, in forme analoghe, con migliaia di risparmiatori.

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