PUBBLICO IMPIEGO

Licenziamento del pubblico impiegato e tutela reintegratoria: la sentenza n. 24157/2015 della Cassazione

| 9 dicembre 2015


E' stata appena pubblicata, con vasta risonanza, la sentenza n. 24157/15 della Corte di Cassazione che ha sancito il principio secondo cui in caso di licenziamento intimato al pubblico impiegato in violazione di norme imperative si applica la tutela reintegratoria di cui all'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, come modificato dalla legge 92/2012.
La vicenda riguarda un dirigente del Consorzio area sviluppo industriale di Agrigento che nel 2012, dopo l'entrata in vigore della legge 92/2012, aveva subito un licenziamento disciplinare. Il recesso era stato dichiarato nullo in primo e secondo grado perché il procedimento disciplinare che lo aveva preceduto era stato integralmente condotto da un solo componente dell'ufficio disciplinare invece che da un organo collegiale formato da tre membri, così come previsto dalla legge e dallo statuto del Consorzio.
Il tema che ha destato interesse è però la statuizione della Corte che giudica applicabile l'art. 18 co. 1 dello statuto come modificato dalla legge 92/12 anche ai dipendenti pubblici, a prescindere dalle iniziative normative di armonizzazione previste dalla legge Fornero.
La decisione della Corte sul punto ha assorbito anche la questione di legittimità costituzionale prospettata dal Consorzio ricorrente.
Molte voci istituzionali hanno rilasciato commenti anche contrastanti su questa decisione. Esponenti di Governo come il sottosegretario all'Economia hanno preso atto del contenuto della sentenza, ma il Ministro della funzione pubblica ha invece dichiarato che "per il pubblico impiego l'art. 18 non vale". Condivide questa affermazione il Ministro del Lavoro, secondo cui il Jobs Act è nato per i lavoratori del settore privato ed il pubblico impiego avrà una sua regolamentazione nella legge di riforma della pubblica amministrazione.
Questi commenti destano perplessità e l'argomentare della Corte sembra difficilmente controvertibile.
Preliminarmente, l'art. 51 del d. lgs. 165/01 che pone le norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche dice inequivocabilmente che l'art. 18 e le sue successive modificazioni e integrazioni si applicano alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti.
L'art. 1 commi 7 ed 8 della legge Fornero ha poi stabilito che le disposizioni della medesima legge si applicano anche ai dipendenti della Pubblica Amministrazione, previa individuazione e definizione delle modalità e tempi di armonizzazione della disciplina relativa ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche.
Giustamente però la Corte ha ritenuto che di tale armonizzazione non vi sia necessità nel caso specifico, alla luce del chiaro dettato dell'art. 51 prima menzionato.
Proseguendo nel suo iter argomentativo, la sentenza afferma che l'art. 55 bis del d.lgs. n. 165/01 è norma imperativa. Anche questa statuizione è difficilmente contestabile, atteso che l'art. 55 comma 4 dice espressamente che "Le disposizioni del presente articolo e di quelli seguenti, fino all'articolo 55-octies, costituiscono norme imperative, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1339 e 1419, secondo comma, del codice civile".
L'art. 55 bis prevede che ciascuna amministrazione, secondo il proprio ordinamento, individua l'ufficio competente per i procedimenti disciplinari, ai sensi del comma 1. Questo ufficio contesta l'addebito al dipendente, lo convoca per il contraddittorio, istruisce e conclude il procedimento secondo quanto previsto nel comma 2. E' incontestato – dice ancora la Corte – che l'ufficio competente per i procedimenti disciplinari del Consorzio ricorrente ha una composizione collegiale di tre membri.
Viceversa – e neppure ciò è contestato – nel caso in esame, tutto il procedimento disciplinare nei confronti del lavoratore licenziato è stato avviato istruito e concluso da un solo componente dell'ufficio per i procedimenti disciplinari. Secondo il Consorzio si tratterebbe di un collegio imperfetto, ma l'argomentazione pare artificiosa. E' invece corretto affermare, come ha deciso la Corte, che in nessun caso "un collegio imperfetto può ridursi ad operare attraverso uno solo dei propri membri venendosi ad equiparare ad un organo monocratico, in violazione dell'ordinamento interno del Consorzio ricorrente che prevede pur sempre un organo collegiale per i procedimenti disciplinari". Da qui l' illegittimità del recesso datoriale per violazione di norme imperative (appunto l'art. 55 citato) e la conseguente applicabilità dell'art. 1 della legge 92 del 2012 che prevede appunto la reintegra anche per i dirigenti con pagamento di un'indennità commisurata all'ultima retribuzione globale di fatto maturata dal giorno del licenziamento a quello dell'effettiva reintegrazione, dedotto quanto percepito nel periodo di estromissione per l'eventuale svolgimento di altre attività lavorative.
La presa di posizione dei Ministri riesce difficilmente comprensibile perché il ragionamento della Corte è lineare e strettamente aderente al dettato normativo. Inoltre la legge Fornero è del 2012 e quindi di molto antecedente la riforma del diritto del lavoro realizzata mediante il gruppo di decreti legislativi comunemente e collettivamente denominati Jobs Act. La legge delega da cui sono scaturiti i decreti attuativi è infatti del 2014 e la nuova disciplina dei licenziamenti si applica a coloro che sono stati assunti dopo il 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del decreto legislativo 23/2015.
Dunque, in questa situazione, la sentenza chiarisce molti dubbi interpretativi e dà ragione a chi aveva sostenuto la tesi che la riforma Fornero valesse anche per i dipendenti pubblici, ma il riferimento al Jobs Act non sembra pertinente.
Piuttosto gli esponenti di governo dovrebbero chiarire in modo convincente le ragioni di una scelta politica che insiste nel differenziare la posizione dei lavoratori pubblici rispetto a quelli privati e che pone una questione di disparità di trattamento molto sentita nella società civile.
In tale ambito un pronunciamento della Corte Costituzionale sarebbe stato forse utile per orientare le future scelte del legislatore.
Peraltro le norme di riordino del lavoro pubblico pare arriveranno solo nel corso del 2016, poiché vi sono 18 mesi per l'attuazione della delega su questa materia.

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