previdenza complementare

Orientarsi nella previdenza complementare tra fondi pensione e PIP

| 11/08/2016 09:07


Le relazioni annuali della Commissione per la Vigilanza sui Fondi Pensione (COVIP) e dell'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS), pubblicate di recente, aiutano a capire cosa stia accadendo ai pensionati di oggi e, soprattutto, a quelli di domani.

In uno scenario dove il futuro tenore di vita di milioni di italiani sarà incerto, diventa necessario che i singoli adottino con largo anticipo delle soluzioni di previdenza complementare.

Sul piano generale, tre sono i pilastri della previdenza: il primo è la pensione statale obbligatoria, il secondo è costituito dai fondi pensione, il terzo è dato dai Piani Individuali Pensionistici (PIP). Questo schema tripartito è la mappa che tutti i lavoratori, pubblici e privati, hanno per orientarsi. In special modo, quelli che sono meno protetti come i lavoratori autonomi, i liberi professionisti, gli imprenditori delle microimprese, i soci lavoratori delle cooperative, i precari.

È un dato di fatto che la previdenza complementare introdotta con il Governo Amato (D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124) ha trovato la sua ragione d'essere con l'introduzione del sistema contributivo della riforma Dini (Legge 8 agosto 1995, n. 335) e, ancor più, con le successive riforme (Prodi, Maroni, Fornero).

Ciò premesso, il quesito che sorge è: quale fondo selezionare oggi per garantirsi una pensione domani?

Longevità e scelte giovanili: fondi pensione o PIP?

Al tempo in cui la terza età prolungata è un problema innanzitutto per i più giovani, tra le tante soluzioni adottabili è fondamentale sapere cosa sia conveniente scegliere.
I Piani Individuali Pensionistici (PIP) sono contratti di tipo assicurativo mentre i fondi pensione sono prodotti previdenziali non assicurativi, sebbene debbano avere una garanzia sui capitali versati.
L'altra rilevante differenza è che i PIP sono sottoscrivibili esclusivamente a livello individuale, mentre i fondi pensione possono ricevere adesioni collettive.

Per avere un quadro più chiaro è necessario entrare nel dettaglio normativo, il cui principale riferimento a livello nazionale è il D.Lgs. 5 dicembre 2005, n. 252. A questo si aggiungono le disposizioni del Codice delle assicurazioni private (D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209) e del Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria (D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58).

Sono molteplici le caratteristiche giuridiche delle varie forme previdenziali e diventa necessario un approfondimento puntuale.

I Piani Individuali Pensionistici (PIP) per proiettarsi nella terza età

Con l'acronimo PIP si intendono i Piani Individuali Pensionistici. Questi possono essere istituiti solo da compagnie di assicurazione per coloro che intendano costituire una rendita integrativa di tipo previdenziale tramite il versamento di premi.

I PIP sono polizze vita a cui tutti possono aderire su base individuale a prescindere dallo status di lavoratore, disoccupato o inoccupato.
Essi sono costituiti da: contratti assicurativi di ramo I – assicurazioni sulla vita – nei quali la rivalutazione della posizione individuale è collegata ad una o più gestioni interne separate; contratti assicurativi di ramo III – polizze di tipo unit linked – nei quali la rivalutazione della posizione individuale è collegata al valore delle quote di uno o più fondi interni oppure al valore delle quote di OICR (organismi di investimento collettivo del risparmio), tra cui vi sono i fondi comuni di investimento.
Non per ultimo, la versatilità dei PIP consente di trovarli strutturati anche come una combinazione delle tipologie contrattuali dei rami I e III. Nel mercato italiano sono 37 le imprese assicurative che adottano questi strumenti e 20 di queste gestiscono anche fondi pensione aperti.

I PIP hanno la caratteristica di avere la gestione separata, ossia il patrimonio raccolto ed investito è distinto ed autonomo rispetto al patrimonio netto della compagnia. La normativa consente ai lavoratori dipendenti del settore privato la possibilità di destinare quote di TFR ai PIP, mentre ai lavoratori dipendenti del settore pubblico ciò è precluso tanto che i PIP sono sottoscrivibili con l'esclusivo versamento di premi personali.

La soluzione dei fondi pensione aperti per i dipendenti del settore privato

I fondi pensione aperti, disciplinati dall'art. 12 del D.Lgs. 5 dicembre 2005, n. 252, sono soluzioni di previdenza complementare istituite da banche, compagnie di assicurazione, società di gestione del Risparmio (SGR) e società di intermediazione mobiliare (SIM).

Se tutti i lavoratori possono aderirvi, delle specificità si evidenziano per i lavoratori dipendenti del settore privato. Questi, infatti, possono liberamente aderire a livello sia individuale sia collettivo. Sul piano individuale l'adesione è stabilita dalla definizione dell'importo e della periodicità dei premi, nonché dalla destinazione del TFR. Sul piano collettivo, i versamenti dell'azienda sono stabiliti con modalità e percentuali di contribuzione calcolate di norma sulla retribuzione annua lorda e in attuazione di accordi o regolamenti aziendali. A questa tipologia di fondi, i lavori del pubblico impiego possono partecipare esclusivamente tramite delle contribuzioni private.

Dipendenti pubblici e privati tutelati con i fondi pensione negoziali

Le categorie di soggetti che possono accedere alla previdenza complementare tramite i fondi pensione negoziali sono i lavoratori dipendenti pubblici e privati che appartengono a specifiche categorie contrattuali, nonché ai soci lavoratori delle cooperative. In genere, i fondi pensione negoziali vengono istituiti successivamente ai contratti collettivi stipulati dai rappresentanti delle parti contrattuali – quelle dei datori di lavoro e dei lavoratori – a livello sia nazionale sia aziendale.

Nel caso particolare dei soci lavoratori di una cooperativa, i fondi pensione negoziali vengono istituiti in base agli accordi sanciti tra i soci stessi. Un elemento di incentivazione è offerto dal profilo fiscale di questi strumenti, dato che i fondi pensione negoziali garantiscono una deducibilità fino a 5.164,57 euro. Per completezza, sono considerati fondi pensione negoziali anche i fondi pensione territoriali, che vengono costituiti in un determinato territorio in esecuzione degli accordi stipulati tra i datori di lavoro ed i lavoratori di un'area geografica. Elemento di interesse è che il lavoratore avente le caratteristiche richieste per l'adesione ad un fondo pensione negoziale può iscrivere anche i propri familiari fiscalmente a carico qualora ciò sia previsto dallo statuto del fondo.

In generale, durante la contrattazione collettiva, vengono stabiliti dalle rappresentanze datoriali e dei lavoratori la quota percentuale di retribuzione che può essere versata nei fondi pensione negoziali: il TFR che matura dopo l'adesione; il contributo del datore di lavoro; il contributo del lavoratore.

È importante evidenziare che l'adesione del lavoratore ad un fondo pensione negoziale può perfezionarsi anche in modo tacito, qualora entro 6 mesi dall'assunzione non selezioni una scelta sulla destinazione del proprio TFR. In tal caso, il lavoratore si troverà iscritto d'ufficio alla forma pensionistica collettiva adottata dal contratto nazionale di lavoro o dall'accordo aziendale.
Infatti, in assenza della volontà esplicita del lavoratore sulla destinazione del proprio TFR, e qualora gli accordi collettivi non prevedano una forma pensionistica di riferimento, i flussi di TFR verranno destinati in modo automatico a FONDINPS.

La governance dei fondi pensione negoziali è articolata in un'assemblea degli iscritti ed in organi di amministrazione e controllo rappresentativi sia dei lavoratori iscritti sia dei datori di lavoro. Ad un altro livello, il responsabile del fondo ha il dovere di appurare che la gestione sia conforme alle normative vigenti e sia svolta nell'esclusivo interesse degli aderenti.

Risparmio previdenziale incentivato dalla deducibilità fiscale

Il legislatore nazionale ha scelto di incentivare il risparmio conferito in soluzioni di previdenza complementare permettendo la deduzione massima annuale di € 5.164,57 dei contributi versati. Entro questo importo limite la deduzione fiscale dei versamenti è valida sia per quelli personali sia per quelli a carico del datore di lavoro, a prescindere dalla fonte reddituale (lavoro dipendente, autonomo, d'impresa, ecc.). Non per ultimo, la deducibilità è consentita anche per i versamenti effettuati a favore di un proprio familiare fiscalmente a carico, mentre non rientra nel limite massimo citato il versamento del TFR.

Rigidità dei PIP: una salvaguardia per tutelare il risparmio previdenziale?

Se è vero che i PIP sono strumenti ideati per il futuro pensionistico dei risparmiatori, è anche vero che hanno degli elementi di rigidità che potrebbero non essere bene accolti da tutti. Infatti, sebbene i PIP siano inquadrati tra i prodotti assicurativi sulla vita, regolamentati dal D.Lgs n. 209/2005, il legislatore li ha dotati di una struttura contrattuale rigida. Con questo termine si intende che i risparmi destinati alla costituzione della rendita vitalizia sono meno accessibili dal sottoscrittore, che potrà riscattarli parzialmente non prima di un certo tempo ed esclusivamente per alcuni motivi previsti contrattualmente. La casistica di riscatto anticipato della liquidità versata, in genere, riguarda, ad esempio, situazioni di malattia o spese di ristrutturazione o di acquisto della prima abitazione.

Questa minore flessibilità dei PIP rispetto ad una tradizionale assicurazione sulla vita o ad altre soluzioni finanziarie riadattate tramite una personale finalità previdenziale (fondi comuni, ETF, azioni, obbligazioni, buoni postali, titoli di Stato) non è detto che sia negativa. Infatti, il legislatore non a caso ha preferito rendere meno accessibile i risparmi accumulati prima del tempo pensionistico di legge proprio per evitare che i risparmiatori potessero depauperare le risorse accantonate per la terza età, che le statistiche misurano essere più longeva.

Polizze vita: una rendita impignorabile e insequestrabile più flessibile

A differenza dei fondi pensione le classiche assicurazioni del ramo vita hanno una maggiore flessibilità, data dalla possibilità di riscatto anticipato rispetto alla scadenza contrattuale. Ciò presenta degli elementi di maggiore liquidità ma anche di maggiore responsabilità da parte del sottoscrittore nel conservare nel lungo periodo l'investimento a premi ricorrenti che si è impegnato a versare.

Un ulteriore aspetto di valore è lo status giuridico dei premi assicurativi, che sono stati tanto disciplinati dal legislatore quanto analizzati in sede giudiziaria. L'art. 1923 "Diritti dei creditori e degli eredi" del Codice civile stabilisce che «le somme dovute dall'assicuratore al contraente o al beneficiario non possono essere sottoposte ad azione esecutiva o cautelare. Sono salve, rispetto ai premi pagati, le disposizioni relative alla revocazione degli atti compiuti in pregiudizio dei creditori e quelle relative alla collazione, all'imputazione e alla riduzione delle donazioni».
La norma civilistica intende tutelare i diritti del contraente o del beneficiario della polizza assicurativa vita rispetto alle possibili pretese dei loro creditori e degli eredi. Infatti, le leggi italiane hanno stabilito che le somme dovute dall'assicuratore debbano essere sottratte all'azione esecutiva o cautelare, a meno che il contraente abbia voluto danneggiare i suoi creditori riducendo il suo patrimonio attraverso il pagamento dei premi assicurativi.
In tale fattispecie, i creditori sono nella condizione di sostenere in giudizio i propri diritti sulle somme dovute dall'assicuratore limitatamente all'importo dei premi corrisposti per il contratto, per sua natura avente finalità connesse al risparmio e alla previdenza.

Il dispositivo civilistico dell'art. 1923 ha ricevuto una sua interpretazione anche in sede giudiziaria. Le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione, infatti, si sono espresse con la sentenza n. 8271 del 31 marzo 2008 nella quale hanno precisato che il curatore fallimentare non ha diritto di agire contro il terzo assicuratore al fine di acquisire il valore di riscatto di una polizza di assicurazione sulla vita stipulata dal fallito. La pronuncia della Cassazione ha fatto chiarezza su di una questione di significativa rilevanza pratica. Non di rado è accaduto che le curatele fallimentari abbiano agito contro le compagnie di assicurazione al fine di ottenere lo scioglimento del contratto e l'acquisizione alla massa del valore di riscatto.

La sentenza n. 8271/2008 emanata dai giudici di Piazza Cavour protende per un'interpretazione costituzionale di tutela della previdenza. Ciò avvalora che le assicurazioni sempre più supportino i privati nel costruire forme previdenziali complementari in un contesto di arretramento delle tutele garantite dallo Stato sociale.

Equity linked e Index linked: premi per investimento e non per tutela previdenziale

Il Tribunale di Parma con la sentenza n. 1107 del 10 agosto 2010 ha deciso che alle polizze assicurative vita di tipo sia equity linked sia index linked non possano essere applicate le disposizioni civilistiche sull'impignorabilità ed insequestrabilità dei premi assicurativi versati. I giudici emiliani hanno ritenuto che i contratti assicurativi aventi queste due strategie finanziarie non siano riconducibili a strumenti di tipo previdenziale ma speculativo.

Nella sostanza il Tribunale di Parma ha ritenuto il venir meno delle garanzie civilistiche dell'art. 1932, che ad un livello giuridico superiore trovano come caposaldo nell'art. 38 co. 2 della Costituzione: «I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria».
Infatti, i magistrati parmensi hanno disposto «che può quindi ritenersi dall'esame dei prodotti in esame che essi assolvano più a funzioni di investimento finanziario di capitali che alla funzione di una tutela previdenziale (che, proprio per le sue finalità, deve porsi come obiettivo minimo almeno quello della conservazione integrale del capitale)».

Il Tribunale di Parma cita nella propria sentenza quella emessa dal Tribunale di Salerno del 6 ottobre 2008 in cui afferma che «le polizze di assicurazione sulla vita a contenuto finanziario […] rientrando nella sfera delle nuove forme di investimento, rivelano un forte legame con il sistema dell'intermediazione finanziaria di tal che, a differenza delle classiche polizze vita, non nascono secondo le esigenze personali di un cliente, quanto piuttosto nell'ambito di una vera e propria operazione di emissione e prevedono un premio versato in unica soluzione o secondo un piano d'accumulo».

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Angelo Paletta

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