PREVIDENZA COMPLEMENTARE

Più aderenti alla previdenza complementare nel 2016

| 18/08/2016


Dall'ultimo report semestrale della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione (COVIP) si apprende che da inizio 2016 lo stock globale delle forme pensionistiche complementari è cresciuto ancora lievitando a 143,7 miliardi di euro, in crescita del 2,6% rispetto al 2015. Nel dettaglio, i fondi negoziali sono saliti a 44,1 miliardi (+3,6%), i PIP "nuovi" a 21,6 miliardi (+7,6%), i fondi aperti a 16 miliardi (+3,6%).
In questa prima fase d'anno le performance dei prodotti previdenziali hanno subito la volatilità dei mercati finanziari accresciutasi fin dai primi di gennaio. I rendimenti medi aggregati, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, sono scesi all'1% nei fondi negoziali, mentre si sono registrate performance medie negative per i fondi aperti (-0,4%) e per i PIP "nuovi" di ramo III (-2,1%). Per il momento, l'asset class con risultati positivi è stato quello dei comparti obbligazionari e garantiti. Dato da considerare quasi come un benchmark nel primo semestre di quest'anno è quello del TFR che, al netto delle tasse, si è rivalutato dello 0,6%.

Relazione annuale 2015 della COVIP: trend positivo di iscritti e performance
In Italia è crescente il numero aderenti alle molteplici forme di previdenza complementare. Al 31 dicembre dello scorso anno erano saliti ad oltre 7,227 milioni, con un trend di crescita netto del 12,1%, pari a 939.000 nuovi sottoscrittori, in aumento di oltre 459.000 unità rispetto al 2014.
Circa il 60% delle nuove sottoscrizioni, pari a 554.000 unità, è confluito nei fondi pensione negoziali, di cui l'87% sono di lavoratori edili. Va rilevato, tuttavia, che al netto di tali adesioni, i nuovi iscritti ai fondi negoziali scendono a 71.000, risultando in linea con l'anno precedente.
I PIP registrano una sostenuta raccolta con 274.000 nuovi contraenti, sebbene il trend di crescita sia in fase di decelerazione registrando nel 2015 il valore più basso dell'ultimo quinquennio.
I fondi pensione aperti sono in fase crescente con 122.000 nuovi iscritti, che è il valore più alto dall'anno successivo a quello di avvio della riforma.

Anche nella previdenza complementare l'Italia è divisa tra Nord, Centro e Sud
In Italia il tasso di adesione a forme di previdenza complementare da parte degli occupati è passato dal 28,9% del 2014 al 32,2% del 2015, pari a 7.226.907 milioni di iscritti su 22.465.000 occupati complessivi. Se si considerassero solo i lavoratori delle imprese private il valore crescerebbe al 37,9%, con punte più alte per i dipendenti delle aziende di medie e grandi dimensioni.
Sul piano territoriale risulta distribuita in modo differente la concentrazione degli aderenti ai programmi di previdenza complementare. La tripartizione tra Nord, Centro e Sud, registra tassi discendenti di sottoscrittori dalle cime delle Alpi verso le spiagge di Lampedusa.
Nella Valle d'Aosta e nel Trentino Alto Adige si stima che il 40-45% dei lavoratori abbia una previdenza complementare; in Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Veneto la media scende al 30% mentre nelle altre regioni settentrionali il livello di sottoscrittori non cala sotto il 27%.
Nell'Italia centrale è del 25% la media degli occupati che hanno deciso di dotarsi di una protezione previdenziale, mentre in Toscana il dato sale al 28%.
Nell'Italia meridionale, l'adesione a forme di previdenza complementare si riduce sensibilmente ad una media del 18%, che si contrae ulteriormente al 16% in Calabria e in Sardegna.

Effetto crisi economica: iscritti non versanti in crescita
Gli iscritti versanti lo scorso anno sono stati solo 5.441.868, in diminuzione di 60.000 unità, che letti nel dato assoluto contano 1,785 milioni di iscritti non versanti.
Tra tutte le differenti categorie di lavoratori, il fenomeno dei non versanti risulta più accentuato tra i lavoratori autonomi, che pesano per il 45% del totale. Le cause paiono molteplici, ma la principale è la significativa difficoltà finanziaria riscontrata negli ultimi anni dalla categoria. Per converso, il dato più limitato di iscritti non versanti è riscontrabile tra i lavoratori dipendenti, pari al 18%, molto probabilmente in forza della loro maggiore stabilità economica.
A livello tipologico, nel 2015 le più numerose sospensioni si sono riscontrate nei fondi aperti e nei PIP, tanto da riguardare un terzo del totale dei sottoscrittori (circa 1,270 milioni), con un aumento annuale di circa 75.000 unità. Nel dettaglio delle singole forme previdenziali, la categoria di lavoratori meno costante nei versamenti è sempre quella degli autonomi, che ha una casistica di sospensione contributiva del 51% nei fondi aperti e del 41% nei PIP. Il dato aggregato di tutti i lavoratori – pubblici, privati, autonomi – che hanno difettato di continuità riguarda 460.000 unità nei fondi aperti e di 810.000 nei PIP.

Performance positive nel 2015 maturate da fondi pensione e PIP
Il patrimonio investito al termine del 2015 negli strumenti di previdenza complementare ammontava a 107,1 miliardi di euro, al netto delle riserve matematiche detenute dai fondi preesistenti presso imprese di assicurazione e i fondi interni. Le principali classi di attività sono suddivise in titoli di debito per il 62,6% del totale, di cui i quattro quinti sono titoli di Stato; i titoli di capitale rappresentano il 16,7% del totale; il 12,8% è impiegato in quote di OICR; il 4,9% sono depositi. Gli impieghi diretti in immobili ed in partecipazioni societarie e quote di fondi immobiliari ammontano a circa 4 miliardi di euro, suddivisi in misura pressoché paritetica.

Conoscere l'ISC per misurare il peso delle commissioni
Come in tutte le soluzioni di risparmio gestito i costi manifestano il loro peso, generalmente, sulle performance e talvolta incidono sullo stesso capitale. Nella previdenza complementare, in particolare, la rilevanza dei costi relativi ai diritti fissi e alle commissioni di sottoscrizione, di gestione, di collocamento e di liquidazione ha richiesto un approfondimento di tipo normativo e regolamentare.
Per i fondi pensione, ad esempio, al fine di rafforzare la trasparenza e la concorrenza, la COVIP ha fornito una stima delle spese che ogni sottoscrittore deve affrontare per il proprio piano di accumulo pensionistico.
Un parametro comune di riferimento stabilito a livello normativo è l'Indicatore Sintetico di Costo (ISC) che permette di confrontare, in modo più chiaro e trasparente, i costi applicati alle differenti tipologie di previdenza complementare. L'ISC è un dato sintetico che viene misurato per differenti periodi di partecipazione (2, 5, 10 e 35 anni) applicando una metodologia analoga per tutte gli strumenti di previdenza complementare per definire il gravame percentualmente dei costi che ogni anno ricadono sulla posizione individuale. L'ISC, che deve essere dichiarato nella Nota Informativa, viene calcolato in modo orientativo a partire da uno standard fisso che considera il versamento di un premio standard annuale di 2.500 euro, una performance annua del 4% e differenti durate temporali.
Proprio confrontando gli ISC, i fondi pensione negoziali costano in media l'1,1% su 2 anni e lo 0,3% su 35 anni. A parità di durata temporale, l'ISC scende dal 2,3% all'1,2% nei fondi aperti e dal 3,8% all'1,8% nei PIP. La concentrazione dei costi, che si riscontra nella fase iniziale di accumulo, è volta a remunerare l'impresa di assicurazione sia per il collocamento sia per l'amministrazione e la gestione del patrimonio. È prassi comune che i costi diretti a carico dall'aderente siano trattenuti in quota fissa percentuale o assoluta sui versamenti effettuati. I costi indiretti sostenuti dell'aderente vengono trattenuti: per i contratti del Ramo I come prelievo sul rendimento della gestione interna separata; per i contratti del Ramo III, come commissioni di gestione che incidono in percentuale sul patrimonio del fondo interno/OICR.

Verificare sempre il gestore dei fondi previdenziali
Il livello dimensionale negli investimenti è una caratteristica molto importante perché, in genere, consente di ottenere sia delle economie di scala sia un minor costo di acquisto dei servizi finanziari. Per essere ancora più chiari, sarebbe possibile affermare che nella prassi è comunemente riscontrabile una relazione inversa tra la dimensione del fondo ed i costi di gestione dei relativi prodotti previdenziali. Per questo motivo, è utile sapere che in Italia i fondi di rilevante entità sono solo 3.
Per fare un quadro dettagliato del mercato previdenziale è necessario distinguere gli operatori per classi dimensionali di gestione e di raccolta.
Alla fine del 2015 le forme pensionistiche con più un miliardo di risorse accumulate sono state 32, di cui 11 fondi negoziali, 2 fondi aperti, 6 PIP e 13 fondi preesistenti (istituti prima del 15 novembre 1992, data di entrata in vigore della L. 421/1992). Queste strutture hanno raccolto nel corso del tempo oltre 80,5 miliardi di euro, cifra pari al 60% del valore del comparto.
Altre 32 sono le società che hanno raccolto tra 500 milioni di euro ed 1 miliardo di euro. Questa classe raggruppava 13 fondi negoziali, 9 fondi aperti, 1 PIP e 9 fondi preesistenti, per un totale di raccolta negli anni pari a 23 miliardi di euro.
Ben 203 sono i fondi che gestiscono risorse inferiori ai 25 milioni di euro, e tra questi non vi sono fondi negoziali ma solo 9 fondi aperti, 34 PIP e 160 fondi preesistenti.
Osservando il mercato dal punto di vista numerico degli aderenti risulta, che alla fine dello scorso anno, 248 su un totale di 469 forme pensionistiche registrava meno di 1.000 iscritti, per un complessivo di 44.000 aderenti. Nemmeno un solo fondo negoziale apparteneva a tale classe dimensionale, all'interno della quale invece comparivano 6 fondi aperti, 18 PIP e 224 fondi preesistenti. Ad un livello ancor più ridotto, a gestire le 152 forme con meno di 100 iscritti, vi erano 150 fondi preesistenti e 2 PIP, per un totale aggregato di circa 2.000 iscritti.

La nazionalità e la dimensione dei fondi pensione favorisce i titoli domestici
Secondo uno studio dell'OCSE, nel mondo i più grandi fondi pensione operanti sono 64, di cui solo 3 sono italiani. Ancor di più dovrebbe indurre alla riflessione che le principali strategie di asset allocation non contemplino i titoli emessi dalle aziende italiane. Infatti, sebbene la maggioranza dei fondi preferiscano gli investimenti domestici, per quanto riguarda la selezione dei titoli italiani per i portafogli le preferenze si concentrano sui titoli di Stato. Infatti, vengono ritenute delle criticità dal lato dell'offerta sia il mancato sviluppo dei mercati dei capitali privati sia il basso numero di imprese quotate; dal lato della domanda, le difficoltà di valorizzazione e liquidabilità degli strumenti non quotati e l'esigenza di idonee strutture dedicate all'analisi e al monitoraggio dei connessi rischi.
È un dato che il portafoglio medio sia composto da attività domestiche per il 66,5% mentre per 55 fondi internazionali su 64 gli impieghi domestici superano quelli non domestici. Per gli unici 3 fondi italiani, la quota di attività domestiche è compresa fra il 12% e il 53% del patrimonio con netta preminenza dei titoli statali.

Minibond come asset class per assicurazioni e fondi pensione
Il Decreto Destinazione Italia (art. 12 D.L. 23 dicembre 2013, n. 145) consente alle compagnie di assicurazione e ai fondi pensione di acquistare cambiali finanziarie e minibond per utilizzarli come riserve tecniche fino ad un livello del 3%, mentre le disposizioni del Decreto Competitività del 2014 estendono il regime tributario agevolato alle società di cartolarizzazione e agli OICR (art. 38 D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209).
In un momento in cui i processi deflattivi hanno ridotto a sotto zero i rendimenti dei titoli di Stato, i minibond quotati sul segmento di mercato ExtraMOT-Pro di Borsa Italiana potrebbero diventare una asset class da tenere in considerazione. Infatti, i minibond hanno raccolto oltre 7 miliardi di euro in sole 178 emissioni obbligazionarie. Il totale delle emissioni di debito privato sotto i 30 milioni sono aumentate a 121, con un outstanding pari a 950 milioni di euro.

Angelo Paletta

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