indennità per il licenziamento

La Consulta ridisegna l'indennità per il licenziamento, torna attuale la questione sulla tutela reale

21/11/2018 14:38


Avv. Marco Proietti – Foro di Roma

La Corte Costituzionale ha rimescolato le carte sull'indennità riconosciuta al lavoratore in caso di licenziamento illegittimo, colpendo quella parte di Jobs Act che – a sua volta – era stato modificato dal Decreto Dignità pochi giorni prima: si apre una nuova stagione, sicuramente (e auspicabilmente) verso un ritorno significativo e definitivo alla tutela reale.

Negli ultimi anni, infatti, complice una certa visione "economicista" del diritto del lavoro, in molti (anche nella Dottrina autorevole) si sono prodigati nell'affermare la necessità di un ridimensionamento dell'art. 18 e della tutela ivi riconosciuta al lavoratore, volgendo lo sguardo a quei modelli anglosassoni così lontani dalla tradizione giuridica (e giuslavoristica) italiana; il ragionamento di fondo è stato quello di ritenere che l'eliminazione della reintegra nel posto di lavoro (a seguito della declaratoria di illegittimità del licenziamento) potesse essere un valido incentivo alle imprese per assumere.

Ci si è resi conto, abbastanza presto, che i fatti stanno diversamente.

Le imprese, almeno le piccole e medie imprese che rappresentano circa l'85% del tessuto industriale italiano, più che ai licenziamenti "facili" volgono il loro sguardo verso una maggiore semplificazione delle norme – al fine di evitare l'incertezza del diritto derivante dalle molteplici interpretazioni possibili – ma, soprattutto, perseguono l'obiettivo di riduzione dei costi.

I vantaggi della Legge di stabilità del 2015 sono lì a ricordare che laddove il costo del lavoro si riduce, l'impresa è sicuramente stimolata ad aumentare la propria forza di lavoro stabile.
Per capire la portata della sentenza della Consulta, è opportuno un rapido sguardo sulla disciplina dell'articolo 18 e le modifiche apportate dapprima con la legge 92/2012 e poi dal
D.lgs. 23/2015 con le c.d. tutele crescenti.

LA DISCIPLINA SUL LICENZIAMENTO TRA LEGGE FORNERO E JOBS ACT

Un'analisi completa della disciplina del licenziamento e, in particolare, della tutela reale, richiederebbe molto più spazio e sicuramente è più appropriata alla manualistica di settore.
In questa sede basterà ricordare alcune date importanti:

a) fino al 24 luglio 2012, data di entrata in vigore della c.d. legge Fornero, in caso di licenziamento dichiarato dal giudice illegittimo, ai sensi dell'art. 18, l. 300/1970, il lavoratore avrebbe avuto diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro oltre al pagamento di tutte le retribuzioni maturate dalla data di cessazione del rapporto a quella di effettiva reintegrazione (considerando la retribuzione globale di fatto);
b) con l'entrata in vigore della legge Fornero, la tutela reale viene ridimensionata e relegata alle sole ipotesi di fatto "manifestamente insussistente" sia nel caso del motivo economico che nel caso del motivo disciplinare;
c) infine, dal 7 marzo 2015, per tutti i nuovi assunti, viene meno la tutela reale nelle aziende con oltre 15 dipendenti nella singola unità produttiva, ed in caso di licenziamento economico il lavoratore avrebbe avuto diritto ad un'indennità compresa tra un minimo di 4 ed un massimo di 24 mensilità calcolate sull'anzianità di servizio (2 mensilità per ogni anno) e commisurate alla retribuzione utile per il tfr (se si è part time la retribuzione è ridotta).
Infine, con il Decreto Legge n. 87/2018 (legge di conversione n. 96 del 9 agosto 2018), conosciuto come "Decreto Dignità" l'indennità risarcitoria per il lavoratore è stata aumentata da un minimo di 6 ad un massimo di 36 mensilità.

L'INTERVENTO DELLA CORTE COSTITUZIONALE

Il 9 novembre 2018 è intervenuta la Corte Costituzionale a dichiarare incostituzionale il Jobs Act nella parte in cui stabilisce un criterio "matematico" di calcolo dell'indennità risarcitoria, ovvero le due mensilità per ogni anno di servizio.

L'indennità riconosciuta al lavoratore in caso di licenziamento illegittimo, dunque, verrà stabilita direttamente da parte del giudice, all'interno della forbice compresa tra un minimo di 6 ed un massimo di 36 mensilità, tenendo conto di una serie di elementi in concorrenza tra loro: durata del rapporto di lavoro, condotta processuale delle parti, tipo di attività svolta, età del lavoratore, numero dei dipendenti e dimensione dell'impresa, ecc.

In questo momento, quindi, un lavoratore in regime di Jobs Act ottiene una tutela indennitaria perfino maggiore rispetto a quanto inizialmente previsto con la legge Fornero e poi proprio con il D.lgs. 23/2015, anche se in servizio da pochi mesi.

CHI TRAE VANTAGGIO DALLA SEMPLIFICAZIONE DEI LICENZIAMENTI

In realtà la domanda è mal posta, poiché non vi è stata alcuna semplificazione dei licenziamenti ma – al più – una semplificazione delle modalità di calcolo dell'indennità risarcitoria riconosciuta in caso di licenziamento dichiarato illegittimo.

Questa novità non ha aiutato le imprese, come si accennava inizialmente, poiché la vexata quaestio sull'articolo 18 era e resta di altra natura, ovvero: ottenuta la reintegrazione nel posto di lavoro, il prestatore avrebbe diritto ad ottenere le retribuzioni per tutta la durata del processo. Un giudizio del lavoro (comprensivo di due gradi di merito e di uno di legittimità), può durare anche 6-8 anni, ed una condanna al pagamento per 8 anni di retribuzione potrebbe mettere in ginocchio anche la più solida delle aziende.

Ecco che il problema torna ad essere la durata dei giudizi, e non il diritto sostanziale.

CONSIDERAZIONI FINALI E SPUNTI DI RIFLESSIONE

Al netto delle opinioni diverse nella Dottrina, è indiscutibile che il riconoscimento o meno della tutela reale ponga in contrapposizione due visioni del mondo del lavoro completamente diverse: l'una, favorevole all'eliminazione della tutela reale, che cerca di quantificare in modo matematico l'indennizzo in caso di uscita dal rapporto di lavoro; l'altra, al contrario, che considera il lavoro una forma di partecipazione dell'uomo alla cosa pubblica, in grado di contribuire alla propria crescita sociale ed al proprio benessere.

Forse entrambe le posizioni posso essere conciliate, mantenendo intatta la tutela reale, e limitando comunque (a fronte della reintegra) la quantificazione dell'indennità risarcitoria.
A ben vedere, infatti, l'art. 18, per come fu concepito, rappresentava un perfetto equilibrio tra il 1° ed il 2° comma dell'art. 41 della Costituzione, quindi tra il legittimo riconoscimento della libertà di iniziativa economica privata (e del relativo profitto) e l'utilità sociale a cui deve essere orientata la medesima (onde evitare si trasformi in mera speculazione).

Dopo la Consulta, comunque, la discussone è tornata nuovamente attuale.