Dimissioni per giusta causa - L'esigenza di un bilanciamento degli interessi nell'ottica di una "ragionevole" interpretazione del CCNL

26/03/2020 17:18

a cura dell'avv. Antonio Cazzella – Trifirò & Partners Avvocati


La recente sentenza n. 6437 resa dalla Corte di Cassazione il 6 marzo 2020, in materia di dimissioni per giusta causa, offre lo spunto per una riflessione sulla nozione di "norma elastica" elaborata dalla giurisprudenza di legittimità e sulle modalità di applicazione dei canoni di interpretazione del contratto.

La fattispecie esaminata riguarda un'ipotesi di giusta causa di dimissioni prevista dal CCNL (metalmeccanici), che consente al lavoratore, in caso di ritardo nel pagamento della retribuzione di oltre 15 giorni rispetto alla scadenza fissata a fine mese, di recedere dal rapporto di lavoro con diritto al pagamento dell'indennità di preavviso.

I giudici di merito hanno escluso la sussistenza di una giusta causa di dimissioni, in quanto, nel caso di specie, il ritardo nel pagamento della retribuzione del mese di dicembre e della tredicesima mensilità era stato determinato da una situazione di conclamata crisi aziendale. Infatti, nel corso del mese di dicembre, il datore di lavoro aveva chiesto di essere ammesso al concordato preventivo ed alla cassa integrazione guadagni con decorrenza dal 15 dicembre; il dipendente si era dimesso il 26 febbraio, non avendo ancora percepito il trattamento di integrazione salariale (successivamente concesso a tutti i lavoratori interessati.)

Nel confermare la decisione di secondo grado, la Suprema Corte ha ricordato, in primo luogo, che la giusta causa di recesso (art. 2119 cod. civ.) si configura come una norma "elastica" o "flessibile", che richiede, quindi, di essere "concretizzata" dall'interprete, la cui valutazione è censurabile anche in sede di legittimità (nei limiti più avanti evidenziati).

In particolare, l'interpretazione deve tener conto dei principi costituzionali, dei principi generali dell'ordinamento giuridico nonché delle "regole che si configurano, per la costante e pacifica applicazione giurisprudenziale e per il carattere di generalità assunta, come diritto vivente".

Sempre riguardo la nozione di norma elastica e con specifico riferimento alla regola stabilita dall'art. 1366 cod. civ. - secondo cui il contratto deve essere interpretato secondo buona fede - la Suprema Corte ha rilevato che le clausole generali di "correttezza e buona fede" ed il principio di "ragionevolezza", anche ove non si ritengano norme flessibili, costituiscono comunque "criteri o canoni giuridici di valutazione su cui deve comunque misurarsi la tenuta di ciascuna fattispecie scrutinata, dal momento che, come si è rilevato in dottrina, il diritto non può disattendere "la ragionevolezza", cioè tutto ciò che è "ragionevole", "congruo", "adeguato" o che risponda "alla buona fede" o alla "diligenza"; termini questi che, come si è fatto rilevare anche in sede dottrinaria, ricorrono con frequenza nelle direttive Europee e nelle sentenze della Corte di Giustizia".

In particolare, la Suprema Corte - richiamando il criterio di correttezza e di buona fede (che governa l'ermeneutica contrattuale ex art. 1366 cod. civ.) ed il criterio di "ragionevolezza" - ha rilevato che, nell'interpretazione della normativa contrattuale, si deve attuare un "ponderato bilanciamento degli interessi delle parti".

Con specifico riferimento alla fattispecie esaminata, quindi, la Corte di Cassazione ha evidenziato che "l'inadempienza della società all'obbligazione retributiva, protrattasi per un breve lasso temporale, non vulnerava l'esigenza garantistica posta dalle parti sociali a fondamento della clausola di cui all'art. 4 c.c.n.l. di settore applicabile alla fattispecie".

Inoltre, la Suprema Corte ha affermato che non assume alcun rilievo la circostanza che il CCNL abbia espressamente previsto la possibilità per il dipendente, in caso di ritardo .nel pagamento della retribuzione protrattosi per oltre 15 giorni dalla scadenza, di recedere dal rapporto di lavoro per giusta causa.

A tal riguardo, la Suprema Corte ha ricordato, preliminarmente, che "la contrattazione collettiva per la sua natura di mera espressione di autonomia negoziale può essere disattesa dal giudice allorquando questi vi ravvisi violazione di legge" e, con specifico riferimento alla norma contrattuale esaminata, ha evidenziato che il lavoratore aveva attribuito alla clausola del contratto collettivo un'errata interpretazione al fine di inferire "una forma di "diritto potestativo" da far valere sempre e comunque in giudizio, da potere quindi azionare nei tempi voluti a fronte del quale nulla può il datore di lavoro", in palese contrasto con il disposto dell'art. 1366 cod. civ..

Da ultimo, vale la pena di sottolineare che il principio secondo cui l'interprete deve operare secondo un ponderato bilanciamento degli interessi delle parti ha una portata che prescinde da una specifica previsione, nell'ambito del CCNL, di dimissioni per giusta causa ed appare un criterio di cui tener conto (soprattutto) in questo particolare momento di difficoltà economica, in considerazione del fatto che una situazione di crisi aziendale ben potrebbe determinare ritardi nel pagamento delle retribuzioni.

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