COVID 19

L'INFEZIONE DA CORONAVIRUS È MALATTIA PROFESSIONALE

21/04/2020 13:28

a cura dell'avv. Stefano Stefano Trifirò, T&P Trifirò & Partners avvocati


È da qualche giorno che inizia a parlarsi sempre con più insistenza di Fase 2. Ma non può certo dirsi che con ciò diminuisca la pressione sui datori di lavoro.

Infatti, con il graduale ritorno al lavoro nei locali aziendali, si apre un ulteriore nuovo ed inesplorato panorama di oneri e responsabilità per le società che intendano riprendere le proprie attività. Gli spunti di trattazione al riguardo sarebbero davvero molti e forse non basterebbe una monografia dedicata per una trattazione che possa dirsi esaustiva.

Tuttavia, un tema fra tutti – forsanche per il suo valore simbolico – balza maggiormente agli occhi dell'interprete. Si tratta della disposizione contenuta nel comma secondo dell'art. 42 DL 17 marzo 2020, n.18. Per coloro ai quali all'occhio non fosse balzata, basti richiamare che la norma in parola ha ricondotto alla fattispecie dell'infortunio sul lavoro i casi di infezione da coronavirus contratta in occasione di lavoro. Ciò, oltre a comportare che le prestazioni assistenziali vengano erogate dall'INAIL anche per il periodo di quarantena, ha dato l'occasione a quest'ultimo di esprimersi sui criteri interpretativi dell'espressione "in occasione di lavoro".

L'Ente Previdenziale, con la Circolare 3 aprile 2020, n. 13, ha definito l'ambito di tutela del citato art. 42, secondo comma, DL 18/2020, stabilendo:

a) per gli operatori sanitari un rischio elevato fino a diventare specifico;

b) per i lavoratori, che hanno un contatto con il pubblico costante, un rischio elevato, ma non specifico;

c) per gli altri casi, l'accertamento medico-legale seguirà l'ordinaria procedura.

L'INAIL ha dunque previsto per una vastissima ed indefinita cerchia di lavoratori la presunzione semplice di origine professionale della malattia da coronavirus.

La Circolare INAIL, ovviamente, vale a regolare la condotta ed i rapporti con l'Ente, ma, come noto, assume anche un indiretto valore interpretativo in materia di eziologia professionale della malattia e del conseguente danno biologico, anche nelle future cause fra privati.

Ed è in detta prospettiva che diviene problematica la presunzione semplice prevista dalla Circolare del 13 aprile. Infatti, questa si riferisce esplicitamente all'art. 2729 cod. civ. il quale dispone che "Le presunzioni non stabilite dalla legge sono lasciate alla prudenza del giudice, il quale non deve ammettere che presunzioni gravi, precise e concordanti".

Dunque, l'INAIL qualifica la circostanza di avere un contatto con il pubblico costante durante il lavoro come un elemento presuntivo utilizzabile (anche da solo) dal giudice ai fini del suo libero convincimento ex art. 116 cod. proc. civ. Ma, val la pena di ricordare che la presunzione, in quanto prova indiretta, permette di essere utilizzata dal giudice solamente per provare un fatto per il quale non vi siano prove dirette (documenti, testimoni etc.).

In poche parole, la presunzione prevista dall'INAIL comporta una ricaduta processuale che – in assenza di prove dirette – vale a sollevare il ricorrente della prova sul nesso causale fra la malattia da coronavirus e la prestazione di lavoro. Secondo l'interpretazione dell'Ente Previdenziale il lavoratore dovrà "semplicemente" provare lo stato morboso e di aver svolto mansioni a contatto con il pubblico, senza dover invece dimostrare di aver preso la malattia durante il lavoro. Al contrario, un eventuale datore convenuto in giudizio sarebbe gravato, oltre che della consueta prova liberatoria, anche della prova diretta sull'assenza di nesso causale fra le mansioni e la morbilità. Prova che, essendo "negativa", assume le connotazioni di una probatio diabolica, ma che, se fornita in via documentale, porterebbe ad un rigetto delle pretese del lavoratore ai sensi della precitata gerarchia delle prove prevista dall'art. 116 cod. proc. civ.


Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro|Circolare|3 aprile 2020| n. 13

Vetrina