Licenziamento per ragioni organizzative: i recenti orientamenti della giurisprudenza di legittimita'

| 23/04/2020 15:40

Commento a cura dell'avv. Antonio Cazzella – Trifirò & Partners Avvocati

Fermo restando il temporaneo divieto di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, introdotto dal Decreto Cura Italia, appare comunque utile una breve disamina degli ultimi approdi della giurisprudenza di legittimità.


Con la recente sentenza n. 7471 del 19 marzo 2020 , la Suprema Corte ha precisato che la violazione del criterio di correttezza e buona fede nella scelta, tra lavoratori adibiti a mansioni omogenee, del dipendente da licenziare può comportare, esclusivamente, sanzioni risarcitorie.


Nella citata sentenza, la Corte di Cassazione – nel ricordare che il requisito della manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento (che comporta la tutela reintegratoria) deve intendersi come "chiara, evidente e facilmente verificabile assenza dei presupposti di legittimità del recesso" - ha evidenziato che la manifesta insussistenza non può configurarsi nel caso in cui il datore di lavoro offra una prova "insufficiente" delle ragioni poste a fondamento del licenziamento (come, ad esempio, nel caso in cui la soppressione del posto di lavoro venga collegata ad un calo di fatturato, che non risulti, tuttavia, dimostrato); pertanto, in tali casi, il giudice non può applicare automaticamente la tutela reintegratoria (sul punto, vedi anche Cass. 25 giugno 2018, n. 16702 ).


Sempre recentemente, in materia di licenziamento per soppressione della posizione lavorativa, la Suprema Corte - con sentenza n. 3819 del 14 febbraio 2020 - ha ricordato che l'andamento economico negativo dell'azienda non costituisce un presupposto che il datore di lavoro debba necessariamente porre a fondamento del licenziamento (e, quindi, provare in giudizio), essendo sufficiente che "le ragioni inerenti all'attività produttiva e all'organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività, determinino un effettivo mutamento dell'assetto organizzativo attraverso la soppressione di una individuata posizione lavorativa", restando esclusa ogni valutazione, da parte del giudice, in merito all'opportunità ed alla congruità della scelta di risolvere il rapporto di lavoro.


La Suprema Corte ha precisato che, ove il recesso sia invece motivato dall'esigenza di far fronte a situazioni economiche sfavorevoli e di tali esigenze non venga fornita la prova, il licenziamento risulterà "ingiustificato per la mancanza di veridicità e la pretestuosità della causale addotta".
In conclusione, gli oneri probatori a carico del datore di lavoro – e, soprattutto, la sanzione applicabile in caso di licenziamento illegittimo - dipendono dalle ragioni poste a fondamento del recesso.

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