231 - Responsabilità da reato e gruppi di imprese - Commento alle sentenza n. 52316 del 2016

21/02/2017 09:47

Marco Giannone, avvocato - Studio Legale Ventimiglia


Cass. pen., Sez. II, Sent., (ud. 27.09.2016) 9.12.2016, n. 52316 – Commento a sentenza

Con la sentenza n. 52316/2016 i Giudici della Suprema Corte affrontano le problematiche relative all'assenza, all'interno del D. lgs. n. 231 del 2001, di una disciplina relativa al fenomeno dei gruppi d'impresa, cercando, in particolare, di rispondere all'interrogativo circa la configurabilità o meno della responsabilità amministrativa in capo ad una società capogruppo nell'ipotesi in cui il reato presupposto sia stato posto in essere nell'interesse o a vantaggio immediato di una società direttamente controllata.


Nel caso in esame al vaglio dei Giudici di legittimità una vicenda di esportazione illecitamente incentivata con fondi pubblici, che aveva condotto alla condanna dei vertici societari delle imprese coinvolte per le fattispecie di associazione per delinquere ex art. 416 c.p. e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ex art. 640-bis c.p. e che aveva comportato, altresì, una responsabilità ai sensi del citato D. lgs. n. 231 del 2001 della parent company in riferimento ai reati commessi nell'ambito delle sue controllate.


I Giudici, nella recente pronuncia, ribadiscono che il D. lgs. n. 231 del 2001 modellando la responsabilità degli enti giuridici sulla figura delle società atomisticamente considerate, non sembra prendere in considerazione il fenomeno – pure espressamente disciplinato dal diritto societario (artt. 2497 c.c. e ss.) - dei gruppi societari, ovvero della concentrazione di una pluralità di società sotto la direzione ed il controllo di una holding affermando, in premessa, che "[…] il fatto che, formalmente, le società facenti parte del gruppo siano giuridicamente autonome ed indipendenti, non impedisce che le attività di ciascuna costituiscano espressione di una comune politica d'impresa, generalmente voluta dalla holding partecipante nell'ottica della diversificazione dei rischi".

Cionondimeno, l'importante insegnamento che si trae dalla pronuncia in esame, che pare definitivamente fugare ogni incertezza interpretativa sulla dibattuta questione, è l'invito ad escludere "automatismi applicativi" o "semplificazioni probatorie" nell'indagine su una eventuale responsabilità della società capogruppo.

Rilevano, infatti, i Giudici, che per poter affermare tale responsabilità non è sufficiente evocare l'appartenenza al gruppo o più genericamente ad un "interesse di gruppo", ma grava sempre per l'Accusa l'onere di provare puntualmente – per tutte le società coinvolte – la sussistenza delle generali condizioni per l'addebito della responsabilità "231" e cioè, come noto, la commissione da parte di un "soggetto qualificato" di un "reato presupposto" nell' "interesse od a vantaggio" dell'ente.

La Corte, dopo aver dato conto, della rilevanza penalistica del fenomeno dell'aggregazione d'imprese ha affermato dunque il principio di diritto per cui "in tema di responsabilità da reato […] la società capogruppo (la c.d. holding) o altre società facenti parte di un gruppo possono essere chiamate a rispondere, ai sensi del D.lgs. n. 231 del 2001, del reato commesso nell'ambito dell'attività di una società controllata appartenente al medesimo gruppo, purchè nella consumazione del reato presupposto concorra anche almeno una persona fisica che agisca per conto della holding stessa […] non essendo sufficiente l'enucleazione di un generico riferimento al gruppo, ovvero ad un c.d. generale "interesse di gruppo".

La vicenda ha permesso, infine, ai Giudici di Piazza Cavour di soffermarsi – rimanendo al tema della responsabilità ex D. lgs. n. 231 del 2001 – sul concetto di "elusione fraudolenta" del Modello di organizzazione, gestione e controllo e sul ruolo e prerogative dell'Organismo di Vigilanza.

Con riferimento a quest'ultimo profilo la sentenza in esame afferma, sulla scorta di un orientamento costante della stessa giurisprudenza di legittimità, che il mero approntamento di un modello non può essere da solo sufficiente ad esimere da responsabilità amministrativa una società, essendo, altresì, necessaria l'istituzione di un Organismo che rivesta la funzione di vigilanza sul funzionamento e sull'osservanza del modello medesimo e che sia, al contempo, dotato di autonomi ed efficaci poteri di iniziativa e controllo.

D'altra parte come opportunamente rilevato dai Giudici è lo stesso D. lgs. n. 231 del 2001 che parte dal presupposto che un efficace modello organizzativo e di gestione può essere violato solo se le persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell'ente abbiamo operato eludendo fraudolentemente il modello stesso, "elusione fraudolenta" che dovrà, tuttavia, materialmente concretizzarsi in una condotta "ingannevole, falsificatrice, obliqua, subdola, ovvero di aggiramento di una norma imperativa", non essendo bastevole la "semplice e frontale violazione della stessa". Conformandosi agli esposti principi la Suprema Corte decretava che, nel caso oggetto di giudizio, il modello approntato dalla società fosse "rimasto un interessante testo in teoria", e ciò proprio "per l'inadeguatezza dell'Organismo di Vigilanza composto in maniera tale da essere privo di qualsivoglia indipendenza dagli amministratori della Società".

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