La gravità della frode determina l'interruzione della prescrizione

27/06/2017 13:55

Nota a cura di Fabrizio Ventimiglia, avvocato - Studio Legale Ventimiglia

La sentenza Taricco (8 settembre 2015, C-105/14) ha evidenziato come la disciplina italiana in tema di prescrizione, risultante dal combinato disposto degli articoli 160, ultimo comma, e 161 del codice penale, nella parte in cui determina per frodi gravi in materia di Iva un'interruzione del termine di prescrizione non superiore ad un quarto della sua durata iniziale, impedisca di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in caso di "frode grave".


Sulla base del principio del primato del diritto dell'Unione europea, sono state disapplicate le disposizioni nazionali in contrasto con l'indirizzo della Corte di Giustizia, già abbracciato dalla sentenza della Cassazione del 2015.


La conclusione recentemente raggiunta dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 31265/17 pone a fondamento dell'interruzione della prescrizione la gravità, statuendo che in tema di dichiarazione fraudolenta mediante fatture false, la prescrizione del reato non si interrompe quando

(i) l'entità dell'Iva evasa non è grave e

(ii) la gravità non sia desunta dai criteri previsti dall'articolo 133, primo comma, del codice penale.


I giudici di legittimità si sono pronunciati sul punto in seguito al ricorso presentato dal Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Venezia avverso la sentenza del Tribunale di Padova che dichiarava il non doversi procedere per il reato di cui all'articolo 2 del D. Lgs. n. 74/2000 poiché estinto per prescrizione: quanto detto sulla base del fatto che il termine massimo di prescrizione previsto per la fattispecie in questione è di 7 anni e 6 mesi, decorrenti dalla data di consumazione del fatto.


Pertanto, a parere del ricorrente, la sentenza del Tribunale non ha considerato né quanto affermato dalla Corte di Giustizia nella sentenza Taricco né l'indirizzo giurisprudenziale espresso dalla Cassazione Pennacchini nel 2015, secondo cui, in materia di reati tributari, in caso di condotte fraudolente determinanti una grave evasione dei tributi IVA, devono essere disapplicate le disposizioni di cui agli articoli 160, co. 3, ultima parte, e 161, co. 2, del codice penale, trovando applicazione quanto previsto all'articolo 51, co. 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale, secondo cui il termine ordinario di prescrizione ricomincia a decorrere dopo ogni atto interruttivo.
I giudici di legittimità, però, hanno delimitato l'ambito di disapplicazione della disciplina della prescrizione prevista dagli artt. 160 e 161 del codice penale, sostenendo che quanto detto nella sentenza Taricco non si applica ai fatti già prescritti alla data di pubblicazione di tale pronuncia; inoltre, hanno precisato che, per poter disapplicare tali articoli, sia necessaria l'esistenza di un procedimento penale avente ad oggetto "frodi gravi", connotate da fraudolenza e dirette all'evasione dell'Iva, la cui gravità deve essere desunta dai criteri previsti dall'art. 133, co. 1, del codice penale.


Nel caso in questione, tuttavia, a parere della Suprema Corte non sussistono i presupposti necessari per poter applicare i principi indicati dalla sentenza Taricco, in quanto è manchevole il carattere di "frode grave".


La Corte ha dunque osservato che per determinare la gravità della frode debba farsi riferimento ai criteri previsti dal comma 1 dell'articolo 133 del codice penale, che tiene conto non solo della gravità del danno ma anche della natura, della specie, dei mezzi, dell'oggetto, del tempo, del luogo e delle modalità dell'azione, nonché dell'elemento soggettivo.


Ne deriva, quindi, che la gravità della frode possa essere desunta anche dai seguenti elementi:

(i) organizzazione posta in essere;

(ii) partecipazione di più soggetti al fatto;

(iii) sistematicità delle operazioni fraudolente;

(iv) loro reiterazione nel tempo.

Vetrina