Dlgs n. 231/2001 e il rischio-Paese: qualche riflessione

13/12/2017 09:08

A cura dell'avv. Claudio Coratella, Sistema Società 12.12.2017


Stante la globalizzazione del mercato, molte imprese, per cogliere ulteriori opportunità, hanno delocalizzato interessi, sedi, uffici e stabilimenti al di fuori del territorio italiano.

Un'organizzazione transnazionale, però, impone un maggior sforzo per monitorare le attività dislocate all'estero anche in termini di rilevanza penale e per garantire la sicurezza dei propri lavoratori in contesti territoriali meno sicuri poiché, per esempio, caratterizzati da condizioni igienico-sanitarie non particolarmente favorevoli o notoriamente contrassegnati da situazioni di instabilità politica o di conflitto civile o tensione sociale (causati dalle differenze culturali o dalle diseguaglianze socio-economiche sussistenti tra la popolazione) o da problemi di (estesa) criminalità o, ancor peggio, dalla crescente aggressività dei nuovi gruppi terroristici (che, tra l'altro, compiono attentati o sequestri di persona anche in aree considerate sinora sicure, quali le capitali europee, o mirando ai cosiddetti soft target con elevata presenza di cittadini stranieri).

Tutto ciò, chiaramente, ha importanti riflessi anche sull'applicabilità del Dlgs. n. 231/2001.

Come è noto, infatti, il reato-presupposto commesso all'estero può rilevare sia in termini di transnazionalità (art. 10 legge 16 marzo 2006, n.146), sia ai sensi e per gli effetti dell'articolo 4 Dlgs. n. 231/2001.

Ed infatti, da un lato, l'articolo 10 della legge n.146/2006 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione e dei Protocolli delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale, adottati dall'Assemblea generale il 15 novembre 2000 ed il 31 maggio 2001) prevede la responsabilità amministrativa dell'ente relativamente ad alcuni specifici reati (transnazionali)-presupposto, dall'altro, l'articolo 4 Dlgs. n. 231/2001 (in tema di reati-presupposto commessi all'estero) statuisce che nei casi e alle condizioni previsti dagli artt. 7, 8, 9 e 10 c.p., gli enti aventi nel territorio dello Stato la sede principale rispondono anche in relazione ai reati commessi all'estero, purché nei loro confronti non proceda lo Stato del luogo in cui è stato commesso il fatto, stigmatizzando, in buona sostanza, il principio di extraterritorialità della giurisdizione penale italiana, al quale consegue, tra gli altri, l'obbligo (per l'ufficio consolare) di notiziare la magistratura italiana in tutti i casi in cui il reato abbia come attore o vittima un cittadino italiano.

La relazione ministeriale al decreto, sul punto, ha così evidenziato: «(…) si è ritenuto che l'ipotesi, assai diffusa dal punto di vista criminologico, meritasse comunque l'affermazione della sanzionabilità dell'ente, al fine di evitare facili elusioni della normativa interna: e ciò anche al di fuori delle circoscritte ipotesi in cui la responsabilità dell'ente consegua alla commissione di reati per i quali l'art. 7 c.p. prevede la punibilità incondizionata.
L'opzione è oltretutto conforme al progressivo abbandono, nella legislazione internazionale, del principio di territorialità ed alla correlativa, sempre maggiore affermazione del principio di universalità". Peraltro, "la costante attenzione dell'Italia ai profili di cooperazione internazionale (resi talvolta difficili dalla sovrapposizione delle azioni punitive da parte dei diversi Stati, soprattutto quando, come in Italia, vige il principio di obbligatorietà delle stesse) ha suggerito di apporre uno sbarramento alla perseguibilità dell'illecito commesso dall'ente nei casi in cui nei suoi confronti già proceda lo Stato del luogo in cui è stato commesso il fatto».

Tra i reati-presupposto della responsabilità amministrativa dell'ente, difatti, rientrano anche reati direttamente o indirettamente riconducibili alla mala gestio del c.d. rischio-Paese e nei quali il lavoratore può essere coinvolto quale soggetto attivo o passivo, come, per esempio, la corruzione e/o l'omicidio colposo e le lesioni gravi commesse in violazione delle norme sulla tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori (vi è l'obbligo di adempiere ai doveri in materia di salute e sicurezza sul lavoro anche nelle unità produttive ed organizzative collocate all'estero o nel corso di missioni e trasferte), che possono essere la conseguenza non solo di condotte tipicamente legate al lavoro, ma anche di episodi totalmente disancorati come un sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione o di terrorismo eccetera.

Con riferimento alla corruzione – oramai, purtroppo, diffusa, soprattutto come strumento di accesso al mercato, a livello internazionale – il legislatore italiano ha previsto una norma ad hoc, l'art. 322-bis c.p., che ricomprende tra le condotte punibili tutta una serie di fattispecie già previste e sanzionate a livello nazionale. Sulla scorta di tale disposizione, la corruzione a livello internazionale sussiste quando un ente di uno Stato diverso rispetto a quello del pubblico ufficiale dà o promette denaro o altra utilità ad un pubblico ufficiale straniero.


La norma è stata aggiunta dall'art. 3 della legge n. 300/2000, che è lo stesso provvedimento che, all'articolo 11, ha attribuito al Governo la delega ad emanare «un decreto legislativo avente per oggetto la disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica che non svolgono funzioni di rilievo costituzionale con l'osservanza di una serie di principi e criteri direttivi», ossia il Dlgs. n. 231/2001 s.m.i.

L'art. 322-bis c.p., insieme con altre norme, risponde all'evidente ratio di sottrarre la gestione di appalti di interesse pubblico (concernenti, cioè, opere, servizi o forniture destinati alla collettività) alle imprese aggiudicatarie, allorquando specifiche ipotesi di reato contro la pubblica amministrazione – oppure, in termini più ampi, rilevate situazioni anomale e comunque sintomatiche di condotte illecite o eventi criminali – risultino riferibili allo stesso ente e con riguardo al medesimo contratto, e ciò a livello sia nazionale che internazionale.

La giurisprudenza di merito, sul punto, già qualche anno fa, ha precisato che la norma citata non è funzionale ad assicurare il buon andamento e l'imparzialità della pubblica amministrazione di qualsiasi Stato estero, quanto piuttosto si propone lo scopo di armonizzare il trattamento, nei diversi ordinamenti, del corruttore attivo sul piano internazionale/commerciale, per neutralizzare i vantaggi economici e di posizione che questi potrebbe ottenere dal ricorso a pratiche corruttive più o meno diffuse e più o meno tollerate nei diversi paesi ove egli avesse ad operare e nello Stato di appartenenza (ex plurimis, Trib. Milano, Sez. 11, ordinanza 5 marzo 2007).

A prescindere dal fine della norma, in ogni modo, diviene indispensabile per le imprese – è il decreto stesso che lo prevede come onere – dotarsi di strumenti idonei a contrastare l'insorgere di tali situazioni sia attraverso la predisposizione e l'efficace attuazione di un modello di organizzazione che definisca compiutamente regole e procedure che consentano di impedirne la commissione, sia attraverso l'istituzione di un organismo di vigilanza a cui siano stati (effettivamente) affidati i compiti di vigilare sul funzionamento e l'osservanza dei citati modelli, nonché di curarne l'aggiornamento. Si dovrà partire, ovviamente, da un risk assessment finalizzato all'esatta individuazione dei rischi di fenomeni corruttivi secondo le metodologie comunemente già adottate in ambito nazionale per il contrasto di tali fenomeni e, contestualmente, dotarsi o rafforzare gli strumenti di contrasto dei reati societari, fiscali e finanziari, illeciti tutti realizzabili anche per "materializzare" la cosiddetta provvista occulta, indispensabile per dar luogo alla condotta corruttiva.

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