APOLOGIA E ISTIGAZIONE AL TERRORISMO AL TEMPO DI INTERNET

| 16/01/2018 13:48


La sentenza n. 55418 dello scorso 12 dicembre , con la quale la Suprema Corte ha individuato in un "like" di Facebook un grave indizio di colpevolezza per l'applicazione della custodia cautelare in carcere in relazione al reato di terrorismo internazionale, offre un ottimo spunto per analizzare la sottile distinzione tra due diversi delitti, ancorché disciplinati dalla medesima norma del codice penale (art. 414): l'apologia di reato e l'istigazione a delinquere, la cui differenziazione è stata resa ancora più labile dal potenziamento e dalla capillare diffusione dei mezzi di comunicazione on line.

Distinzione tra apologia di reato e istigazione a delinquere. L'art. 414 c.p. definisce l'istigazione a delinquere come il comportamento di chi "istiga a commettere uno o più reati", punito in maniera graduata in base al tipo di illecito commesso; l'apologia di reato, invece, non viene definita in maniera specifica ed istituzionale, limitandosi la norma in esame a qualificarla come l'esaltazione pubblica di un'azione o di una condotta previsti come delitti dall'ordinamento giuridico.Entrambi i reati in questione ben possono attuarsi anche tramite i social network.

Ma quale è l'elemento differenziale tra i due delitti?
L'apologia di reato. L'apologia di reato non si identifica nella mera manifestazione pubblica della propria opinione di critica negativa verso le leggi penali e/o sentenze né soltanto nell'esprimere il proprio apprezzamento verso l'autore di un reato già verificatosi, essendo invece necessario che l'esaltazione pubblica sia idonea a provocare l'immediata commissione di reati o almeno la concreta probabilità che essi siano posti in essere in un futuro più o meno prossimo da parte dei destinatari dell'apologia medesima. L'idoneità così intesa – il delitto esaltato è proposto come modello da imitare - è dunque condizione sufficiente per la punibilità concreta dell'autore dell'apologia, non essendo necessaria invece l'effettiva e successiva commissione del crimine: si tratta infatti di un reato di mera condotta e di pericolo presunto, per il quale è richiesto il solo dolo generico, cioè la cosciente volontà di indurre altri alla commissione di uno o più delitti, indipendentemente dal fine perseguito.

Per converso, non è configurabile il delitto di apologia allorché l'esaltazione rimanga privata (senza diventare pubblica) e quando essa non sia capace di provocare il rischio di adesione al disegno illecito da parte di destinatari che siano di per sé stessi restii a seguire il modello proposto.

L'istigazione a delinquere. In tema di istigazione a delinquere, non si può non sottolineare la rilevanza penale del cd. concorso morale nel reato che si estrinseca nella duplice modalità della "determinazione" e della "istigazione": la prima riguarda la condotta di chi fa nascere in altri l'intento criminoso; la seconda si risolve nel comportamento di chi semplicemente rafforza l'altrui volontà di delinquere già esistente. La dottrina maggioritaria tende ad unificare tali manifestazioni sotto l'unico concetto di istigazione che quindi è risultante tanto dal consolidamento di un progetto delinquenziale già in essere tanto dalla ideazione di uno prima inesistente.

Il reato de quo, inoltre, si configura indipendentemente dall'accoglimento dell'istigazione da parte del soggetto passivo e quindi anche nel caso che il reato non venga effettivamente commesso (in tale ultima ipotesi, tuttavia, la punibilità è esclusa ex art. 115, comma 3, c.p.).
Rapporti tra apologia e libertà di manifestazione del pensiero ex art. 21 Cost.

La Corte costituzionale, più volte investita della questione, ha optato sempre per l'assoluta legittimità costituzionale delle figure delittuose in esame. In particolare per ciò che concerne l'apologia di reato, la decisiva sentenza 4 maggio 1970, n. 65 la configura alla stregua di un' "istigazione indiretta": l'apologia punibile «non è la manifestazione di pensiero pura e semplice, ma quella che per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti»; ciò in quanto «la libertà di manifestazione del pensiero trova i suoi limiti non soltanto nella tutela del buon costume, ma anche nella necessità di proteggere altri beni di rilievo costituzionale e nella esigenza di prevenire e far cessare turbamenti della sicurezza pubblica la cui tutela costituisce una finalità immanente del sistema». Dunque, la condotta apologetica resta penalmente consentita solo se priva di effetti rispetto alla libertà altrui di autodeterminazione, risolvendosi quindi in una semplice celebrazione di un fatto di reato; se invece l'apologia è tale da influenzare la formazione della volontà altrui e la relativa libertà di pensiero, spingendo il destinatario dell'attività suggestiva alla commissione del delitto esaltato, allora sarebbero integrati gli estremi del reato apologetico.

Istigazione e apologia di reato su internet. L'ultimo comma dell'art. 414 c.p. stabilisce un aumento di pena fino a due terzi nel caso di istigazione a delinquere o apologia di reato commessi avvalendosi di strumenti informatici o telematici.


La Corte Suprema ha specificato, con la recente sentenza n. 24103/2017, i limiti e le condizioni necessari per la configurabilità di tali figure delittuose commesse tramite i social network: è fondamentale, infatti, che le modalità attraverso le quali viene esternata la comunicazione siano connotate da potenzialità diffusiva per il fatto di essere destinate ad un numero indeterminato di soggetti, non riconducibile ad un ambito strettamente interpersonale. Deve dunque trattarsi di messaggi e/o video e/o immagini liberamente leggibili da chiunque, come nell'ipotesi di un post inserito su Facebook o di un articolo o un commento pubblicati su un sito o una pagina internet accessibile a tutti senza restrizioni; è da escludersi, invece, la configurabilità dell'apologia o dell'istigazione nel caso di comunicazione attuata con diffusione di messaggi in ambito esclusivamente personale, come ad esempio le chat private dei social network accessibili solo tramite login con user e password personali.

La posizione della Cassazione

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