La tutela delle vittime di reato e la giustizia riparativa
La direttiva comunitaria 2012/29/UE del Parlamento e del Consiglio Europeo del 25/10/2012

06/03/2018 10:07


Commento a cura dell'Avv. Antonio Ferdinando De Simone


In un recente convegno tenuto, a Roma il 28 gennaio 2018, ove veniva affrontata la tematica dei giovani adulti e minori autori di reato, si è focalizzata l'attenzione sull'esigenza di rendere più efficace il ruolo della giustizia riparativa, non solo in ambito minorile, ma in generale nella giustizia penale.
La direttiva 2012/29/UE del Parlamento e del Consiglio Europeo del 25 ottobre 2012, ha istituito delle norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato. In tale direttiva, all'art. 12, sono previsti i diritti e le garanzie nel contesto dei sevizi di giustizia riparativa. L'attuazione della direttiva in Italia, com'è noto, è stata effettuata con il decreto legislativo n. 212 del 15 dicembre 2015, che ha modificato una serie di norme del codice di procedura penale .
La direttiva ha posto degli obiettivi, ha fornito delle definizioni giuridiche, ha determinato alcuni diritti della vittima del reato, ha precisato i diritti nel contesto dei servizi di giustizia riparativa, ha indicato la necessità di una formazione specialistica che sensibilizzi magistrati ed avvocati alle esigenze delle vittime.
Nel nostro ordinamento la forma più comune di giustizia riparativa è quella prevista dall'art. 29 comma IV del decreto legislativo n. 274 del 2000 e, cioè, le disposizioni sulla competenza penale del Giudice di Pace , che prevede nel caso di reato perseguibile a querela, la necessità per il giudice di promuovere la conciliazione tra le parti anche avvalendosi dell'attività di mediazione di strutture pubbliche o sussidiarie presenti sul territorio.

Non sussistono dubbi che in alcune regioni italiane la norma abbia funzionato ma è altrettanto certo che, in altri contesti, sia mancato l'apporto di centri di supporto e del percorso richiesto per addivenire compiutamente alle finalità della giustizia riparativa. In sostanza il Giudice di Pace Penale, a mio parere, invece di potenziare e strutturare, con le istituzioni locali, percorsi mediativi e conciliativi, ritagliandosi un ruolo di mediatore e conciliatore penale ed avere un ruolo attivo nella giustizia riparativa, ha riprodotto in brutta copia, il processo penale ordinario.
In altri Paesi, invece, come la Germania conoscono, ad esempio, l'istituto del tater-opfer-ausgeleich, nel processo minorile, come mediazione autore vittima di reato (fin dal 1990), oppure la Spagna che ha introdotto una forma di mediazione nel processo minorile nel 1992 o il Belgio che ha esteso la giustizia riparativa anche nel sistema penitenziario e nella fase eso-procedimentale già davanti alla polizia giudiziaria come diversion.

Orbene, dopo la direttiva UE del 2012 occorre, in primo luogo, sgombrare il campo dal fatto che si possa parlare di giustizia riparativa in assenza di consenso della vittima ad aderire al percorso di mediazione e ristoro dei danni provocati dal reato e collocare, nel nostro ordinamento , in maniera del tutto errata, come fosse giustizia riparativa, istituti giuridici come l'art. 35 del d.l.vo n. 274 del 28 agosto 2000 (estinzione del reato conseguente a condotte riparatorie) o l'art. 162 ter c.p.p. ( estinzione del reato per condotte riparatorie), introdotto con la legge n. 103 del 23 giugno 2017.
Infatti, l'art. 12 lettera a) della direttiva 2012/29/UE precisa che si ricorre ai servizi di giustizia riparativa soltanto se sono nell'interesse della vittima, in base ad eventuali considerazioni di sicurezza e se sono basati sul suo consenso, libero ed informato che, peraltro, può essere revocato in qualsiasi momento. Senza il consenso libero ed informato della vittima del reato non ci può essere giustizia riparativa, anzi i modi di risoluzione del procedimento penale, attraverso recenti forme di deflazione, come per i reati a querela, con un' offerta di denaro in forma solenne, in un certo senso, seguono una strada diversa ed antitetica da quanto la giustizia riparativa pretende di raggiungere attraverso l'attività d' incontro e mediazione.
Ciò che è stato fatto, invece, attraverso la legislazione nazionale – decreto legislativo n. 212 del 2015 - è certamente il potenziamento dei poteri della persona offesa in ambito procedimentale, sia in riferimento alla conoscenza del procedimento sia a tutela della "vittimizzazione secondaria", cioè il rapporto tra autore del reato e vittima nel corso del procedimento e dopo l'intervento dell'autorità giudiziaria o di polizia.

I diritti della persona offesa, per taluni reati, già ampliati nella nostra legislazione con l'art. 21 del d.l.vo. N. 274 del 2000, che consente il ricorso immediato davanti al Giudice di Pace, si sono amplificati anche nel procedimento ordinario con la previsione: del diritto alle informazioni alla persona offesa art. 90 bis c.p.p.; con le comunicazioni dell'evasione e della scarcerazione art. 90 ter c.p.p.; con la definizione della condizione di particolare vulnerabilità ai sensi dell'art. 90 quater c.p.p.; con la necessità di conoscenza degli atti posti in essere attraverso la traduzione e nomina d'interprete e la previsione dell'incidente probatorio o assunzione di informazioni dalla persona offesa in particolari modalità e condizioni.
L'introduzione dell'art. 190 bis c.p.p., poi, in riferimento ai requisiti della prova, in casi particolari, nonchè l'assunzione di informazioni in particolari fattispecie di reato ( art. 351 c.p.p.) e le modalità dell'esame diretto e controesame dei testimoni con la possibilità, a tutela dei minori, di farsi assistere da un esperto in psicologia infantile o di un familiare, sono certamente applicazione diretta e necessaria delle facoltà e diritti della persona offesa.
L'attenzione del legislatore nazionale, tuttavia, è stata rivolta in forma endogena nel procedimento penale ampliando i poteri e le facoltà della persona offesa, mentre, in tema di giustizia riparativa propria ed in tema di restituzioni e risarcimento del danno, non si può ritenere raggiunto l'obiettivo complessivo della direttiva comunitaria.
Occorre precisare, poi, che nella legislazione nazionale, vi è la comune distinzione tra persona offesa del reato e persona danneggiata dal reato, intendendo, molto sinteticamente come persona offesa il soggetto il cui bene giuridico è stato offeso dal reato mentre il danneggiato è un soggetto che ha subito un danno dal reato mentre nella direttiva comunitaria si parla di vittime di reato.
Le distinzioni e le definizioni che si trovano all'interno della direttiva comunitaria sono , testualmente, le seguenti (art. 2 direttiva cit.): -vittima è una persona fisica che ha subito un danno, anche fisico, mentale o emotivo, o perdite economiche che sono stati causati direttamente da un reato;

-vittima è anche un familiare di una persona la cui morte è stata causata direttamente da un reato e che ha subito un danno in conseguenza della morte di tale persona;

-familiare è il coniuge , la persona che convive con la vittima in una relazione intima, nello stesso nucleo familiare e in modo stabile e continuo, i parenti in linea diretta, i fratelli e le sorelle, e le persone a carico della vittima ;

-minore una persona di età inferiore agli anni diciotto;

-giustizia riparativa è qualsiasi procedimento che permette alla vittima e all'autore del reato di partecipare attivamente, se vi acconsentono liberamente, alla risoluzione delle questioni risultanti del reato con l'aiuto di un terzo imparziale.

L'identificazione persona offesa con la vittima del reato è una conseguenza logica, a mio parere, se si approfondiscono i contenuti della direttiva in rapporto alla nostra legislazione preesistente e, quindi, occorre verificare quante tutele sono già in parte state apportate dal nostro ordinamento e quante potrebbero essere realizzate.

La legge n. 119 del 2013, per esempio, occorre evidenziarlo anche alla luce della sentenza della Suprema Corte di Cassazione ( Sentenza n. 13497/17), aveva già previsto una serie di strumenti a tutela delle vittime della violenza di genere, ivi compresa l'estensione del Patrocino a Spese dello Stato in deroga ai limiti di reddito, con la specifica modifica del D.P.R. 115 del 2002 ( il testo unico in materia di spese di giustizia). Un passo avanti che, tuttavia, non si può definire risolutorio della necessità di apprestare non solo assistenza legale a carico dello Stato ma anche psicologica e funzionale alle vittime attraverso percorsi di sostegno e mediazione ad opera delle organizzazioni pubbliche e sussidiarie.

Il diritto al Patrocinio a Spese dello Stato, con rinvio alle legislazioni nazionali contenuto nell'art. 13 della direttiva non giustifica, poi a mio parere, il pagamento del bollo di ventisette euro sulle costituzioni di parte civile per coloro che, pur essendo abbienti, hanno comunque subito le conseguenze di un reato.
Il contenuto più interessante e che deve essere pienamente attuato, tuttavia, è certamente il ruolo della giustizia riparativa che non può ridursi, stante quanto precisato e contenuto nella sua definizione giuridica, al tentativo di conciliazione davanti al Giudice di Pace che , di fatto, si concretizza spesso in un'udienza in cui si chiede semplicemente se si vuole conciliare, ma è un percorso prodromico che richiede tempo e competenze specifiche fuori dal processo.
Ciò che è richiesto è un procedimento che porta all'incontro, fuori dal processo, della vittima ed autore del reato e che media non solo sulle questioni economiche ma soprattutto su quelle psicologiche del rapporto vittima / autore di reato.

Il riconoscimento di aver posto in essere un'azione delittuosa da parte dell'autore e la volontà della vittima di aderire ad un percorso conciliativo, richiedono non solo il tempo di una richiesta e di una risposta ma la necessità di un percorso e di un contesto giuridico – conciliativo - psicologico. Se poi vi è interesse a semplificare le questioni derivanti dal reato solo al mero interesse economico nulla si è compreso, altresì, in termini di rilevanza sociale e di conflittualità umana che un simile istituto ha, come vocazione naturale, il merito di lenire e curare.
Sarebbe anche inutile richiedere speciali percorsi formativi per i magistrati e gli avvocati, come precisato nell'art. 25 della direttiva 2012/29/UE che si esprime in maniera chiara: " Fatta salva l'indipedenza della magistratura e le differenze nell'organizzazione del potere giudiziario nell'ambio dell'Unione, gli Stati membri richiedono che i responsabili della formazione di giudici e pubblici ministeri coinvolti nei procedimenti penali offrano l'accesso a una formazione, sia generale che specialistica, che li sensibilizzi maggiormente alle esigenze delle vittime.
Con il dovuto rispetto per l'indipendenza della professione forense, gli Stati membri raccomandano che i responsabili della formazione degli avvocati offrano l'accesso a una formazione, sia generale che specialistica , che sensibilizzi maggiormente questi ultimi alla esigenze delle vittime". La sensibilità verso le vittime dei reati, anche con la giustizia riparativa, non è solo un fatto di natura sociale e personale ma, dopo l'intervento del Legislatore Europeo, è una necessità giuridica che richiede numerosi sforzi non solo sul piano normativo, come peraltro già dal 2015 si sta tentando di fare, ma anche e soprattutto sul piano formativo degli avvocati e dei magistrati, come specificato dall'articolo 25 della Direttiva 2012/29/UE.