intercettazioni

Segreto professionale non invocabile se il contenuto non è pertinente all'attività lecitamente svolta

| 15/10/2018

In materia di intercettazioni, il divieto di utilizzazione stabilito dall'art. 271, comma secondo, cod. proc. pen., non sussiste quando le conversazioni o le comunicazioni intercettate non siano pertinenti all'attività professionale svolta dai professionisti indicati nell'art. 200, comma primo, cod. proc. pen., e non riguardino di conseguenza fatti conosciuti per ragione della professione dagli stessi esercitata, ma abbiano ad oggetto un'attività in sé illecita, tale evidentemente da esulare rispetto ai limiti dello svolgimento di una incarico professionale che presuppone la piena liceità della condotta tenuta.

Decisione: Sentenza n. 14007/2018 Cassazione Penale - Sezione III

Il caso
Con ordinanza il Tribunale ha respinto la richiesta di riesame formulata da un indagato avverso il decreto di sequestro preventivo dei beni, mobili ed immobili, intestati al richiedente e alla moglie, in relazione alla violazione dell'art. 11 del dlgs n. 74 del 2000 per avere sottratto al pagamento delle imposte sul reddito e sul valore aggiunti la somma di due milioni di euro, detenuta in attività finanziarie non dichiarate allocate all'estero, e compiendo azioni tese al trasferimento presso un conto corrente acceso presso un istituto di crediti di Dubai, rendendo in tale modo inefficace ogni forma di riscossione delle 'imposte evase. Secondo il Tribunale del riesame la condotta a lui attribuita, consistente nella omessa dichiarazione di beni da lui detenuti all'estero in sede di dichiarazione dei redditi, non costituirebbe mero illecito amministrativo e integrerebbe gli estremi del reato in provvisoria contestazione.
Per il Tribunale la complessità delle operazioni finanziarie poste in essere tramite l'assistenza di professionisti a loro volta oggetto di indagine, non può essere ricondotta alla mera omissione della dichiarazione di taluni cespiti, ma va qualificata come compimento di atti fraudolenti sui propri beni, volti a rendere inefficace la procedura di riscossione coattiva, sicuramente ostacolata dalla esteroverstizione dei beni, in tal modo risultando integrata la fattispecie astratta in provvisoria contestazione.
L'indagato propone ricorso per cassazione, ma la Suprema Corte lo rigetta.

La decisione
Nel terzo motivo di ricorso, l'indagato lamentava che «la violazione dell'art. 271, commi 1 e 2, cod. proc. pen., che si sarebbe realizzata in quanto le prove acquisite a suo carico sono il frutto delle intercettazioni telefoniche realizzate sulla utenza in uso al suo commercialista R., coindagato ed ideatore del sistema di frodi secondo la ipotesi accusatoria».
Il Collegio ritiene il ricorso infondato, e relativamente a questo motivo precisa che la «disposizione deve essere intesa, conformemente alle condivise indicazioni interpretative rivenienti da questa Corte, nel senso che il divieto in questione è posto a tutela dei soggetti indicati nell'art. 200, comma primo, cod. proc. pen. e dell'esercizio della loro funzione professionale, ancorché non formalizzato in un mandato fiduciario, purché detto esercizio sia causa della conoscenza del fatto, ben potendo un libero professionista venire a conoscenza, in ragione della sua professione, di fatti relativi ad un soggetto dal quale non sia stato formalmente incaricato di alcun mandato professionale.
Ne consegue che detto divieto sussiste ed è operativo quando le conversazioni o le comunicazioni intercettate siano pertinenti all'attività professionale svolta dai soggetti indicati nell'art. 200, comma primo, cod. proc. pen. e riguardino, di conseguenza, fatti conosciuti in ragione della professione da questi esercitata (Corte di cassazione, Sezione V penale, 19 aprile 2013, n. 17979); come, infatti, la Corte ha ulteriormente precisato, in materia di intercettazioni, il divieto di utilizzazione stabilito dall'art. 271, comma secondo, cod. proc. pen., non sussiste quando le conversazioni o le comunicazioni intercettate non siano pertinenti all'attività professionale svolta dalle persone indicate nell'art. 200, comma primo, cod. proc. pen., e non riguardino di conseguenza fatti conosciuti per ragione della professione dalle stesse esercitata (Corte di cassazione, Sezione VI penale, 5 maggio 2015, n. 18638; idem Sezione VI penale, 18 gennaio 2008, n. 2951)».
La Suprema Corte rileva che «Nel caso di specie le intercettazioni eseguite, lungi dal riguardare l'attività professionale svolta dal commercialista dell'indagato e riferita alla cura degli interessi patrimoniali di quest'ultimo, avevano ad oggetto un'attività in sé illecita, tale evidentemente da esulare rispetto ai limiti dello svolgimento di una incarico professionale, il quale presuppone, ove non si voglia cadere nell'insanabile contraddizione logica di ritenere tutelato dall'ordinamento lo svolgimento di un'attività criminosa, la piena liceità della condotta tenuta.».
Per la Cassazione, il fatto che il professionista non sia indagato in concorso non ha alcun rilievo, «atteso che in tema di intercettazione di conversazioni, ai fini del divieto di utilizzazione previsto dall'art. 270, comma primo, cod. proc. pen., nel concetto di "diverso procedimento" non rientrano solo le indagini strettamente connesse e collegate sotto il profilo oggettivo, probatorio e finalistico al reato alla cui definizione il mezzo di ricerca della prova viene predisposto, né tale nozione equivale a quella di "diverso reato", sicché la diversità del procedimento deve essere intesa in senso sostanziale, non collegabile al dato puramente formale del numero di iscrizione nel registro delle notizie di reato (Corte di cassazione, Sezione III penale, 18 dicembre 2014, n. 52503)».
E nel caso si specie «emerge chiaramente la esistenza di una spiccata connessione investigativa ove si rifletta sulla circostanza che le condotte attribuite al G. sono emerse a seguito, appunto, delle indagini volte alla verifica della liceità penale delle metodiche operative che il ricordato commercialista R. suggeriva ai propri clienti al fine di fornire quelli che, con singolare ma significativo eufemismo, l'ordinanza impugnata riferisce essere definiti "servizi di cosiddetta ottimizzazione fiscale"».
La Corte rigetta quindi il ricorso.
Osservazioni.
In estrema sintesi, ciò che la Corte Suprema ribadisce è che in materia di intercettazioni, il segreto professionale non può essere invocato - e il divieto di utilizzo non sussiste - quando le conversazioni o le comunicazioni intercettate non siano pertinenti all'attività professionale svolta dal professionista e non riguardino fatti conosciuti per ragione della professione lecitamente dagli stessi esercitata.

Giurisprudenza rilevante.
Cass. 18638/2015
Cass. 5656/2014
Cass. 2248/2014
Cass. 37389/2013
Cass. 17979/2013

Disposizioni rilevanti.
DECRETO LEGISLATIVO 10 marzo 2000, n. 74
Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto
Vigente al: 12-10-2018
Art. 11 - Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte

Codice di procedura penale
Vigente al: 12-10-2018
Art. 200 - Segreto professionale

Art. 271 - Divieti di utilizzazione