Reato urlare contro i cani dei vicini che abbaiano

07/11/2018 12:45


a cura di Marina Crisafi

I cani dei vicini abbaiano impedendo di riposare? Meglio non urlare contro gli stessi e il loro padrone, altrimenti si rischia di passare dalla ragione al torto e di beccarsi una condanna per il reato di disturbo al riposo delle persone. È quanto avvenuto ad una donna, la cui condanna al pagamento di 900 euro di ammenda per la contravvenzione ex art. 659 c.p. è stata confermata recentemente dalla Cassazione.

Il caso
L'imputata, protagonista della vicenda, dato "l'infernale disturbo" causato sia di giorno che di notte, dai cani del quartiere in cui risiedeva, non potendone più, una notte, si era affacciata dalla finestra urlando e fischiando per farli smettere e facendo il nome del proprietario allo scopo di invitarlo ad educare meglio i propri animali.

Tale condotta le è costata una condanna in primo grado ex art. 659 del codice penale.
A nulla è valso il tentativo della difesa che lamentava la mancata prova, oltre ogni ragionevole dubbio, del superamento dei limiti della normale tollerabilità, dei rumori provocati dalla donna, e ribadiva, piuttosto, che era l‘imputata ad essere vittima del disturbo dei cani dei vicini e che la stessa aveva attuato l'unica difesa possibile, consistente "in uno sporadico fischio o nel pronunciare il cognome del proprietario del cane – affinchè educasse l'animale e lo riportasse - quindi, alla normalità di comportamento".

A gridare contro i cani che abbaiano si passa dalla ragione al torto
Per gli Ermellini, però, la difesa ha torto su tutta la linea.
Per la Suprema Corte non rileva l'esasperazione provocata dall'abbaiare dei cani rispetto alla condotta dell'imputata. Il Tribunale, ritengono infatti i giudici, "ha fondato la sua decisione sull'irrilevanza dell'abbaiare dei cani rispetto alla condotta dell'imputata perché inidoneo a scriminare la condotta dell'imputata e perché ritenuto un disturbo soggettivamente percepito".
Manifestamente infondata, inoltre, è la tesi difensiva per la quale le urla e fischi della ricorrente non possono concretizzare gli schiamazzi rilevanti ex art. 659 cod. pen., giacchè contraria al tradizionale orientamento della giurisprudenza.
Nel reato previsto dall'art. 659 cod. pen. l'oggetto della tutela penale, ricordano difatti da piazza Cavour, "è dato dall'interesse dello Stato alla salvaguardia dell'ordine pubblico, considerato nel particolare aspetto della tranquillità pubblica, consistente in quella condizione psicologica collettiva, inerente all'assenza di perturbamento e di molestia nel corpo sociale. Il bene giuridico protetto viene offeso dal disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone, cagionato mediante rumori, e cioè da suoni intensi e prolungati, di qualunque specie e natura, atti a determinare il turbamento della tranquillità pubblica, o da schiamazzi", nei quali rientrano le grida "scomposte e clamorose" peraltro notturne (cfr. Cass. n. 13000/2009).

Ancora, la contravvenzione ex art. 659 cod. pen. è un reato di pericolo e la valutazione circa l'entità del fenomeno rumoroso deve essere d'altro canto compiuta "in rapporto alla media sensibilità del gruppo sociale in cui il fenomeno rumoroso si verifica, considerate le circostanze di luogo e tempo della azione".

Per cui, ha concluso la Cassazione, il tribunale ha seguito l'interpretazione costante e ha accertato, con giudizio insindacabile in sede di legittimità, il superamento dei limiti della normale tollerabilità e l'idoneità delle urla e dei fischi della donna a disturbare la quiete e il riposo dei vicini.

Da qui, la conferma della condanna nei confronti della donna al pagamento dell'ammenda oltre a quello di 2mila euro in favore della Cassa delle Ammende.

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