Sostituzione delle pene detentive con la pena pecuniaria: la Corte costituzionale chiama, il legislatore risponde?

| 12/02/2020 13:36

L'osservatorio è curato per Diritto24 dal Prof. Davide De Lungo – Avv. Nicolle Purificati

Estremi della pronuncia: sentenza n. 15/2020

Tipologia di giudizio: giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale

Presidente: Cartabia

Redattore: Viganò

Udienza pubblica: 15/01/2020

Decisione: 16/01/2020

Deposito: 11/02/2020


Oggetto del giudizio: art. 135 c.p., nella parte in cui stabilisce il tasso di ragguaglio tra pene pecuniarie e detentive in ragione di 250 euro, o frazione di 250 euro, per un giorno di pena detentiva, anziché il diverso tasso, previsto dall'art. 459, comma 1-bis, c.p.p., di 75 euro per un giorno di pena detentiva, aumentabili fino al triplo tenuto conto della condizione economica complessiva dell'imputato e del suo nucleo familiare, in relazione agli artt. 3 e 27 Cost.
La questione: l'art. 53, comma 2, della legge n. 689 del 1981, nel prevedere la possibilità di sostituzione della pena detentiva nel limite dei sei mesi con la pena pecuniaria, stabilisce che per «determinare l'ammontare della pena pecuniaria il giudice individua il valore giornaliero al quale può essere assoggettato l'imputato e lo moltiplica per i giorni di pena detentiva. Nella determinazione dell'ammontare di cui al precedente periodo il giudice tiene conto della condizione economica complessiva dell'imputato e del suo nucleo familiare. Il valore giornaliero non può essere inferiore alla somma indicata dall'art. 135 del codice penale e non può superare di dieci volte tale ammontare». Il tasso di ragguaglio minimo previsto dall'art. 135 c.p. per ogni giorno di pena detentiva, originariamente fissato dalla legge n. 402 del 1993 in 75.000 lire, poi convertite in 38 euro, è stato innalzato a 250 euro giornalieri per effetto della legge n. 94 del 2009. A seguito della modifica, il meccanismo della sostituzione della pena detentiva con la pena pecuniaria è diventato assai oneroso, con il rischio di trasformare l'istituto in questione in un privilegio per i soli condannati abbienti, introducendo un'irragionevole discriminazione, peraltro in contrasto con il fine rieducativo della pena.

La decisione della Corte costituzionale: la Corte costituzionale ha ritenuto inammissibile la questione per un difetto di prospettazione del giudice a quo (il Tribunale ordinario di Firenze), che ha sottoposto a censure il solo art. 135 c.p., recante la disciplina generale del ragguaglio tra pene pecuniarie e pene detentive, ma non anche l'art. 53, comma 2, della legge n. 689 del 1981, il quale invece detta la disciplina specifica per le pene detentive brevi, destinata ad applicarsi nel caso concreto. Si tratta della figura della c.d. aberratio ictus: secondo la giurisprudenza consolidata della Corte, essa ricorre là dove il giudice remittente erri nell'individuazione della disposizione oggetto della questione di costituzionalità, investendo con le proprie doglianze una disposizione diversa da quella effettivamente applicabile nel processo principale; ciò determina l'inammissibilità della questione, per difetto del requisito della rilevanza (cfr., fra le più recenti, sentenze nn. 35/2017 e 216/2018; ordinanze nn. 8/2018 e 238/2019).
Tuttavia, il profilo più interessante della sentenza in commento non risiede nell'aspetto processuale, bensì nel monito, o se non altro nell'auspicio, che la Corte rivolge al legislatore, accompagnato da valutazioni più ampie dal punto di vista della politica criminale. Pur concludendo per l'inammissibilità, infatti, il giudice costituzionale coglie l'occasione per evidenziare come la sostituzione della pena detentiva con la pena pecuniaria - in linea con quanto paventato dal Tribunale remittente - sia diventata eccessivamente onerosa per molti condannati: basti pensare, ad esempio, che il minimo legale della reclusione, fissato dall'art. 23 c.p. in quindici giorni, deve oggi essere sostituito in una multa di almeno 3.750 euro, mentre la sostituzione di sei mesi di reclusione (pari al limite massimo entro il quale può operare il meccanismo previsto dall'art. 53, comma 2, della legge n. 689 del 1981) dà a luogo a una multa non inferiore a 45.000 euro. Questo ha determinato nella prassi – si osserva nella pronuncia – «una drastica compressione del ricorso alla sostituzione della pena pecuniaria, che pure era stata concepita dal legislatore del 1981 - in piena sintonia con la logica dell'art. 27, terzo comma, Cost. - come prezioso strumento destinato a evitare a chi sia stato ritenuto responsabile di reati di modesta gravità di scontare pene detentive troppo brevi perché possa essere impostato un reale percorso trattamentale, ma già sufficienti a produrre i gravi effetti di lacerazione del tessuto familiare, sociale e lavorativo, che il solo ingresso in carcere solitamente produce». Non è dunque affatto peregrino il rischio di «trasformare la sostituzione della pena pecuniaria in un privilegio per i soli condannati abbienti: ciò che appare di problematica compatibilità con l'art. 3, secondo comma, Cost., il cui centrale rilievo nella commisurazione della pena pecuniaria è stato da tempo sottolineato dalla giurisprudenza di questa Corte (sentenza n. 131 del 1979)». Da qui, «l'auspicio che il legislatore intervenga a porre rimedio alle incongruenze evidenziate […] nel quadro di un complessivo intervento – la cui stringente opportunità è stata anche di recente segnalata (sentenza n. 279 del 2019) – volto a restituire effettività alla pena pecuniaria, anche attraverso una revisione degli attuali, farraginosi meccanismi di esecuzione forzata e di conversione in pene limitative della libertà personale. E ciò nella consapevolezza che soltanto una disciplina della pena pecuniaria in grado di garantirne una commisurazione da parte del giudice proporzionata tanto alla gravità del reato quanto alle condizioni economiche del reo, e assieme di assicurarne poi l'effettiva riscossione, può costituire una seria alternativa alla pena detentiva, così come di fatto accade in molti altri ordinamenti contemporanei».

Esito: inammissibilità
Principali precedenti e riferimenti giurisprudenziali: sentenze nn. 35/2017 e 216/2018; ordinanze nn. 8/2018 e 238/2019.20

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