OSSERVATORIO DIRITTO PENALE

Attività di gestione di rifiuti non autorizzata: la Cassazione torna sull'estensione soggettiva della responsabilità per corretto smaltimento dei rifiuti

| 27/02/2020 12:01


NOTA A MARGINE DELLA SENTENZA Cass. pen., Sez. III, del 19 novembre 2019 (dep. 12/02/2020), n. 5520

L'Osservatorio di Diritto Penale, diretto da Fabrizio Ventimiglia , avvocato Penalista e Presidente del Centro Studi Borgogna


Con la pronuncia in commento, la Terza Sezione della Cassazione, ha affermato che, in tema di gestione dei rifiuti l'appaltatore, per la natura del rapporto contrattuale che lo vincola al compimento di un'opera o alla prestazione di un servizio, riveste generalmente la qualità di produttore del rifiuto gravando, pertanto, sul medesimo, gli obblighi di corretto smaltimento, salvi i casi in cui, per ingerenza o controllo diretto del committente sull'attività dell'appaltatore, i relativi doveri si estendono anche a tale soggetto.


Questa in sintesi la vicenda processuale.

Il Tribunale di Genova, condanna l'amministratore di una Società alla pena di Euro 3.000,00 di ammenda per il reato di cui all'art. 256 co. 2 in relazione al co. 1 lett. a D. lgs. 152/2006 (Attività di gestione di rifiuti [non pericolosi] non autorizzata) per avere effettuato all'interno di uno stabilimento industriale della ridetta società, un deposito incontrollato di rifiuti speciali non pericolosi.

Il ricorrente, per tramite del suo difensore, proponeva ricorso per Cassazione, chiedendo l'annullamento della sentenza impugnata, avendo rilevato come, in base alla normativa di riferimento, il medesimo non potesse essere qualificato quale "produttore" dei rifiuti di cui al capo di imputazione né tantomeno titolare di una posizione di garanzia rilevante ai sensi dell'art. 40 c.p., in assenza di un dovere giuridico (normativamente previsto) di impedimento dell'evento contestato.

In particolare, evidenzia il ricorrente, da una parte, come ogni responsabilità per lo smaltimento dei rifiuti qualificati come "carotature" di sondaggi, andasse ascritta ad altra ditta cui era stata appaltata tale attività ed il relativo smaltimento; dall'altra, come il medesimo non potesse essere chiamato a rispondere in relazione agli ulteriori rifiuti che sarebbero stati da ignoti depositati nel medesimo stabilimento industriale (come preventivamente denunciato all'Autorità Giudiziaria) non ricorrendo, neppure, in questo caso, alcun specifico obbligo giuridico in capo al ricorrente di attivarsi per il relativo smaltimento.

La Corte, ha dichiarato manifestamente infondato il ricorso, richiamando il principio, a dire il vero abbastanza consolidato nella giurisprudenza di legittimità, per cui l'appaltatore, in ragione della natura del rapporto contrattuale che lo vincola al compimento di un'opera o alla prestazione di un servizio con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio è, di regola, il produttore del rifiuto; su di lui gravano, quindi, i relativi oneri, pur potendosi verificare, come avvenuto nella vicenda in commento, casi in cui, per la particolarità dell'obbligazione assunta o per la condotta del committente, concretatasi in ingerenza o controllo diretto sull'attività dell'appaltatore ovvero di un diretto concorso nella commissione del reato, detti oneri si estendono anche a tale ultimo soggetto (cfr ex plurimis Cass. pen. sez. III, 05/02/2015, (dep. 16/03/2015), n. 11029).

La Corte ha giudicato altresì infondato il ricorso con riferimento alla prospettata tesi della sussistenza di un deposito temporaneo che avrebbe, pure, escluso ogni responsabilità del committente, ricordando, in motivazione (nella quale è stato richiamato un recente "precedente" della medesima sezione, cfr Cass. pen. sez. III, 08.02.2018 - dep. 09/05/2018 - n. 20410) come per deposito temporaneo debba intendersi "il raggruppamento dei rifiuti e il deposito preliminare alla raccolta ai fini del trasporto di detti rifiuti in un impianto di trattamento, effettuati, prima della raccolta, nel luogo in cui gli stessi sono prodotti, da intendersi quale l'intera area in cui si svolge l'attività che ha determinato la produzione dei rifiuti...alle seguenti condizioni:

1) i rifiuti contenenti gli inquinanti organici persistenti di cui al regolamento (CE) 850/2004, e successive modificazioni, devono essere depositati nel rispetto delle norme tecniche che regolano lo stoccaggio e l'imballaggio dei rifiuti contenenti sostanze pericolose e gestiti conformemente al suddetto regolamento;

2) i rifiuti devono essere raccolti ed avviati alle operazioni di recupero o di smaltimento secondo una delle seguenti modalità alternative, a scelta del produttore dei rifiuti: con cadenza almeno trimestrale, indipendentemente dalle quantità in deposito; quando il quantitativo di rifiuti in deposito raggiunga complessivamente i 30 metri cubi di cui al massimo 10 metri cubi di rifiuti pericolosi.

In ogni caso, allorchè il quantitativo di rifiuti non superi il predetto limite all'anno, il deposito temporaneo non può avere durata superiore ad un anno;

3) il "deposito temporaneo" deve essere effettuato per categorie omogenee di rifiuti e nel rispetto delle relative norme tecniche, nonchè, per i rifiuti pericolosi, nel rispetto delle norme che disciplinano il deposito delle sostanze pericolose in essi contenute;

4) devono essere rispettate le norme che disciplinano l'imballaggio e l'etichettatura delle sostanze pericolose;

5) per alcune categorie di rifiuto, individuate con decreto del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministero per lo sviluppo economico, sono fissate le modalità di gestione del deposito temporaneo".

La Corte, in ultima analisi, ha affermato che il deposito temporaneo integra, evidentemente, "un'eccezione alle ordinarie forme di gestione del rifiuto" e che incombe sul ricorrente "l'onere di dare dimostrazione della sussistenza di tutti i relativi presupposti" che, tuttavia, nel caso in commento, non risultavano integrati.

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