Covid-19

Sanzioni penali (e non) ai tempi del Covid-19

| 02/04/2020 12:46

di Luca Bassi, ed Edoardo Licata, Baker McKenzie


Le violazioni delle misure 'anti-contagio' introdotte nel nostro ordinamento dal Decreto 23 febbraio 2020 n. 6, ed emendate dalle successive disposizioni attuative, verranno punite con una sanzione di carattere amministrativo compresa tra € 400 e € 3000, salvo i casi di inosservanza della quarantena per chi è risultato positivo al virus, la cui rilevanza penale rimane invariata, così come invariata rimane la rilevanza di eventuali ulteriori e diverse fattispecie di reato. Questa è di certo la novità più significativa del novello Decreto Legge n. 19/2020, ultimo atto della c.d. normativa emergenziale che, nonostante le forti perplessità circa i risvolti operativi prospettati, pare finora vantare la migliore tenuta giuridica sia per aderenza ai principi generali dell'ordinamento, sia per la previsione di una disciplina transitoria volta a regolamentare l'esito dei procedimenti già avviati.

Preliminarmente, va accolto con favore il superamento della c.d. "clausola in bianco" prevista dal Decreto Legge n. 6/2020, in forza della quale si rinviava al regime sanzionatorio di cui all'art. 650 c.p. anche per le violazioni di eventuali "ulteriori misure di contenimento e gestione dell'emergenza", adottabili attraverso Decreti Ministeriali. Tale richiamo, oltre a contrastare con la giurisprudenza consolidata della contravvenzione stessa - che ne limita l'operatività all'inosservanza di provvedimenti amministrativi individuali e concreti - avrebbe esautorato il Parlamento della prerogativa (conferendola al potere esecutivo) di decidere quali azioni od omissioni presidiare con sanzioni penali, inevitabilmente violando il principio di riserva di legge di cui all'art. 25.2 della Costituzione.

In secondo luogo, deve riconoscersi alla rinnovata disciplina il merito di aver esplicitamente escluso, da un lato, l'operatività dell'art. 650 c.p., sia rispetto al suo contenuto precettivo sia rispetto al richiamo quoad poenam, e dall'altro, di aver riformulato e limitato l'applicabilità del regime sanzionatorio dell'art. 260 del T.U. delle Leggi Sanitarie (che ora prevede l'ammenda da € 500 ad € 5.000 e l'arresto da 3 a 18 mesi) alla sola ipotesi di colui che, sottoposto alla misura della quarantena perché risultato positivo al virus, trasgredisca dolosamente il divieto assoluto di allontanarsi dalla propria abitazione o dimora. Escludendo pertanto che le violazioni delle misure di contenimento del virus possano configurare 'indiscriminatamente' le contravvenzioni di cui agli artt. 650 c.p. e 260 T.U. delle Leggi Sanitarie, si sono arginati in misura notevole i rischi connessi ad un diritto altrimenti incerto nella sua concreta attuazione.

Per intuire la portata delle difficoltà interpretative connesse al precedente impianto sanzionatorio, basti osservare come, nelle prime ore successive all'entrata in vigore del Decreto Legge n. 6/2020, si siano susseguite tre diverse circolari emanate dalle Procure di Milano, Parma e Genova, in cui si avanzavano altrettante diverse ipotesi interpretative tra loro discordanti. Posto che al variare delle Regioni in cui veniva commesso il fatto, uguali condotte sarebbero state contestate in maniera diversa, l'abbandono dello strumento sanzionatorio penale ha il vantaggio di fugare tali difformità e conseguenti dubbi di aderenza al dettato costituzionale della normativa previgente. La doglianza principale avrebbe avuto ad oggetto il mancato rispetto del principio di uguaglianza (art. 3 Cost.) e, a fortiori, di tassatività (rectius precisione ex art. 25 Cost.), che la Corte Costituzionale ritiene violato ogniqualvolta l'applicazione delle norme venga affidata "all'arbitrio dell'interprete" (Corte Cost. sent. 13 febbraio 1995, n. 34).

Le sanzioni amministrative introdotte dal novello Decreto verranno irrogate seguendo le modalità previste dalla legge n. 689/1981, in forza della quale - differentemente, ad esempio, dal codice della strada - i verbali di accertamento non oblati entro il termine per il pagamento in misura ridotta, non costituiscono titolo esecutivo iscrivibile a ruolo. Ai fini della riscossione della sanzione sarà pertanto necessaria l'emissione di un'ordinanza-ingiunzione da parte dell'autorità prefettizia, opponibile al Giudice di Pace. Tale procedura, nonostante abbia il merito di non affollare di ulteriori faldoni le già ingombre scrivanie delle Procure della Repubblica, rischia di prestare il fianco a censure relative ad una scarsa efficacia deterrente, da un lato perché difficilmente le sanzioni amministrative pecuniarie, anche alla luce del complesso scenario economico che si profila, troverebbero seguito in una fruttuosa riscossione, dall'altro perché il lungo termine entro il quale il Prefetto può emettere l'ordinanza di ingiunzione (5 anni), mal si concilia con la natura eccezionale e temporanea della materia disciplinata.

In altre parole, un'azione non tempestiva della P.A. finirebbe col vanificare la funzione repressiva, e in parte rieducativa, delle disposizioni introdotte.

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