OSSERVATORIO PENALE

DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA: L'ESIMENTE DELL'ESERCIZIO DEL DIRITTO DI CRITICA

22/05/2020 09:23

NOTA A MARGINE DELLA SENTENZA Cass. pen., sez. V, 29.11.2019 (dep. 14.05.2020) n. 15089

a cura dell'avv. Fabrizio Ventimiglia e della Dott.ssa Laura Acutis, Studio Legale Ventimiglia

La Corte di Cassazione : non integra il reato di diffamazione la pubblicazione su social network di un termine offensivo laddove rientrante nell'alveo dell'esercizio del diritto di critica.


Con la pronuncia in commento la Corte di Cassazione torna ad occuparsi del reato di diffamazione a mezzo stampa, affermando con un interessante iter motivazionale la liceità della condotta dell'imputato che aveva utilizzato su un social network l'espressione "idiota" in riferimento al protagonista di un singolare fatto di cronaca cittadina.

Questa, in sintesi, la vicenda processuale.
All'imputato veniva contestato il fatto di aver, in seguito alla pubblicazione dell'articolo di stampa "Spari in pieno giorno in corso Lecce", inserito sulla pagina Facebook denominata "Diario di Torino", la frase "chi ha sparato è un idiota" e di aver, pertanto, offeso la reputazione dell'agente di Polizia di Stato, che aveva esploso in aria un colpo di arma da fuoco al fine di interrompere ed arrestare la fuga degli autori di un delitto in corso nel pieno centro cittadino.
A fronte di tale condotta, l'imputato era chiamato a rispondere del reato di cui all'art. 595 c.p., aggravato dai commi 3 e 4 del citato articolo, per aver commesso il fatto a mezzo internet, nonché per aver recato offesa ad un rappresentante di un corpo amministrativo dello Stato, da identificarsi nella Polizia di Stato.
Il Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Torino, a fronte della richiesta di emissione del decreto penale di condanna in ordine al reato di cui agli artt. 595 commi 3 e 4 c.p.,
pronunciava sentenza di assoluzione nei confronti dell'imputato perché il fatto non costituisce reato.
Avverso la predetta sentenza proponeva ricorso il Pubblico Ministero, lamentando l'inosservanza e l'erronea applicazione della legge penale con riferimento all'art. 606 comma 1 lettera b) c.p.p. e l'illogicità della parte motiva della sentenza in riferimento all'art. 606 comma 1 lett. e) c.p.p.
Il Pubblico Ministero lamentava, in particolare, il fatto che il Giudice di prime cure avesse ritenuto che il proferire l'appellativo "idiota" nei confronti di una persona fosse in linea con il diritto di critica anziché in contrasto con le disposizioni di legge in materia di tutela della reputazione.
Secondo la tesi dell'Accusa, l'espressione impiegata dall'imputato nei confronti dell'agente di Polizia aveva, invece, sicura valenza offensiva dell'altrui reputazione poiché, nella lingua italiana tale termine sta a significare "stupido e imbecille" e, in campo medico indica una persona affetta da idiozia.

Si evidenziava, inoltre, che il definire una persona "idiota" esula dal criterio di continenza – criterio che giustifica l'utilizzo di espressioni acri, accese e offensive, purché non sfocianti in un'aggressione gratuita ed immotivata alla sfera privata di chi ne è destinatario, attingendone l'onore, il decoro e la reputazione – in quanto l'espressione utilizzata non rappresenta una critica misurata ed obiettiva bensì un attacco personale diretto a colpire la figura morale del soggetto criticato. Pertanto, l'uso del suddetto termine è identificabile in un attacco alla sfera morale altrui, non potendo tale offesa, nel caso di specie, essere qualificata come una mera critica dell'operato dell'agente di Polizia.

La Suprema Corte, ritenendo manifestamente infondati i motivi addotti in ricorso, ne ha dichiarato l'inammissibilità.

I Giudici di legittimità, ripercorrendo i principi già enunciati sul punto dalla stessa Corte (vd. Cass. n. 15060/2011, Cass. n. 37397/2016 e Cass. n. 31669/2015), evidenziano come in tema di diffamazione non venga vietato l'utilizzo di termini che, sebbene oggettivamente offensivi, siano insostituibili nella manifestazione del pensiero critico in quanto privi di adeguati equivalenti.
Nel caso di specie il Giudice di merito ha, nei termini anzidetti, ritenuto l'epiteto adoperato dall'imputato non particolarmente aspro ed offensivo e non sproporzionato in relazione ad una situazione che, evidentemente, si prestava ad essere oggetto di critica.

Inoltre, i Giudici della Suprema Corte hanno chiarito che, benché espresso con un termine non decoroso, il commento dell'indagato risponda comunque all'esercizio legittimo del diritto di critica: si è trattato invero di legittima espressione del proprio disappunto, attuata mediante la condivisione pubblica delle proprie valutazioni rispetto ad un episodio eclatante, oltretutto non menzionando il nome dell'operante che ha esploso il colpo di arma da fuoco.

Lo scopo unico dell'imputato è stato, dunque, quello di criticare una condotta a suo parere eccessiva, non potendo, pertanto, sussistere l'elemento materiale del reato a lui contestato.
Si tratta certamente di una pronuncia connotata da profili di particolare interesse per la tipologia dei reati in commento, e i Giudici di legittimità non hanno mancato – ancora una volta – di chiarire il confine, il perimetro esatto, dell'esimente della critica, che spesso viene invocata dalle parti in analoghe vicende giudiziarie, ma non sempre con fondamento.

La circostanza poi che si sia trattato di un provvedimento assolutorio già in primo grado, poi ulteriormente confermato dalla Suprema Corte, contribuisce a fare chiarezza sulla portata e sulla concreta applicazione dell'esimente.

L'Osservatorio di Diritto Penale, diretto da Fabrizio Ventimiglia, avvocato Penalista e Presidente del Centro Studi Borgogna
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