OSSERVATORIO COSTITUZIONALE

Diffamazione a mezzo stampa: le pene detentive non sono compatibili con la Costituzione. La Corte costituzionale sollecita il Parlamento a intervenire entro un anno

| 03/07/2020 06:11

Avv. Nicolle Purificati


L'Osservatorio costituzionale è curato per Diritto24 dal Prof. Davide De Lungo e dall'Avv. Nicolle Purificati


Estremi della pronuncia: ordinanza n. 132/2020
Tipologia di giudizio: giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale
Presidente: Cartabia
Redattore: Viganò
Udienza pubblica: 9/6/2020
Decisione: 9/6/2020
Deposito: 26/6/2020


Oggetto: Artt. 13 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 («Disposizioni sulla stampa») e 595, comma 3, codice penale.


La questione: con due ordinanze di analogo tenore i Tribunali di Salerno e di Bari lamentano l'illegittimità costituzionale del combinato disposto di cui agli artt. 13 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 («Disposizioni sulla stampa») e 595, comma 3, c.p., nella parte in cui sanzionano il reato di diffamazione aggravata, commessa a mezzo stampa e con l'attribuzione di un fatto determinato, con la pena cumulativa – anziché alternativa – della reclusione e della multa.
Secondo i rimettenti, la scelta legislativa di punire tale delitto con la reclusione si porrebbe in contrasto con l'art. 117, comma 1, Cost., in relazione all'art. 10 CEDU, come interpretato dalla costante giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo. Ugualmente violati sarebbero gli artt. 3, 21, 25 e 27 Cost., in ragione del carattere sproporzionato, irragionevole ed eccessivo della previsione della pena detentiva rispetto all'importanza della libertà di manifestazione del pensiero.


La decisione della Corte costituzionale: la Corte ha ritenuto che la legislazione vigente, nell'esprimere il bilanciamento tra libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione personale, meriti ormai di essere rimeditata dal legislatore ordinario, poiché divenuta del tutto inadeguata, anche alla luce della giurisprudenza della Corte di Strasburgo.
Quest'ultima, infatti, al di fuori di ipotesi del tutto eccezionali (individuate dalla medesima Corte, ad esempio, nei discorsi di istigazione alla violenza o negli hate speech - discorsi d'odio), considera la pena detentiva inflitta al giornalista quale interferenza sproporzionata rispetto alla libertà di espressione, tutelata dal paragrafo 1 dell'art. 10 CEDU. E ciò, anche nell'ipotesi in cui il professionista abbia illegittimamente offeso l'altrui reputazione.
Secondo i giudici di Strasburgo occorre assolutamente evitare che il timore di sanzioni di tipo detentivo possa avere un effetto dissuasivo rispetto all'esercizio della libertà di espressione dei giornalisti, chiamati a svolgere l'essenziale ruolo di informazione e di inchiesta, spesso con funzioni di controllo sull'operato dei pubblici poteri.
Pertanto, pur restando gli Stati parte della Convenzione liberi di disciplinare l'esercizio della libertà di espressione, gli stessi sono chiamati a farlo, per un verso, in modo che sia adeguatamente assicurata la tutela della reputazione personale; per altro verso, in maniera tale che i media non siano indebitamente dissuasi dallo «svolgimento del loro ruolo di segnalare all'opinione pubblica casi apparenti o supposti di abuso dei pubblici poteri» (Corte Edu, Grande Camera, sentenza 17 dicembre 2004, Cumpănă e Mazăre c. Romania).
I princìpi sin qui sintetizzati e costantemente ribaditi dalla Corte di Strasburgo nella propria successiva giurisprudenza (sentenze 6 dicembre 2007, Katrami contro Grecia; 24 settembre 2013, Belpietro contro Italia; 7 marzo 2019, Sallusti contro Italia), trovano eco, del resto, in numerosi documenti degli organi politici del Consiglio d'Europa, mediante i quali – ribadito il ruolo centrale dell'informazione nei sistemi democratici e stigmatizzato l'uso distorto dei procedimenti penali per fatti di diffamazione, anche con riferimento specifico al caso dell'Italia – gli Stati membri sono stati sollecitati a rinunciare all'applicazione delle sanzioni detentive per tale delitto, allo scopo di assicurare una tutela quanto più efficace possibile alla libertà di espressione dei giornalisti e, in via speculare, al diritto dei cittadini ad essere informati (cfr. Dichiarazione sulla libertà dei dibattiti politici nei media, adottata dal Comitato dei ministri il 12 febbraio 2004; Risoluzioni dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa del 4 ottobre 2007, n. 1577 e del 24 gennaio 2013, n. 1920; Parere della Commissione di Venezia n. 715 del 6-7 dicembre 2013, incaricata dal Consiglio d'Europa, che ha concluso nel senso che la legislazione attualmente vigente nel nostro paese, specie con riferimento alla previsione della pena detentiva, non sarebbe del tutto in linea con gli standard del medesimo Consiglio in materia di libertà di espressione).
La Corte costituzionale non manca di evidenziare, inoltre, come la libertà di manifestazione del pensiero, prima ancora di essere presidiata dal sistema di garanzie convenzionali, costituisca nell'ordinamento interno un diritto fondamentale «coessenziale al regime di libertà garantito dalla Costituzione», che opera quale «pietra angolare dell'ordine democratico» (sentenza n. 84 del 1969), e nel cui tessuto la libertà di stampa si innesta svolgendo un ruolo cruciale, anche in funzione di garanzia del diritto all'informazione dei cittadini.
Se è necessario, quindi, che l'attività del giornalista sia costantemente protetta da ogni forma di minaccia o coartazione, è d'altra parte vero, sottolinea la Corte, che la reputazione personale, intimamente connessa con la dignità della persona, è essa stessa diritto inviolabile ai sensi dell'art. 2 Cost. e componente essenziale del diritto alla vita privata di cui all'art. 8 CEDU, che lo Stato ha il preciso obbligo di tutelare.
Esigenza di tutela ancor più avvertita ai giorni nostri, tenuto conto degli «effetti di rapidissima e duratura amplificazione degli addebiti diffamatori determinata dai social networks e dai motori di ricerca in internet, il cui carattere lesivo per la vittima – in termini di sofferenza psicologica e di concreti pregiudizi alla propria vita privata, familiare, sociale, professionale, politica – e per tutte le persone a essa affettivamente legate, risulta grandemente potenziato rispetto a quanto accadeva anche solo in un recente passato».
In questa prospettiva, la Corte ritiene che il bilanciamento tra la libertà di manifestazione del pensiero, da un lato, e la tutela della reputazione personale, dall'altro, necessiti di essere sollecitamente ripensato, allo scopo di coniugare le esigenze di garanzia della libertà giornalistica – il cui esercizio, sia pure illegittimo, non può essere sanzionato con la reclusione – con la tutela reputazionale del singolo, da presidiare ancor più efficacemente alla luce della rapida evoluzione della tecnologia e dei mezzi di comunicazione.
La ricerca di questo nuovo, delicato, punto di equilibrio non può che spettare in prima istanza al legislatore, al quale la Corte rimette il compito di disegnare un rinnovato sistema di composizione di tutela di tali diritti, che contempli il ricorso a sanzioni penali non detentive e ad adeguati rimedi civilistici, di tipo riparatorio, cui affiancare anche efficaci misure di carattere disciplinare, a garanzia dell'autorevolezza e del prestigio della categoria.
A questo fine, l'ordinanza n. 132 dispone il rinvio dell'udienza pubblica di discussione al 22 giugno 2021, giustificando il differimento alla luce dei progetti di legge sulla disciplina della diffamazione a mezzo stampa attualmente in corso di esame davanti alle Camere, nel rispetto del principio di leale collaborazione tra istituzioni.
Questa soluzione richiama immediatamente il precedente del caso Cappato, là dove – come si ricorderà – il giudice costituzionale, con una prima ordinanza (la n. 207 del 2018), pur prefigurando taluni profili di "tensione costituzionale" della disciplina dell'aiuto al suicidio, rinviò l'udienza di discussione al dichiarato fine di consentire un intervento del Parlamento; con la successiva sentenza n. 242 del 2019, preso atto dell'inerzia del legislatore, ha poi dichiarato illegittima la norma impugnata.
Anche in questo caso la Corte applica lo strumento del rinvio con sospensione, medio tempore, dei giudizi a quibus, secondo una tecnica decisoria ormai familiare alla giurisprudenza costituzionale, che riunisce in sé i caratteri ibridi del "monito rafforzato", della "incostituzionalità accertata ma non dichiarata" e del congegno di differimento nel tempo dell'annullamento.
Esito: rinvio all'udienza pubblica del 22 giugno 2021


Principali precedenti e riferimenti giurisprudenziali: Corte Edu, sentenze 17 dicembre 2004, Cumpănă e Mazăre contro Romania; 27 marzo 1996, Goodwin contro Regno Unito; 6 dicembre 2007, Katrami contro Grecia; 24 settembre 2013, Belpietro contro Italia; 7 marzo 2019, Sallusti contro Italia. Corte cost., sentenze nn. 1 del 1956; 11 del 1968; 84 del 1969; 38 del 1973; 86 del 1974; 126 del 1985; 379 del 1996; 206 del 2019; 37 del 2019.

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