OSSERVATOORIO DIRITTO PENALE

L'ART. 4-bis O.P AL VAGLIO DELLA CORTE COSTITUZIONALE, QUALE FUTURO PER L'ERGASTOLO OSTATIVO?

| 17/07/2020 08:58

a cura dell'avv. Fabrizio Ventimiglia e del dott Francesco Vivone , Studio Legale Ventimiglia



La Corte di Cassazione, Sez. 1 Penale, ha dichiarato la rilevanza e la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 4-bis, comma 2, e 58-ter della legge n. 354 del 1975, e dell'art. 2 d. I. n. 152 del 1991, convertito nella legge n. 203 del 1991, nella parte in cui escludono che il condannato all'ergastolo per delitti commessi avvalendosi delle condizioni di cui all'art. 416-bis cod. pen. ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni in esso previste, che non abbia collaborato con la giustizia, possa essere ammesso alla liberazione condizionale.
In particolare, con l'ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale oggetto del presente commento, i Giudici della Suprema Corte ravvisano profili di incompatibilità con gli artt. 3, 27 e 117 della Costituzione.

1.Questa, in sintesi, la vicenda processuale.

Il Tribunale di sorveglianza di l'Aquila dichiarava l'inammissibilità della richiesta di liberazione condizionale avanzata da un detenuto condannato per uno dei delitti previsti dall'art. 4-bis Ord. Pen. rilevando che è condicio sine qua non della concessione del beneficio carcerario la collaborazione con la Giustizia, a meno che non sia dimostrata l'impossibilità o inesigibilità di una condotta collaborativa.

Il detenuto, a mezzo del suo difensore di fiducia, proponeva quindi ricorso per Cassazione, lamentando violazione di legge e difetto di motivazione.

In particolare, si lamentava l'illegittimità del rigetto dell'istanza in quanto basato su una presunzione iuris et de iure che non recepisce le recenti indicazioni della giurisprudenza nazionale e sovranazionale secondo cui la mancanza di collaborazione non può essere considerata indice insuperabile ed esclusivo dell'assenza di ogni legame con l'ambiente criminale. Altri elementi, infatti, possono in concreto essere validi indici di un sicuro ravvedimento del reo e della sua avvenuta rieducazione e quindi, di conseguenza, della mancanza di pericolosità sociale.

A parere della Suprema Corte rimettente, sussisterebbe un dubbio di legittimità costituzionale proprio con riferimento alla mancanza di valutazione di questi eventuali ed ulteriori elementi: il Tribunale di Sorveglianza non ha, infatti, indagato il merito della questione sottopostagli, limitandosi ad individuare l'esistenza di una preclusione derivante dall'assenza di un requisito necessario ex lege.

Nel recente passato la Corte di Cassazione, in diverse occasioni, ha affermato che, in materia di ergastolo ostativo, il sistema delineato dall'ordinamento penitenziario è conforme al dettato costituzionale in quanto, in caso di provato ravvedimento, il condannato ha la possibilità di accedere ai benefici penitenziari, ivi compresa la liberazione condizionale.

Per i reati previsti dall'art. 4-bis Ord. Pen., il necessario ravvedimento sarebbe legalmente provato con la richiesta di collaborazione e la conseguente perdita di legami con il contesto criminale d'origine; tale possibilità escluderebbe di ritenere che il condannato sia privato di quel "diritto alla speranza" che non può essere negato ad alcun condannato, come da risalente insegnamento della Corte Europea dei Diritto dell'Uomo.

2.La recente giurisprudenza europea

Nonostante la citata giurisprudenza sedimentata in materia, a parere degli odierni Giudici Il ricorso sarebbe non manifestamente infondato sulla scorta della recente inversione di rotta della Corte Costituzionale e della Corte EDU.

Com'è noto, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo si è pronunciata il 13 giugno 2019 sul regime italiano dell'ergastolo ostativo nel caso Viola c. Italia n. 2 affermando che tale modalità di esecuzione della pena è contraria all'art. 3 della CEDU che vieta i trattamenti e le punizioni inumani e degradanti.

I Giudici di Strasburgo, analizzando l'ordinamento penitenziario italiano, hanno osservato che "la mancanza di collaborazione è equiparata ad una presunzione irrefutabile di pericolosità sociale" e questa presunzione assoluta comporta il rigetto di qualsiasi istanza finalizzata all'ottenimento di benefici carcerari.

Sulla scorta di tale considerazione, la Corte ha quindi evidenziato che privare un condannato di qualsiasi possibilità di uscire un giorno dal carcere vanifica la finalità rieducativa e risocializzante della pena risolvendosi in un trattamento inumano e degradante, in contrasto con l'art. 3 della Convenzione Europea per i Diritti Umani.

3.L'intervento della Corte costituzionale

A distanza di quattro mesi, il 22 ottobre 2019, si è riunita in udienza pubblica la Corte costituzionale per discutere sulla legittimità costituzionale del c.d. ergastolo ostativo con particolare riferimento al diniego di benefici penitenziari per il detenuto condannato per uno dei reati previsti dall'art. 4-bis. Ord. Pen. che non abbia collaborato con la giustizia.
Con la sentenza 253/19 i Giudici costituzionali hanno affermato che se da un lato non è irragionevole presumere che il condannato non collaborante abbia mantenuto rapporti con il gruppo criminale di appartenenza, dall'altro questa presunzione deve poter essere confutabile dall'allegazione di elementi e prove contrarie.

In altre parole, la condotta non collaborativa potrà rivestire un forte elemento a sostegno della mancata rieducazione del condannato purché essa non arrivi a rappresentare una presunzione assoluta di attualità di collegamenti con la criminalità organizzata.
In quest'ultimo caso non reggerebbe, a giudizio della Corte, un confronto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con gli ivi descritti imperativi di risocializzazione del condannato.

Sulla scorta di tali valutazioni, la Corte costituzionale ha quindi dichiarato l'illegittimità costituzionale – per violazione degli art. 3 e 27, terzo comma, Cost. – dell'art. 4-bis comma 1 Ord. Pen., nella parte in cui non prevede che ai detenuti per reati di cui all'art. 416 bis c.p. e per quelli commessi avvalendosi delle condizioni previste dallo stesso articolo possano essere concessi permessi premio, anche in assenza di un'utile collaborazione.

4.Quale futuro per l'ergastolo ostativo?

Le argomentazioni contenute nella citata sentenza 253/19 della Corte costituzionale sono riferite esclusivamente alla concedibilità dei permessi premio; la Corte, infatti, non avrebbe potuto esprimere un giudizio sull'articolo 4-bis Ord. Pen. nella sua totalità nel rispetto dei limiti della devoluzione.

Non vi è dubbio, però, che i principi enunciati dai Giudici di Strasburgo prima e dalla Corte Costituzionale poco dopo rappresentino un netto cambio di paradigma rispetto agli orientamenti più risalenti nel tempo ma presi a riferimento quotidianamente nei procedimenti di sorveglianza.
In attesa della pronuncia della Consulta, pochi dubbi permangono sulla legittimità costituzionale dell'art. 4-bis Ord. Pen., che pare contenere un "problema strutturale" legato alla presunzione assoluta di pericolosità e di attualità dei legami criminali basata sull'assenza di collaborazione con la giustizia che impedisce un giudizio personalizzato che tenga conto dei progressi rieducativi del condannato.

Se, dunque, la via per l'abolizione dell'ergastolo ostativo sembra prendere forma, si ritiene opportuno svolgere alcune brevi riflessioni sul possibile scenario che avrà luogo successivamente al deposito della sentenza.

Nell'ipotesi di declaratoria di incostituzionalità dell'art. 4-bis Ord. Pen., la censura avrebbe ad oggetto il carattere assoluto ed insuperabile della presunzione di collegamenti con la criminalità.
Trattandosi di gravissimi reati di associazione mafiosa, riteniamo di escludere che una buona condotta carceraria o la partecipazione attiva ad un percorso di riabilitazione potranno però da soli essere elementi sufficienti all'accoglimento di un'istanza di liberazione condizionale.
Il tribunale di sorveglianza adito sarà tenuto, con ogni probabilità, ad analizzare tutti gli elementi idonei a far superare ogni dubbio sul mantenimento dei rapporti con il gruppo criminale.
La presunzione assoluta di pericolosità sociale lascerà così spazio ad una presunzione relativa, superabile esclusivamente con l'allegazione di elementi tanto forti ed inequivocabili quanto lo era il vincolo che legava il detenuto all'ambiente criminale.

In altre parole, si richiederà un regime di prova rafforzata per accertare l'inesistenza di una condizione negativa, così come statuiva l'art. 1 del D.l. n 152/91 prima dell'introduzione del decisivo requisito della collaborazione con la giustizia.

In considerazione dell'ampiezza delle attività cognitive da svolgere, sarà auspicabile l'introduzione di procedure rispettose del contraddittorio, in particolare prevedendo l'accessibilità di tutti gli atti ostensibili agli avvocati, così da consentire loro una efficace attività difensiva.

L'esecuzione delle pene è connotata da rilevanti problematicità risalenti nel tempo e ormai in forte contrasto con le evoluzioni sociali, civili e giuridiche di cui il nostro paese è protagonista – anche grazie all'influenza europea – negli ultimi decenni.

Il fulcro della questione è la finalità della pena che, per essere costituzionalmente conforme, dovrebbe avere una finalità rieducativa e risocializzante del reo.

Troppo spesso, però, tale funzione rimane lettera morta a fronte di istituti penitenziari incapaci di offrire un percorso riabilitativo ai condannati o all'applicazione di norme – come l'art. 4-bis Ord. Pen., - che, di fatto, privano i detenuti del diritto alla speranza, un giorno, di uscire dal carcere, trasformando la condanna in un "fine pena mai".

Le pronunce della Corte costituzionale e della Corte EDU, da cogliere positivamente, non possono però essere sostitutive di un intervento legislativo finalizzato a rendere omogenea e costituzionalmente orientata l'esecuzione delle pene.

In attesa che i Giudici costituzionali decidano sulla quaestio sollevata dalla Corte di Cassazione, l'auspicio è dunque che gli organi legislativi diano inizio ad un adeguamento dell'ordinamento penitenziario ai principi costituzionali e convenzionali, ove la Giustizia non sia più immaginata come vendetta ma come pacificazione. Riconciliazione. Tra l'individuo e la società.
«La "svolta di civiltà", nella storia del mondo, si realizza infatti solo quando l'uomo riesce a capire che anche dal più efferato dei delitti una comunità può rinascere, ricomporsi, ricominciare.» [Eschilo, le Eumenidi].

L'Osservatorio di Diritto Penale, diretto da Fabrizio Ventimiglia, avvocato Penalista e Presidente del Centro Studi Borgogna

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