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Sanità, per accreditamento illegittimo requisito 80% personale a tempo indeterminato

24/5/2019

Consiglio di Stato - Sentenza 22 maggio 2019 n. 3296

È illegittima l'imposizione per l'accreditamento del requisito della dotazione di almeno 80% del personale sanitario con rapporto di lavoro a tempo indeterminato, e ciò in quanto solo la legge, e con i limiti costituzionali, e non certo un decreto commissariale, può interferire sull'autonomia organizzativa dell'impresa sanitaria. Lo ha chiarito il Consiglio di Stato con la sentenza 22 maggio 2019 n. 3296 respingendo il ricorso della Regione Lazio in una causa che si inserisce nel contenzioso instaurato nei confronti del Commissario ad acta per l'attuazione del Piano di rientro dai disavanzi del settore sanitario della Regione Lazio, da numerosi operatori accreditati, riguardo all'imposizione del requisito della presenza di figure professionali assunte con rapporto di lavoro dipendente disciplinato dal Ccnl.

Per la III Sezione ai sensi dell'art. 8-sexies, Dlgs n. 502 del 1992, co. 5, le tariffe massime da corrispondere alle strutture accreditate sono determinate "in base ai costi standard di produzione costi standard di costi generali, calcolati su un campione rappresentativo di strutture accreditate, preventivamente selezionate secondo criteri di efficienza, appropriatezza e qualità di assistenza". Dunque sono le tariffe che devono riflettere la reale struttura dei costi medi dei fattori di produzione del servizio garantendo un'adeguata remunerazione: Non si deve perciò intervenire sui costi di produzione, imponendo oneri estranei alle scelte organizzative degli operatori, per giustificare il mantenimento delle tariffe esistenti ma semmai adeguare le tariffe alla diversa struttura dei costi.

Se la possibilità di organizzare il servizio mediante l'utilizzo di un numero prevalente di rapporti di collaborazione, o comunque diversi dal lavoro subordinato, determina, attraverso la riduzione dei costi, un'eccedenza delle tariffe vigenti (in quanto elaborate sulla base dei Ccnl che riguardano i rapporti di lavoro subordinato), spiega infatti la decisione, è sulle modalità di rilevazione dei costi, ai fini della determinazione delle tariffe e della loro entità, che occorre intervenire - eventualmente prevedendo un sistema più articolato che tenga conto delle diverse opportunità organizzative disponibili - non già sui costi reali che l'imprenditore sostiene, secondo i propri criteri di efficienza per organizzare e gestire concretamente le proprie risorse lavorative (nel rispetto, ovviamente degli standard numerici e qualitativi imposti, in applicazione dell'art. 8-quater, comma 4, d.lgs. n. 502 del 1992).

Peraltro, aggiunge la decisione, la correlazione tra rapporto subordinato (che, peraltro, potrebbe anche essere a tempo determinato) e qualità della prestazione sociosanitaria è un dato non dimostrato e certamente opinabile. La Sezione ha infine concluso che nemmeno l'art. 8-quater, comma 5, Dlgs n. 502 del 1992, può giustificare il requisito in contestazione. Sembra ragionevole ritenere che, avendo la disposizione declinato il concetto generico di organizzazione interna (potenzialmente comprensivo di tutte le risorse – di personale, di dotazioni strumentali, di locali – impiegate nell'espletamento del servizio) esplicitando la possibilità di disciplinare gli aspetti qualitativi (professionalità necessarie) e quantitativi (dotazione delle diverse professionalità) della provvista di personale da parte delle strutture private accreditate, tale sottolineatura porti tendenzialmente ad escludere altri aspetti relativi al personale, quale appunto la tipologia del rapporto di lavoro.

L'amministrazione può cioè esigere che il personale corrisponda per quantità e qualificazione ad uno standard organizzativo minimo sufficiente a garantire affidabilità e qualità delle prestazioni erogate, ma non già ingerirsi nelle scelte di autonomia imprenditoriale circa il tipo di rapporto di lavoro instaurato con il personale, salvo le limitazioni direttamente discendenti dalla legge. E' del resto logico, per esigenze di uniformità di trattamento e di tutela del mercato, che la gamma delle tipologie di lavoro utilizzabili risulti disciplinata a livello nazionale, in relazione ai caratteri (ed alle esigenze di tutela dei lavoratori) che presentano i diversi tipi di attività - e dunque a prescindere dalla utilizzazione in quel determinato settore e da parte di strutture private partecipanti al servizio pubblico sanitario, e soprattutto non con limitato riferimento ad un ambito regionale - così come fa il d.lgs. n. 81 del 2015.

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