LE RISPOSTE DELL'UFFICIO STUDI

Gratuito patrocinio nel processo amministrativo, condanna alle spese senza duplicazioni

| 2/9/2019

Negli appelli cautelari, il giudice competente a liquidare il compenso al difensore della parte ammessa al gratuito patrocinio è il giudice d'appello in quanto «giudice che chiude la fase cui si riferisce la richiesta di ammissione al patrocinio a spese dello stato». È uno dei chiarimenti forniti dall'"Ufficio Studi, massimario e formazione" della "Giustizia amministrativa", sul patrocinio a spese dello Stato nel processo amministrativo, con un parere del 29 agosto scorso, in risposta ad una serie di quesiti posti dal presidente del Consiglio della Giustizia Amministrativa della Regione Sicilia.

In merito poi alla natura decadenziale o meno del temine entro cui il difensore deve presentare l'istanza di liquidazione del compenso per patrocinio a spese dello Stato, l'Ufficio afferma che
nel T.U. e, in particolare, nell'art. 83, il termine entro cui articolare la richiesta di liquidazione non è previsto a pena di decadenza. «Tanto basta - si legge nel testo - per non condividere la teoria della rilevanza decadenziale del termine». «Non comportando una decadenza – prosegue lo studio -, la scadenza del termine non estingue il potere di agire davanti al giudice che ha proceduto che, quindi, non perde la potestas decidendi». Ne consegue che «va seguita l'interpretazione che consente, comunque, di presentare la richiesta di liquidazione al giudice che ha proceduto, ancorché in ritardo, fatta salva la prescrizione dei relativi diritti».

Riguardo invece la diversa questione se in caso di condanna alle spese in favore della parte ammessa a gratuito patrocinio, senza riprodurre quanto stabilito all'art. 133 T.U. n. 115/2002, si debba rimediare all'omissione in sede di liquidazione del compenso per gratuito patrocinio, accertando preventivamente se la parte vittoriosa abbia già̀ ottenuto il pagamento dalla controparte, in tal caso statuendo che null'altro è dovuto; l'Ufficio afferma, seguendo il principio di economia dei mezzi processuali, che «è possibile attivare una istruttoria presso le parti, per conoscere se il pagamento delle spese sia già̀ avvenuto in esecuzione della decisione giurisdizionale e in caso di avvenuto pagamento, ritenere non dovuto null'altro». Tale soluzione, prosegue, «rischia di appesantire un procedimento che dovrebbe essere particolarmente celere ma ha l'indiscutibile pregio di evitare il rischio della duplicazione delle somme pagate». In alternativa, «si potrebbe inserire nel decreto di liquidazione la clausola che il pagamento è liquidato sotto la condizione che le spese processuali non siano state già liquidate in via ordinaria o non sia stata, comunque, già avanzata richiesta di liquidazione».

Inoltre, sempre secondo il parere, per sopperire all'omissione nella sentenza o ordinanza della condanna per il soggetto non ammesso al Patrocinio a spese dello Stato a pagare le spese processuale in favore dello Stato, può essere positivamente esperito il rimedio della correzione dell'errore materiale.

Riguardo la questione se la ripetibilità possa essere chiesta anche quando la parte soccombente sia una Amministrazione statale - «non trattandosi, in tal caso, di una partita di giro, dati i diversi capitoli di spesa» -, da una «sintetica ricostruzione ermeneutica» l'Ufficio deduce che «non si applicherà l'art. 133 del Dpr n. 115/2002 e non deve essere disposto in sentenza che il pagamento delle spese sia eseguito a favore dello Stato, non ostando a tanto neanche l'autonomia di spesa dell'amministrazione condannata al pagamento delle spese processuali».

In tema di onorario al difensore della parte ammessa al gratuito patrocinio, lo studio precisa poi che la previsione dell'art. 130 bis T.U. spese di giustizia (introdotto dal d.l. n. 113/2018), in cui si dispone che "Quando l'impugnazione, anche incidentale, è dichiarata inammissibile, al difensore non è liquidato alcun compenso", è applicabile a tutte le liquidazioni disposte dopo la sua entrata in vigore.

Infine, chiarisce ancora lo studio, se nel giudizio di merito il ricorso è stato dichiarato inammissibile, questo esito non può che colpire anche la connessa fase cautelare. «Sarebbe, infatti, poco ragionevole liquidare il compenso per una fase provvisoria e strumentale e negarlo per la fase definitiva». «In altri termini, se l'esito di inammissibilità riguarda l'intera domanda proposta col ricorso, ciò non può che colpire anche la domanda avanzata in fase cautelare».
Identico discorso, conclude, deve essere fatto per l'appello che dichiara il ricorso nella sua interezza inammissibile. «Poiché anche in tal caso, l'esito del giudizio di appello non può che ripercuotersi sul giudizio di primo grado, non v'è dubbio che non spetti la liquidazione.
Conseguentemente, in tutte queste ipotesi – in applicazione del generale principio della ripetizione dell'indebito (art. 2033 c.c.) — è necessario procedere alla revoca del provvedimento di liquidazione delle somme già liquidate e conseguente recupero delle stesse».

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