RAPPORTO CENSIS

Avvocatura ferita dalla crisi, Cassa forense spinge sul welfare

| 12/6/2017

Nel 2016 il 44,9% degli avvocati ha subito un ridimensionamento delle entrate mentre il 71,6% degli italiani non dà più alcun credito alla capacità del sistema giudiziario di dirimere in tempi brevi e con costi sopportabili le controversie, al punto che il 30,7% ha deciso di non avviare proprio l'azione legale di tutela. Dal «Rapporto annuale sull'avvocatura», realizzato dal Censis per la Cassa Forense, esce la fotografia di una Avvocatura fortemente penalizzata dalla crisi economica e schiacciata sotto il peso della sfiducia di sistema ma ancora con diverse carte da giocare.

Per esempio gli Italiani attribuiscono agli avvocati un ruolo attivo nella diffusione della legalità (27,4%), nel miglioramento della macchina amministrativa (22,1%), nella stabilizzazione dei rapporti di lavoro (20,3%) e nella tutela dei segmenti deboli della società (20,1%). E ancora, il 42,3% dei cittadini ritiene che gli avvocati possano svolgere un ruolo nel risolvere l'eccessiva durata dei procedimenti giudiziari, il 27,7% glielo riconosce nella riforma del sistema e nei rapporti con la magistratura, l'11,1% per i costi d'accesso alla giustizia. Se passiamo però ai soggetti che garantiscono un migliore funzionamento della giustizia, gli avvocati sono indicati solo dal 12,1% della popolazione. A prevalere ci sono le forze dell'ordine, indicate dal 40,7%, e la magistratura, con il 35,3%, seguita dalla Corte costituzionale (20,6%) e dal Consiglio superiore della magistratura (19,7%).

Forte anche il calo reputazionale dei legali: per gli italiani, infatti, le professioni più prestigiose sono il medico (59,9%) e l'ingegnere (34,7%), mentre gli avvocati toccano soltanto il 16%, preceduti dai consulenti del lavoro (21,4%) e seguiti da giornalisti (15,8%), commercialisti (11,2%) e architetti (8,4%). Chiudono la classifica i notai con il 2,9%.

Grande poi è la s fiducia nel sistema giustizia. Per il 71,6% dei cittadini il sistema non è in grado di garantire pienamente la tutela dei diritti fondamentali. Più della metà degli italiani (52,6%) ritiene che la situazione sia rimasta pressoché invariata nel corso dello scorso anno, mentre per il 38,2% è addirittura peggiorata. Le conseguenze sono pesanti: negli ultimi due anni, il 30,7% degli italiani ha deciso di rinunciare all'azione legale per tutelarsi. Di questi il 36,3% sono laureati e il 31,1% diplomati, solo il 15,7% ha la licenza media. Il 29,4% ha motivato la scelta col costo eccessivo della procedura e il 26,5% i tempi lunghi; il 16,2% col funzionamento della giustizia, e il 15,9% con l'incertezza dell'esito finale.

Dall'indagine su di un campione di 10mila avvocati emerge poi che il 2016 ha significato un ridimensionamento delle entrate per il 44,9% dei legali. Mentre la quota di chi ha incrementato il fatturato negli ultimi due anni è passata dal 25,1% nel 2015 al 23,8% del 2017. Il 34,1% dichiara di «sopravvivere» e il 33% definisce molto critica e incerta la propria condizione. Tra il 2015 e il 2017 è anche aumentata la quota di quanti prevedono un peggioramento, passati dal 24,6% al 33,6%. La prima difficoltà rimane il risparmio (78,8%), seguita dalla diminuzione del reddito familiare (50,4%); dalla riduzione dell'attività (45,2%), e da spese impreviste (41,6%).

Infine non tutti sembrano edotti degli s trumenti messi a disposizione dalla Cassa forense contro la crisi. Solo il 42%, per esempio, conosce il Regolamento sull'Assistenza ma ancora meno lo utilizzano: l'indennità di maternità è l'unica prestazione che supera il 10% di utilizzo. «I dati dimostrano che siamo sulla strada giusta», ha commentato il presidente dell'ente, Nunzio Luciano. «Per far fronte alle difficoltà », ha spiegato Luciano, «Cassa Forense ha varato una serie di misure di welfare, sia assistenziale che strategico, muovendosi in diversi ambiti: salute, famiglia, bisogno e necessità individuali, professione. Il Regolamento dell'Assistenza ci consente di poter accompagnare il professionista in tutto il percorso, dal momento in cui inizia la sua attività professionale fino a quando decide di smettere».