LEGGE DI BILANCIO

Estensione rito sommario, se il problema della Giustizia diventa l'“efficientismo”

| 11/12/2017

La Commissione Giustizia della Camera ha approvato una serie di emendamenti al testo della legge di bilancio licenziata dal Senato. Tra questi vi è l'emendamento 4768/II/1.11. (Bazoli) che estende il rito sommario di cognizione a tutte le cause in cui il Tribunale decide in composizione monocratica. Se l'emendamento in questione divenisse legge, il processo civile subirebbe una metamorfosi radicale perché, a prescindere dalla complessità o meno di ciascuna causa, sarebbe regolato da disposizioni che, pur essendo – in parte – già presenti nell'ordinamento processuale, erano state pensate per giudizi che non richiedevano una particolare attività istruttoria.

Strapotere del giudice - Dunque si sostituirebbe il rito ordinario, che oggi consente ancora alle parti – nonostante le innumerevoli decadenze - di esercitare le loro difese ed al giudice di governare il processo, con un procedimento nel quale il potere del giudice sarebbe sterminato.
Non a caso, la norma prevede che il magistrato “omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione rilevanti in relazione all'oggetto del provvedimento richiesto”.

Termini brevi - Né pare priva di conseguenze la previsione di un termine estremamente breve per la costituzione del convenuto (tra l'udienza fissata dal giudice e la notifica del ricorso introduttivo devono intercorrere non meno di trenta giorni ma il convenuto deve costituirsi almeno dieci giorni prima) che, se poteva apparire congruo per le cause di pronta decisione (quelle, cioè, per le quali questo rito sommario era stato pensato ed introdotto nell'ordinamento), potrebbe non esserlo quando la parte evocata in giudizio debba articolare prove orali o comunque acquisire documenti che non siano nella sua diretta disponibilità, tanto più se l'oggetto della domanda non rientra tra quelle materie per le quali è obbligatorio il preventivo tentativo di conciliazione.
Infine, non sembrano irrilevanti altre due disposizioni: quella che stabilisce in sessanta giorni il termine per l'appello (e lo fa decorrere dalla pronuncia in udienza della sentenza ovvero dalla sua comunicazione o notificazione) e quella che introduce una sanzione pecuniaria non inferiore al 5% e non superiore al 10% del valore della domanda (con un tetto massimo di € 30.000) nelle cause di risarcimento del danno alla persona in cui risulti che la parte che ha adito la giustizia abbia agito con dolo o colpa grave.
In un sol colpo, infatti, si riducono drasticamente i tempi dell'appello e si scoraggia l'accesso alla giustizia in materia di risarcimento del danno alla persona attraverso la minaccia di una sanzione che appare ancora più discutibile se si pensa che dovrebbe applicarsi solo a determinate cause, con buona pace del principio di uguaglianza.

Dubbio lo snellimento dei tempi - Ebbene, sorvolando sulla incomprensibile ostinazione della maggioranza di stravolgere il processo civile mediante uno strumento legislativo, la legge di bilancio, che ha tutt'altre finalità, una domanda – se potessimo – rivolgeremmo all'on. Avv. Alfredo Bazoli (che ha presentato l'emendamento) ed ai suoi colleghi della Commissione Giustizia della Camera che lo hanno approvato. La scelta di estendere il rito sommario a tutte le controversie di competenza del Tribunale in composizione monocratica è fondata su attendibili dati che dimostrano (dopo alcuni anni di sperimentazione di questo rito, la cui applicazione – sino ad oggi – è stata subordinata alla decisione delle parti ed alla sommarietà dell'attività istruttoria) tempi processuali più spediti? Sarebbe una domanda retorica, però, perché abbiamo motivo di credere che questi dati non esistano affatto.
Sul sito del Ministero le ultime rilevazioni statistiche sulla giustizia civile si fermano al 2012 e non vi si rinvengono informazioni sul “processo sommario di cognizione”; è anche pubblicata una ricerca – effettuata nel 2015 dall'Osservatorio per il monitoraggio degli effetti sull'economia delle riforme della giustizia – nella quale i dati relativi ai procedimenti civili sono estremamente generici.
Dunque, si fatica a comprendere perché mai il rito sommario debba rappresentare la soluzione alla durata eccessiva dei processi civili e perché mai questo dovrebbe dare buona prova se – nonostante la riforma preveda espressamente che non saranno consentite udienze di mero rinvio – non è stabilito quanto possa essere lungo l'intervallo tra la presentazione del ricorso e la fissazione della prima udienza ovvero tra due udienze.

Il Bengodi della Giustizia - In conclusione, sembra proprio che questo – ancora una volta – sia il solito espediente cui ricorrono le maggioranze di turno dal 1990, con cadenza annuale, nell'affannoso quanto inconcludente tentativo di contenere i tempi della giustizia a discapito, però, dei diritti dei cittadini ad un processo giusto, dove per giusto deve intendersi non solo un giudizio la cui durata sia ragionevole ma anche un processo nel quale i diritti siano tutelati e non esposti alla lotteria delle preclusioni e, da domani, ad una eccessiva discrezionalità del giudice, che – se approvata la riforma - potrà “procedere nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione rilevanti”.
Ma c'è un'incognita che – forse – dovrebbe davvero preoccupare avvocati e magistrati, e cioè coloro ai quali la Costituzione ha affidato, sia pure con ruoli diversi, la funzione di dare attuazione all'art. 24: non è dato sapere, infatti, fino a dove è disposto a spingersi il legislatore, in nome di un efficientismo che rischia di essere un rimedio peggiore del male, pur di far credere all'Europa che l'Italia, in materia di giustizia, è il “paese di Bengodi”.

Vetrina