Ex discarica Razzaboni, no conflitto di attribuzioni ma grave negligenza Stato

14/2/2018 12:56

La Corte costituzionale, sentenza n. 28 depositata oggi (relatore Giuliano Amato), ha dichiarato inammissibili i conflitti di attribuzione promossi dalla Regione Emilia Romagna contro lo Stato in relazione alla vicenda della discarica Razzaboni. La discarica, situata nel comune di San Giovanni Persiceto, in provincia di Bologna, è costata all'Italia una procedura d'infrazione e la successiva condanna da parte della Corte Ue al pagamento di sanzioni pecuniarie a causa del ritardo di ben sette anni nella trasmissione alla Commissione europea dei documenti attestanti la bonifica. Nonostante l'inammissibilità, però, i giudici costituzionali hanno apertamente stigmatizzato le condotte negligenti dello Stato che “si risolvono in un danno per la collettività”. “È ineludibile e grave – si legge testualmente nella sentenza - dover constatare che lo Stato, non fornendo la pur possibile dimostrazione richiesta dalla Corte di giustizia, ha provocato il pagamento di penalità che si risolvono in un danno per la collettività”.

La “Razzaboni” era ricompresa tra le numerose discariche per cui l'Italia è stata condannata dalla Corte di giustizia Ue a seguito di procedura d'infrazione n. 2003/2077 (sentenza del 26 aprile 2007, causa C-135/05), con la successiva irrogazione di una sanzione pecuniaria forfettaria e ulteriori penalità semestrali (Cgue, sentenza del 2 dicembre 2014, causa C-196/13). In relazione alla prima penalità, già pagata dallo Stato italiano, è stato imputato a carico della Regione Emilia-Romagna l'importo complessivo di 776.017,00 euro, per non aver ancora completato la bonifica del sito Razzaboni. Secondo la Corte, dalla ricostruzione della vicenda emerge un evidente “difetto di collaborazione” tra lo Stato, la Regione Emilia-Romagna e il Comune di San Giovanni in Persiceto, che ha impedito alla Commissione europea di attestare in una data antecedente l'intervenuta regolarizzazione del sito. Il completamento della bonifica, infatti, sarebbe avvenuto sin dal 2009, ma la documentazione relativa è stata trasmessa dallo Stato alla Commissione europea non prima del 2016.

Di conseguenza, la Corte di giustizia ha condannato l'Italia che “non è stata in grado di dimostrare che l'inadempimento constatato nella sentenza Commissione/Italia (EU:C:2007:250) sia effettivamente cessato. Si deve quindi considerare che siffatto inadempimento perdura da oltre sette anni, un periodo di durata notevole» (sentenza 2 dicembre 2014). Questa ricostruzione dei fatti - al di là dell'esito di inammissibilità dei ricorsi della Regione - ha portato la Corte alla “grave e ineludibile” constatazione che lo Stato, pur potendo dimostrare l'avvenuta bonifica, non ne ha fornito la prova tempestiva alla Corte di giustizia, provocando così il pagamento di penalità che si risolvono in un danno per la collettività. (Francesco Machina Grifeo)

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