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L'Amministrazione di sostegno non impedisce di donare

| 14/5/2019

Corte costituzionale - Sentenza 114/2019

«Il beneficiario di amministrazione di sostegno conserva la sua capacità di donare, salvo che il giudice tutelare, anche d'ufficio, ritenga di limitarla – nel provvedimento di apertura dell'amministrazione di sostegno o in occasione di una sua successiva revisione – tramite l'estensione del divieto previsto per l'interdetto e l'inabilitato». La Corte costituzionale, sentenza 114/2019, ha così dichiarato «non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 774, primo comma, primo periodo, del codice civile, sollevate dal Giudice tutelare del Tribunale ordinario di Vercelli, in riferimento agli artt. 2 e 3, primo e secondo comma, della Costituzione». Il giudice rimettente, spiega la Consulta, muoveva infatti dal presupposto errato che il divieto di donazione stabilito dalla disposizione censurata operasse anche nei confronti dei beneficiari di amministrazione di sostegno. Il giudizio nasce dalla richiesta di un'amministratrice di sostegno, sorella della beneficiaria, di essere autorizzata dal giudice tutelare a disporre una donazione di 10mila euro a favore della figlia della amministrata in procinto di sposarsi. Mettendo contemporaneamente "a riserva" la stessa somma nell'interesse dell'altro figlio.

La Corte ricorda che la disciplina dell'amministrazione di sostegno non contiene alcuna espressa previsione di raccordo con le disposizioni in materia di atti personalissimi quali la donazione, il testamento e il matrimonio, atti dei quali invece le norme dello stesso codice civile relative a minori, interdetti e inabilitati si occupano con previsioni variamente limitative. E che la giurisprudenza costituzionale ha già chiarito che il provvedimento di nomina dell'amministratore di sostegno, «diversamente dal provvedimento di interdizione e di inabilitazione, non determina uno status di incapacità della persona (sentenza n. 440 del 2005), a cui debbano riconnettersi automaticamente i divieti e le incapacità che il codice civile fa discendere come necessaria conseguenza della condizione di interdetto o di inabilitato».

Secondo la Cassazione del resto tutto ciò che il giudice tutelare, nell'atto di nomina o in successivo provvedimento, non affida all'amministratore di sostegno, in vista della cura complessiva della persona del beneficiario, resta nella completa disponibilità di quest'ultimo. L'applicazione di tale orientamento ha recentemente condotto la Corte di legittimità a ritenere che al beneficiario di amministrazione di sostegno non si estende il divieto di contrarre matrimonio, previsto per l'interdetto, salvo che il giudice tutelare non lo disponga esplicitamente (Cass., sez. prima civ., n. 11536 del 2017). In questa ricostruzione, dunque, prosegue la decisione, assume importanza centrale l'art. 411, quarto comma, primo periodo, cod. civ., secondo cui "il giudice tutelare, nel provvedimento con il quale nomina l'amministratore di sostegno, o successivamente, può disporre che determinati effetti, limitazioni o decadenze, previsti da disposizioni di legge per l'interdetto o l'inabilitato, si estendano al beneficiario dell'amministrazione di sostegno, avuto riguardo all'interesse del medesimo ed a quello tutelato dalle predette disposizioni». Ciò implica però che in assenza di esplicita disposizione da parte del giudice tutelare non possono ritenersi implicitamente applicabili divieti e limitazioni previsti dal codice civile ad altro fine.

In conclusione, per la Consulta «deve escludersi che la persona beneficiaria di amministrazione di sostegno possa essere privata della capacità di donare fuori dai casi espressamente stabiliti dal giudice tutelare ai sensi dell'art. 411, quarto comma, primo periodo, cod. civ, restando tale capacità integra in mancanza di diversa espressa indicazione». Si tratta di un approdo, ricorda la Corte, che la stessa giurisprudenza di legittimità ha esplicitamente raggiunto, pronunciandosi per la prima volta sul tema dei rapporti tra contratto di donazione e amministrazione di sostegno in un momento successivo all'ordinanza di rimessione (ordinanza n. 12460/2018). Secondo la Corte di cassazione, il giudice tutelare potrebbe d'ufficio escludere la capacità di donare solo «in presenza di situazioni di eccezionale gravità, tali da indurre a ritenere che il processo di formazione e manifestazione della volontà possa andare incontro a turbamenti per l'incidenza di fattori endogeni o di agenti esterni».