Antitrust

Società tra professionisti senza cumulo dei requisiti di 'teste' e 'quote'

| 18/6/2019

L'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato censura l'interpretazione fornita da alcuni Ordini professionali dell'art. 10, co. 4, lett. b), della legge n. 183/2011 che regolamenta le società tra professionisti. In particolare, imponendo che i due requisiti di partecipazione ivi indicati - maggioranza dei due terzi in termini di numero di soci professionisti e di partecipazione al capitale sociale - debbano ricorrere cumulativamente, a prescindere da chi esercita l'effettivo controllo sulla società, limita la concorrenza. Ed invita, con una prima lettera, i Ministeri della Giustizia e dello Sviluppo economico a prendere iniziative idonee a garantire una interpretazione uniforme in linea con la ratio della norma e con i consolidati principi concorrenziali; e, con la seconda, il Parlamento e la Presidenza del Consiglio ad intervenire sul testo per renderne «più chiara la formulazione».

In particolare, la norma che supera il tradizionale divieto di esercizio delle attività professionali in forma societaria, dispone che possano assumere la qualifica di società tra professionisti (STP) le società il cui atto costitutivo preveda, tra l'altro: "l'ammissione in qualità di soci dei soli professionisti iscritti ad ordini, albi e collegi, anche in differenti sezioni, nonché dei cittadini degli Stati membri dell'Unione europea, purché in possesso del titolo di studio abilitante, ovvero soggetti non professionisti soltanto per prestazioni tecniche, o per finalità di investimento. In ogni caso il numero dei soci professionisti e la partecipazione al capitale sociale dei professionisti deve essere tale da determinare la maggioranza di due terzi nelle deliberazioni o decisioni dei soci ."

Per l'Agcm, dunque, «al fine di consentire ai professionisti di cogliere appieno le opportunità offerte dalla normativa in materia di STP e le relative spinte pro-concorrenziali», va privilegiata l'interpretazione della norma, secondo la quale i due requisiti della maggioranza dei due terzi "per teste" e "per quote di capitale" non vengano considerati cumulativi. L'altra interpretazione, prosegue il Garante, «ostacola la possibilità per i professionisti di scegliere l'organizzazione e la compagine societaria ritenuta più consona alle proprie esigenze», e «si traduce in un'ingiustificata limitazione della concorrenza».

Del resto, prosegue la segnalazione AS1589 , se la ratio della legge è quella di limitare la capacità decisionale dei soci non professionisti, così da evitare che questi ultimi possano influire sulle scelte strategiche della STP e sullo svolgimento delle prestazioni professionali, «tale obiettivo può essere assicurato ricorrendo ai diversi strumenti previsti dal codice civile che consentono di limitare o espandere i diritti e i poteri attributi ai soci in relazione al tipo di società scelta e alla relativa governance». Infatti, a seconda del modello societario adottato, possono essere adottati dei patti parasociali o delle clausole statutarie che garantiscano ai soci professionisti di esercitare il controllo della società, anche nella situazione in cui, nella compagine societaria, essi siano in numero inferiore ai due terzi e/o detengano quote di capitale sociale inferiore ai due terzi. E qui il Garante fornisce alcuni esempi: nel caso delle società a r.l., conferendo ai soci professionisti i diritti particolari di cui all'art. 2468, comma 3, c.c., oppure nel caso delle s.p.a., limitando il diritto di voto dei non professionisti ricorrendo ad una misura massima ovvero a scaglionamenti ai sensi dell'art. 2351, commi 2 e 3, c.c., o ancora ricorrendo ad azioni speciali prive di voto.