«Assoluzione per insufficienza di prove» non impugnabile

VIOLENZA SESSUALE

Corte di cassazione – Sezione III penale – Sentenza 5 giugno 2014 n. 23485

05/06/2014

L'assoluzione per insufficienza di prove non ammette impugnazione in quanto manca «il requisito dell'interesse» immanente ad ogni gravame e tendente all'eliminazione della lesione di un diritto. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 23485/2014, respingendo il ricorso di un uomo assolto dal reato di violenza sessuale ex articolo 530 comma 2 del Cpc che chiedeva venisse pronuncia «l'assoluzione con formula piena».

Il ragionamento della Corte

La Suprema corte chiarisce che non è prevista la possibilità di proporre un'impugnazione che miri unicamente ad ottenere un parere pro veritate, senza che ne consegua un vantaggio pratico per il ricorrente o senza che si elimini un danno.

Infatti, le Sezioni Unite penali hanno stabilito che «pronunciata, a seguito dell'abolizione della formula dubitativa, assoluzione ai sensi dell'art. 530, comma secondo, cod. proc. pen., avendo il giudice ritenuto insufficienti le prove acquisite, viene meno qualunque apprezzabile interesse dell'imputato al conseguimento di una più favorevole sentenza, in quanto la conclusiva statuizione in essa contenuta non può essere modificata, quale che sia il giudizio esprimibile sulla prova della responsabilità dell'accusato, e cioè sia che sia stata acquisita la prova positiva della sua innocenza, sia che la prova della sua responsabilità si sia rivelata soltanto insufficiente».

Posizioni giuridicamente rilevanti

E questo perché l'interesse all'impugnazione non può essere concepito come «aspirazione soggettiva al conseguimento di una pronuncia dalla cui motivazione siano rimosse tutte quelle parti che possono essere ritenute pregiudizievoli, perché esplicative di una perplessità sull'innocenza dell'imputato». Infatti, l'impugnazione si configura pur sempre come un rimedio a disposizione della parte per la «tutela di posizioni soggettive giuridicamente rilevanti, e non già di interessi di mero fatto, non apprezzabili dall'ordinamento giuridico».

La formula di rito

La formula relativa alla mancanza, alla insufficienza o alla contraddittorietà della prova, infatti, «non comporta una minore pregnanza della pronuncia assolutoria, né segnala residue perplessità sull'innocenza dell'imputato, né derivano incidenze pregiudizievoli». E l'interesse all'impugnazione «non sussiste ove si risolva in una pretesa, meramente teorica ed astratta, all'esattezza giuridica della pronuncia e sia, comunque, tale da non condurre ad alcuna modifica degli effetti del provvedimento».