DIRITTO D'AUTORE

Nessun reato per chi porta il decoder al circolo per vedere la partita

| 13/6/2017 13:15

Tribunale di Bari - Sezione 2 – Sentenza 28 marzo 2017 n. 1413

La trasmissione di una partita criptata all'interno di un circolo ricreativo, alla presenza di sole quattro persone ed in assenza di qualsivoglia finalità commerciale, non integra il reato previsto dalla legge in materia di protezione del diritto d'autore per chi in assenza di accordo con il legittimo distributore, ritrasmetta o diffonda con qualsiasi mezzo un servizio ricevuto attraverso un decoder. Lo ha stabilito il Tribunale di Bari, con la sentenza 28 marzo 2017 n. 1413, assolvendo il presidente del circolo.

Nel corso del dibattimento, un agente della Guardia di Finanza di Monopoli aveva riferito che nel mese di marzo 2010, intorno alle 22.30, a seguito di una segnalazione ricevuta dagli operatori Sky e Mediaset, aveva effettuato un controllo nel circolo trovando quattro soci intenti a vedere la partita data in esclusiva ai canali Tv a pagamento Sky e Mediaset. Raccolte le generalità dei presenti, aveva telefonato al presidente del Club che si era subito presentato, accertando che il contratto del decoder e la scheda di trasmissione erano per uso esclusivamente domestico, sequestrandoli entrambi. Dall'esame dei testi era poi emerso che il decoder era di un socio, e non del circolo che non aveva mai trasmesso incontri calcistici, e che l'iniziativa era stata presa per fare una «sorpresa» ad un socio che aveva da poco subito un lutto. L'imputato aveva poi precisato che il circolo ha natura ricreativa e non svolge alcuna attività commerciale. E che al momento dell'accertamento, in ragione del fatto che il proprietario del decoder “ebbe una crisi di pianto”, decise di assumersi tutta la responsabilità quale Presidente del Club.

Così ricostruita la vicenda, la Corte ricorda preliminarmente che l'articolo 171-ter legge n. 633 del 1941 (come sostituito dalla legge n. 648/2000) sanziona la condotta di chi, per uso non personale e a fini di lucro, in assenza di accordo con il legittimo distributore, ritrasmette o diffonde con qualsiasi mezzo un servizio criptato ricevuto per mezzo di apparati o parti di apparati atti alla decodificazione di trasmissioni ad accesso condizionato. Sul punto, prosegue la decisione, la Corte di Cassazione (n. 7051/2012) pronunciandosi sul gestore di un pub che aveva trasmesso una partita criptata con la propria smart card ha affermato che: «Se, per un verso, il reato deve senz'altro ritenersi integrato dalla condotta di chi, utilizzando una “smart card”, legittimamente detenuta in base al contratto ed idonea a consentire la ricezione di programmi televisivi a pagamento per uso esclusivamente domestico, diffonda in pubblico i programmi stessi in assenza di accordo con il distributore», «non può tuttavia farsi rientrare nella nozione di “trasmissione” di programmi televisivi criptati, la “mera condotta di chi associa se stesso ad altre persone nella fruizione dello spettacolo televisivo, a prescindere dalla liceità o meno di ciò sul piano contrattuale e quindi civilistico; ciò che si verifica di norma quando manca il fine di lucro”». E nel caso specifico «non vi era la prova che il gestore avesse pubblicizzato l'evento sportivo, la cui diffusione non poteva perciò ritenersi funzionale a far confluire nel locale un maggior numero di persone e che, al momento dell'accertamento, all'interno del pub erano presenti pochissimi avventori».

Per il giudice, dunque, l'imputato va assolto in quanto tale principio «deve ritenersi senz'altro ed a maggior ragione applicabile in ordine ad un circolo ricreativo che, per statuto, non persegue alcuna finalità di lucro». Inoltre, «non vi è prova che la trasmissione fosse stata in qualunque modo pubblicizzata, al fine di attirare anche soggetti estranei». Infine, «al momento dell'accertamento, era stata la presenza di soli quattro soci, peraltro tra di loro tutti amici» e «nessuno aveva pagato un biglietto». Per cui «non emergendo alcun elemento atto a ritenere sussistente il “fine di lucro”, come richiesto dalla norma incriminatrice», la rilevanza penale va esclusa.