Detenuta Rebibbia: Camera penale Roma, disagio madre da cogliere

20/9/2018 12:58

«Perché una giovane donna, affetta da una seria forma di depressione e due bambini in tenera età, sono stati di fatto abbandonati al proprio destino e come è stato possibile non cogliere il disagio che caratterizzava la sua detenzione». Lo scrive la Camera Penale di Roma con riferimento al drammatico caso della detenuta di Rebibbia che ha ucciso la bambina più piccola, di appena sei mesi, ed ha tentato di uccidere anche il più grande, di un anno e sette mesi, provocandone la morte celebrale. Il tutto, prosegue il comunicato, in un istituto di pena ritenuto adeguato ad ospitare giovani madri che non intendono separarsi dai propri figli. Continuiamo a pensare, argomentano gli avvocati, che le strutture penitenziarie dovrebbero essere un luogo di redenzione e debbano fornire adeguate opportunità trattamentali. Continuiamo a ritenere che la custodia cautelare in carcere rappresenti l'extrema ratio cui ricorrere quando ogni altra misura cautelare risulti non in grado di tutelare le esigenze del caso concreto. Tanto più che nel caso specifico la norma procedurale esclude la possibilità di applicare la custodia in carcere salvo l'esistenza di eccezionali esigenze cautelari. Continuiamo a ribadire che all'interno di una struttura penitenziaria debbano essere garantite assistenza e cure. Continuiamo a pensare che un depresso, un infermo psichico, una persona in condizioni di disagio, un soggetto malato, non debbano essere reclusi in quanto il carcere non garantisce la dovuta assistenza. Continuiamo a ribadire, tragedia dopo tragedia, che i malati non si curano con il carcere. E constatiamo, invece, che le strutture penitenziarie divengono sempre più spesso luoghi di morte, luoghi ove lo spirito, le aspettative e le ambizioni di ogni detenuto che voglia recuperarsi alla collettività o che intenda curarsi, vengono costantemente mortificate.
La drammaticità dei fatti non consente ipocrisie e quindi sentiamo il dovere di aggiungere che tra i responsabili di questa incresciosa situazione, che la Camera Penale di Roma denuncia da tempo con fermezza, c'è anche una visione carcerocentrica che una parte della Magistratura ha della funzione della custodia cautelare e della espiazione della pena e la mancata interlocuzione con un Governo che, invece di implementare le misure alternative alla detenzione e strumenti atti ad evitare percorsi ed esperienze inframurarie, minaccia provvedimenti legislativi di rigore che tali misure limitino ulteriormente.
È una sensibilità che all'evidenza non abbiamo solo noi, se è vero che con il plauso esplicito dello stesso Presidente della Repubblica, l'attuale Presidente della Corte Costituzionale, Giorgio Lattanzi, ha avvertito l'esigenza di portare l'intera Corte in carcere, per parlare dei diritti primari, evidentemente denegati, dei detenuti.
A queste precise responsabilità, in autorevole compagnia, richiamiamo quindi ancora una volta sia il Governo che la Magistratura nella speranza di una presa di coscienza che inevitabilmente passa per un diverso approccio alle misure cautelari e alla fase dell'espiazione della pena, oltre che attraverso l'approvazione di una riforma che seppure volgarmente definita “svuotacarceri” dallo stesso capo del D.A.P., sopperiva a lacune ed emergenze non più rinviabili.
Per quanto ci riguarda continueremo a vigilare sulla incresciosa situazione in cui versano le strutture penitenziarie e approfondiremo questa drammatica vicenda segnalando ai competenti uffici ogni aspetto che riterremmo censurabile.