corte costituzionale

Caso Cappato-dj Fabo, divieto assoluto aiuto suicidio limita autodeterminazione malato

| 16/11/2018

Corte costituzionale - Ordinanza 16 novembre 2018 n. 207

Nelle ipotesi in cui una persona sia: «(a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli», allora «l'assistenza di terzi nel porre fine alla sua vita può presentarsi al malato come l'unica via d'uscita per sottrarsi, nel rispetto del proprio concetto di dignità della persona, a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare». È uno dei passaggi dell'ordinanza n. 207, depositata oggi (relatore Franco Modugno), con cui la Corte costituzionale ha rinviato al 24 settembre 2019 la trattazione delle questioni di costituzionalità dell'articolo 580 del codice penale, sollevate dalla Corte d'assise di Milano nell'ambito della nota vicenda sul suicidio assistito di DJ Fabo, che vede imputato Marco Cappato. In questi casi, prosegue la decisione, «il divieto assoluto di aiuto al suicidio finisce, quindi, per limitare la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze, scaturente dagli articoli 2, 13 e 32, secondo comma, della Costituzione, imponendogli in ultima analisi un'unica modalità per congedarsi dalla vita, senza che tale limitazione possa ritenersi preordinata alla tutela di altro interesse costituzionalmente apprezzabile, con conseguente lesione del principio della dignità umana, oltre che dei principi di ragionevolezza e di uguaglianza in rapporto alle diverse condizioni soggettive».
Se infatti, prosegue la decisione, «non è, di per sè, contrario alla Costituzione il divieto, sanzionato dal codice penale, di aiuto al suicidio. Tuttavia, occorre considerare specifiche situazioni, inimmaginabili all'epoca in cui la norma incriminatrice fu introdotta, ma portate sotto la sua sfera applicativa dagli sviluppi della scienza medica e tecnologia, spesso capaci di strappare alla morte pazienti in condizioni estremamente compromesse, ma non di restituire loro una sufficienza di funzioni vitali».

La legge n. 219 del 2017, sul fine vita, continua la Consulta, riconosce ad ogni persona «capace di agire» il diritto di rifiutare o interrompere qualsiasi trattamento sanitario, ancorché necessario alla propria sopravvivenza, compresi i trattamenti di idratazione e nutrizione artificiale, sottoponendosi a sedazione profonda continua. L'esercizio di questo diritto viene inquadrato nel contesto della «relazione di cura e di fiducia», la cosiddetta alleanza terapeutica, tra paziente e medico. Nelle particolari situazioni sopra indicate, «vengono messe in discussione le esigenze di tutela che negli altri casi giustificano la repressione penale dell'aiuto al suicidio». Se, infatti, il valore della vita non esclude l'obbligo di rispettare la decisione del malato di lasciarsi morire con l'interruzione dei trattamenti sanitari, «non vi è ragione per la quale il medesimo valore debba tradursi in un ostacolo assoluto, penalmente presidiato, all'accoglimento della richiesta del malato di un aiuto che valga a sottrarlo al decorso più lento – apprezzato come contrario alla propria idea di morte dignitosa – conseguente all'anzidetta interruzione dei presidi di sostegno vitale». Proprio per questa ragione, continua l’ordinanza, DJ Fabo aveva chiesto il ricorso a un farmaco che gli garantisse una morte rapida.

La Corte però, come anticipato da una nota stampa del 24 ottobre scorso, non ha ritenuto di poter porre rimedio a questo vulnus con una semplice cancellazione del reato di aiuto al suicidio perché ciò «lascerebbe del tutto priva di disciplina legale la prestazione di aiuto materiale ai pazienti in tali condizioni, in un ambito ad altissima sensibilità etico-sociale e rispetto al quale vanno con fermezza preclusi tutti i possibili abusi». Così, «in presenza di una pluralità di scelte discrezionali da compiere», ha deciso di rinviare il giudizio, questa volta però «a data fissa», per dare al legislatore la possibilità di intervenire con una apposita disciplina «che regoli la materia in conformità alle segnalate esigenze di tutela». Una novità perché precedentemente in simili condizioni veniva dichiarata l'inammissibilità della questione e solo successivamente se riproposta si dichiara la incostituzionalità.

Ma la Consulta si spinge anche ad indicare quale potrebbe essere il veicolo normativo più adatto. «Una disciplina delle condizioni di attuazione della decisione di taluni pazienti di liberarsi delle proprie sofferenze non solo attraverso una sedazione profonda continua e correlativo rifiuto dei trattamenti di sostegno vitale, ma anche attraverso la somministrazione di un farmaco atto a provocare rapidamente la morte, potrebbe essere introdotta - scrive il giudice delle leggi -, anziché mediante una mera modifica della disposizione penale di cui all'art. 580 cod. pen., in questa sede censurata, inserendo la disciplina stessa nel contesto della legge n. 219 del 2017 e del suo spirito, in modo da inscrivere anche questa opzione nel quadro della “relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico”, opportunamente valorizzata dall'art. 1 della legge medesima». E l’ordinanza si preoccupa anche si segnalere che «l'eventuale collegamento della non punibilità al rispetto di una determinata procedura potrebbe far sorgere l'esigenza di introdurre una disciplina ad hoc per le vicende pregresse (come quella oggetto del giudizio a quo), che di tale non punibilità non potrebbero altrimenti beneficiare: anche qui con una varietà di soluzioni possibili».

Nel frattempo rimane sospeso il giudizio a quo. Mentre per altri eventuali analoghi giudizi spetterà al giudice valutare se ci siano le condizioni per sollevare una uguale questione di legittimità costituzionale, così da evitare l'applicazione della disposizione censurata.
Era stata la Corte d'assise di Milano nel processo che vede imputato Marco Cappato a mettere in dubbio la costituzionalità dell'articolo 580 del codice penale. E lo aveva fatto sostenendo che l'incriminazione delle condotte di aiuto al suicidio, non rafforzative del proposito della vittima, fosse in contrasto con i principi sanciti dagli articoli 2 e 13 della Costituzione, dai quali discenderebbe la libertà della persona di scegliere quando e come porre termine alla propria vita.

LE REAZIONI
Per Marco Cappato: “la Corte Costituzionale ha chiarito ciò che abbiamo sempre sostenuto, cioè che, in determinati casi, il divieto assoluto di aiuto al suicidio finisce per limitare la libertà di autodeterminazione del malato. E' così stata esplicitamente rigettata la linea sia del Governo Gentiloni che del Governo Conte. Spetterà ora al Parlamento intervenire. Il coraggio di Fabiano Antoniani nell'agire pubblicamente, e l'azione nonviolenta di disobbedienza civile, offrono al Parlamento - grazie alla Corte costituzionale - una grande occasione di riforma per allargare gli spazi di libertà e responsabilità fino alla fine della vita. Mi auguro che i Parlamentari sappiano sottrarre un tema così importante alle logiche di partito e di fazione, facendo prevalere la ricerca dell'interesse generale, e in particolare dei diritti delle persone che soffrono.”
Secondo l'avvocato Filomena Gallo, segretario Associaizone Luca Coscioni e coordinatore del collegio di difesa di Marco Cappato: “Con le motivazioni oggi depositate la Corte Costituzionale, pur partendo da un quadro di sostanziale conferma delle tesi tradizionali, che interpretano il diritto alla vita come principio astratto, la Consulta perviene ad una piena pronuncia di parziale accoglimento, la cui esecutività viene, per rispetto del Parlamento e delle sue funzioni, differita. La Corte concede al Parlamento un termine, perentorio, per provvedere. Ove dovesse perdurare l'inerzia del Parlamento, è evidente che la Corte sarà costretta ad intervenire, per sanare il vulnus riscontrato”.
Purtroppo l'ordinanza della Corte Costituzionale non fa che affermare un principio che non condividiamo e non potremo mai condividere: la disponibilità della vita umana, alla stregua di un bene patrimoniale. Dobbiamo affermare che il bene vita è fondante ogni altro bene, diritto e valore e, in quanto tale, disporre della vita a piacimento è come disporre di ogni altro diritto, considerato di per sé, non negoziabile”: così Massimo Gandolfini, leader del Family day, commenta l'ordinanza della Corte. “Non possiamo neppure completamente condividere l'impostazione pragmatica contenuta nell'ordinanza, per la quale ottanta anni fa c'erano condizioni assai diverse rispetto ad oggi in tema di tutela della vita e, quindi, va aggiornata anche la legge. La vita era, è e rimane valore assoluto che non conosce tempo e difenderla - senza accanimenti illeciti - è un dovere morale. Oltretutto bisogna considerare che solo 10 mesi fa veniva approvata la legge sulle cosiddette Dat, che introducono l'eutanasia passiva con la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione. Un'ulteriore azione legislativa sarebbe quindi tesa unicamente a depenalizzare il suicidio assistito”, conclude Gandolfini.