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Sentenza proscioglimento, legittima l'impugnazione in sede penale ai soli effetti civili

| 12/7/2019

Corte costituzionale - Sentenza 12 luglio 2019 n. 176

La Corte costituzionale, sentenza n. 176 di oggi, salva la possibilità per la parte civile di impugnare davanti al giudice penale, anziché civile, ed ovviamente ai soli effetti civili, la sentenza di proscioglimento pronunciata in giudizio. Non sono dunque fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 576 del c.p.p., sollevate dalla Corte di appello di Venezia, in riferimento agli artt. 3 e 111, secondo comma, della Costituzione.

In particolare, il giudice di secondo grado, investito con impugnazione dalla sola parte civile contro la sentenza di assoluzione dell'imputato per insussistenza del fatto – accesso abusivo al sistema informatico e detenzione abusiva di codici -, si doleva dell'attribuzione, «sempre e solo alla giurisdizione penale, della cognizione dell'impugnazione proposta dalla parte civile». Una attribuzione ritenuta «irragionevole e ingiustificata, allorché, in una situazione in cui la vicenda penale in senso stretto si è esaurita con una pronuncia, non impugnata dal Pm, pienamente favorevole all'imputato, impone al giudice penale di esaminare i soli profili civilistici della pretesa restitutoria o risarcitoria della parte civile, che invece meglio potrebbero essere valutati da un giudice civile». Tale scelta operata dal Legislatore dell'88, proseguiva il Collegio, «non risponde più a criteri di razionalità e ragionevolezza», considerato l'elevato numero dei processi pendenti e la tendenza a dare la precedenza a quelli prossimi alla prescrizione, con conseguente allungamento dei tempi rispetto sia agli altri processi penali che civili.

Per la Consulta tuttavia è sufficiente rilevare che, del tutto coerentemente con l'impianto complessivo del regime dell'impugnazione della parte civile, «il legislatore non ha derogato al criterio per cui, essendo stata la sentenza di primo grado pronunciata da un giudice penale con il rispetto delle regole processual penalistiche, anche il giudizio d'appello è devoluto a un giudice penale (quello dell'impugnazione) secondo le norme dello stesso codice di rito». In questo senso, il giudice dell'impugnazione «lungi dall'essere distolto da quella che è la finalità tipica e coessenziale dell'esercizio della sua giurisdizione penale, è innanzi tutto chiamato proprio a riesaminare il profilo della responsabilità penale dell'imputato, confermando o riformando, seppur solo agli effetti civili, la sentenza di proscioglimento pronunciata in primo grado». «È quindi del tutto coerente – prosegue la sentenza - con l'impianto del codice di rito che, una volta esercitata l'azione civile nel processo penale, la pronuncia sulle pretese restitutorie o risarcitorie della parte civile avvenga in quella sede: pertanto, anche quando l'unica impugnazione proposta sia quella della parte civile non è irragionevole che il giudice d'appello sia quello penale con la conseguenza che le regole di rito siano quelle del processo penale».

Mentre il rinvio al giudice civile previsto dall'articolo 622 c.p.p. a seguito dell'annullamento pronunciato dalla Suprema corte della sentenza ai soli effetti civili, «trova la sua giustificazione nella particolarità della fase processuale collocata all'esito del giudizio di cassazione, dopo i gradi (o l'unico grado) di merito, senza che da ciò possa desumersi l'esigenza di un più ampio ricorso alla giurisdizione civile per definire le pretese restitutorie o risarcitorie della parte civile che abbia, fin dall'inizio, optato per la giurisdizione penale».

Infine, il lamentato aggravio nei ruoli d'udienza dei giudici penali – «denunciato, pur non senza ragione, dalla Corte rimettente» – si pone su di un «piano diverso» che «richiede adeguati interventi diretti ad approntare sufficienti risorse personali e materiali, rimessi alle scelte discrezionali del legislatore in materia di politica giudiziaria e alla gestione amministrativa della giustizia».