COVID-19

Emergenza carceri, reclusione come ultima ratio

| 20/3/2020

Negli scorsi giorni si sono registrati 12 morti nelle carceri di Modena e Rieti: questo è il drammatico bilancio delle proteste sviluppatesi all’interno di numerosi istituti penitenziari.
La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso, secondo molti, sarebbe da ricercare nelle disposizioni contenute nell’art. 2 lett. u) del Dpcm dell’8 marzo che prevede le seguenti misure di contenimento del contagio: messa in isolamento dei “nuovi ingressi” che presentino una sintomatologia collegabile al COVID-19; abolizione dei “colloqui visivi” a vantaggio della modalità “telefonica o video”, con la possibilità di derogare ai limiti di durata attualmente vigenti e di procedere con il colloquio personale in casi eccezionali (sempre che vi sia apposita autorizzazione e si rispetti la distanza interpersonale di 2 metri).

Il Decreto, inoltre, raccomanda di valutare la fruibilità di “misure alternative di detenzione domiciliare” oltre che di “limitare i permessi e la libertà vigilata o di modificare i relativi regimi” in modo tale da evitare l’entrata e uscita dalle carceri. In molti circondari, quindi, sono già stati revocati i permessi premio e i provvedimenti di ammissione al lavoro all’esterno e alla semi-libertà. Sono stati sospesi i colloqui personali con i familiari sono state interrotte le attività formative gestite dai volontari.

È inevitabile chiedersi come sia possibile attuare il necessario bilanciamento tra alcuni fondamentali diritti costituzionalmente garantiti, al fine di evitare corto circuiti: da una parte, il diritto alla salute, sia dei detenuti e degli operatori carcerari sia dei soggetti che a qualsiasi titolo possano accedervi (familiari, avvocati, volontari, ecc.); dall’altra, il diritto di difesa e il diritto a un trattamento penitenziario tendente alla rieducazione.

In tale situazione emergenziale, infatti, risulta ancora più difficile garantire un trattamento conforme ai principi costituzionali e alcune delle problematiche da sempre oggetto di osservazione da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo tornano alla ribalta, ora più che mai: il sovraffollamento e le condizioni igienico-sanitarie. Tra i parametri presi in considerazione dalla Corte per valutare se uno Stato violi il divieto di trattamento inumano e degradante ex art. 3 della Convenzione, oltre alla superficie calpestabile minima di 3 mq2 per persona, così come statuito nella sentenza c.d. Torreggiani che nel 2013 condannava proprio l’Italia, rientrano l’effettiva adeguatezza delle condizioni detentive rispetto allo stato di salute dei detenuti, l’accesso alle cure e ai trattamenti farmacologici e la fruibilità di misure alternative al carcere per motivi di salute.

In generale, l’ambiente carcerario si presta a relegare la medicina penitenziaria in una dimensione reattiva (e non preventiva) rispetto a una patologia già insorta. Come a suo tempo sottolineato dall’Associazione Antigone (cfr. Rapporto del maggio 2019), la questione dell’igiene personale, “elemento scatenante della circolazione di infezioni e virus” è strettamente collegato alla disponibilità di acqua: la maggioranza degli istituti penitenziari non presentano docce all’interno della cella, costringendo la popolazione detenuta a utilizzare quelle in comune a turni (nelle peggiori delle ipotesi, solo una volta a settimana).

Le carenze igieniche, unite alla scarsa assistenza sanitaria e al persistente sovraffollamento - stando alle statistiche del Ministero della Giustizia, al 29 febbraio 2020 risultavano 61.230 detenuti a fronte di una capienza complessiva di 50.931 persone - aumenta in modo esponenziale il rischio di contagio da Covid-19; ragion per cui, proprio a causa delle fragilità insite al nostro sistema penitenziario, i recenti provvedimenti che comprimono i diritti dei detenuti risultano essere, paradossalmente, inevitabili. La pandemia in corso sta dunque mettendo a nudo, in modo non più trascurabile, l’urgenza di intervenire non tanto con il placebo di amnistia o indulto, quanto con l’unico vero farmaco adeguato: investimenti economici e provvedimenti strutturali volti a migliorare le infrastrutture carcerarie e a ridurre quale extrema ratio le ipotesi di carcerazione (sia in fase cautelare che esecutiva).

* AMTF Avvocati

 

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