LA LETTERA AL MINISTRO BONAFEDE

Ucpi, no al processo penale virtuale: "Il prossimo lo facciamo su Facebook?"

1/4/2020

"Non si può stravolgere il processo, violarne le regole basilari più sacre e secolari, cioè quelle della materiale presenza in aula dei giudici, dei pubblici ministeri e degli avvocati, della garanzia di segretezza delle camere di consiglio, della inviolabilità dei colloqui tra l'avvocato ed il proprio assistito". Lo scrive in una lettera inviata al Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, il presidente dell'Unione delle camere penali italiane, l'avvocato Gian Domenico Caiazza. I penalisti, piuttosto, chiedono che si torni nelle aule dal 15 aprile, "nel rispetto delle ordinarie regole di cautela del distanziamento sociale", e che non si estendano, in sede di conversione del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, "le già eccezionali disposizioni in tema di celebrazione a distanza dei procedimenti penali con gli imputati detenuti che ne facciano richiesta, ora anche ai procedimenti con imputati liberi".

"Occorre - conclude Caiazza - anche una riflessione seria sulla inopportunità di mantenere integra la sospensione feriale del mese di agosto, che peraltro prassi giudiziarie poco virtuose già di norma dilatano ben oltre quei trenta giorni".

La richiesta al Governo dunque è quella di recedere "da irragionevoli e gravissime prospettive di autentica illegalità processuale, che i penalisti italiani non mancherebbero di avversare, nei processi e fuori da essi, con tutta la forza della quale sono capaci".

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LE LETTERA AL MINISTRO

Signor Ministro,

è da ieri pubblica la intenzione del Governo, con un emendamento già pronto per la conversione in legge del decreto Cura Italia, di estendere le già eccezionali disposizioni in tema di celebrazione a distanza dei procedimenti penali con gli imputati detenuti che ne facciano richiesta, ora anche ai procedimenti con imputati liberi.
Come se non bastasse, si intende consentire fino alla fine di giugno una ulteriore smaterializzazione del processo che fino ad ora nessuno aveva osato neppure immaginare: potranno celebrarsi udienze nelle quali non siano presenti in aula non già più solo gli imputati (ora appunto anche liberi), ma addirittura gli avvocati, i pubblici ministeri ed i Giudici, che potrebbero dunque ascoltare ed esaminare consulenti e parti processuali da casa propria (mistero fitto, peraltro, sulla verbalizzazione della udienza). Se il Giudice è collegiale, i tre giudici (e perfino gli otto della Corte di Assise!) potranno pronunciare ordinanze o sentenze celebrando la Camera di Consiglio su piattaforme da remoto, ognuno da casa propria.
Si tratta di misure destinate a stravolgere il processo ed a violarne le regole basilari più sacre e secolari, cioè quelle della materiale presenza in aula dei giudici, dei pubblici ministeri e degli avvocati, della garanzia di segretezza delle camere di consiglio, della inviolabilità dei colloqui tra l'avvocato ed il proprio assistito.
I penalisti italiani hanno condiviso, in questa tragica emergenza, la eccezionale e del tutto transitoria esigenza sanitaria di distanziare senza eccezioni imputati detenuti ed arrestati dall'aula; ma che ora si preveda fino al 30 giugno prossimo, in una fase che è addirittura di superamento del picco epidemiologico, di allontanare da essa anche giudici, pubblici ministeri ed avvocati, ed i giudici di un collegio tra di loro, pare a noi una assurdità semplicemente inspiegabile.
Per quale ragione, d'altronde, si pretende da centinaia di migliaia di pubblici ufficiali ed incaricati di pubblico servizio di continuare a fare il proprio dovere sui propri luoghi di lavoro nel rispetto delle ordinarie regole di cautela del distanziamento sociale, mentre d'improvviso si reputa inaccettabile, a partire dal 15 aprile e fino al 30 giugno, che almeno giudici, pubblici ministeri ed avvocati, ove possibile e necessario con le altri parti a distanza, celebrino processi in aule comunque chiuse al pubblico ed ampiamente in grado di assicurare distanze interpersonali che si sa bene essere ovunque nelle aule ben superiori al metro?
Sia ben chiaro, Signor Ministro: noi da subito abbiamo chiesto che le attività processuali ordinarie riprendessero quanto prima, già dopo il 15 aprile, sempre compatibilmente con le regole di cautela sanitaria valide per tutta la popolazione. Anzi, abbiamo pubblicamente denunciato le decisioni adottate da diversi uffici giudiziari di rinviare, senza alcun motivo plausibile, la celebrazione ordinaria dei processi di molti mesi oltre i termini indicati dalla normazione emergenziale, auspicando – e lo ribadiamo a Lei anche adesso- interventi volti a far revocare tali improvvide iniziative; e ci chiediamo anche se non sia indispensabile sin da ora aprire una riflessione seria sulla inopportunità di mantenere integra la sospensione feriale del mese di agosto, che peraltro prassi giudiziarie poco virtuose già di norma dilatano ben oltre quei trenta giorni.
Ma questa esigenza di riavviare in modo deciso l'attività giudiziaria ordinaria, che sosteniamo con la massima determinazione, non ha nulla a che fare con questa insensata ed ingiustificabile devastazione delle più intangibile condizione di legalità del processo penale: il giudice, il pubblico ministero e l'avvocato in aula. Distanziati quanto necessario, con guanti e mascherine ove davvero necessario, ma in aula; se non vogliamo che il virus finisca per annoverare tra le sue già numerose vittime, anche quel che resta dello Stato di diritto nel nostro Paese.
La invitiamo, Signor Ministro, a prestare il massimo ascolto a questa nostra richiesta perché il Governo receda da queste irragionevoli e gravissime prospettive di autentica illegalità processuale, che i penalisti italiani non mancherebbero di avversare, nei processi e fuori da essi, con tutta la forza della quale sono capaci.

Con viva cordialità.
Roma, 1° aprile 2020

Avv. Gian Domenico Caiazza

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