organizzazioni 'non tradizionali'

Processso Mafia Capitale, quelle "scorciatoie" probatorie sintomo dell'anomolia italiana

| 2/7/2020

Corte di cassazione - Sezione VI penale - Sentenza n. 18125 2020

Dopo tre gradi di giudizio con la sentenza n. 18125/2020 della Sesta Sezione penale nei confronti di Buzzi più 31 imputati, noto come processo "mafia capitale" si chiude una pagina importante per la ricostruzione esegetica dell'associazione mafiosa in contesti non tradizionali.

Per comprendere il percorso argomentativo della sentenza che ha azzerato la contestazione di associazione mafiosa – e il consueto corollario di circostanze aggravanti - nel processo Buzzi-Carminati occorre partire da una significativa premessa: la Corte d'appello di Roma aveva posto al centro del ribaltamento dell'assoluzione, disposta in primo grado per queste imputazioni, le decisioni gemelle con cui la Corte di Cassazione aveva validato la fase cautelare del procedimento (Cassazione, sezione VI, 10 marzo 2015 n. 25435 e sezione VI, 10 marzo 2015 n. 25436). Si tratta, per intendersi, delle pronunce che avevano confermato l'impostazione accusatoria, validando la tesi investigativa dell'esistenza di una mafia romana autoctona. Orbene la circostanza che la fase cautelare, soprattutto se giunta all'epilogo di legittimità, possa esercitare un'influenza non secondaria nel successivo giudizio di merito è un dato abbastanza frequente nell'esperienza giudiziaria.



Orbene uno dei principali vizi di motivazione che la sentenza n.18125/2020 ha individuato nel revirement in peius della Corte d'appello di Roma si fonda proprio su questo presupposto del percorso argomentativo, ossia l'aver collocato a premessa del sillogismo inerente il reato di associazione mafiosa le conclusioni della fase cautelare, anziché il testo dell'articolo 416-bis del Cp con gli oneri dimostrativi a esso inerenti. Il tutto trascurando di evidenziare che il contraddittorio dibattimentale aveva consegnato evidenze probatorie del tutto disallineate rispetto all'originaria impostazione accusatoria: «E' di palmare evidenza che non solo non risulta la "disponibilità di armi", ma neanche sono state dimostrate nel giudizio le "strette relazioni con altri gruppi mafiosi" (la stessa motivazione della sentenza di appello le esclude); mentre lo "sfruttamento della forza di intimidazione" è circostanza che questa Corte di cassazione, nelle sentenze citate, basava su di un determinato materiale indiziario, ma che il Tribunale, sulla scorta dell'istruttoria dibattimentale, che certo non è stata di mero completamento di prove formate in fase di indagine, ha smentito...

ll commento integrale di Alberto Cisterna con lo stralcio della sentenza su Guida al diritto n. 30 dell'11luglio 2020


LA MASSIMA
Corte di cassazione - Sezione VI, sentenza 16/22 ottobre 2019-12 giugno 2020 n. 18125; Pres. Fidelbo; Rel. Di Stefano e Silvestri; Pm (diff.) Orsi, Birritteri e De Masellis; Ric. Buzzi e altri

MAFIA - ASSOCIAZIONE DI TIPO MAFIOSO - ORGANIZZAZIONI "NON TRADIZIONALI" – CARATTERISTICHE STRUTTURALI (CP, ARTICOLO 416 BIS)
Ai fini dell'esistenza del reato di associazione mafiosa, sia che si tratti delle c.d. diramazioni locali [cellule di derivazione da mafie storiche] operanti in territorio diverso da quello "tradizionale", sia che si tratti delle c.d. "nuove mafie" [nella specie, trattavasi di un'organizzazione criminale "non tradizionale" operante nella città di Roma], è necessario che il gruppo abbia fatto un effettivo e concreto esercizio della forza di intimidazione, manifestata all'esterno e produttiva di assoggettamento omertoso, non essendo sufficiente che l'associazione si fondi su precise regole interne, su rigidi e anche violenti protocolli solo interni, anche se in grado di esporre a pericolo chi se ne voglia allontanare. La forza di intimidazione peraltro può manifestarsi in qualunque modo, anche in assenza di atti di intimidazione, e deve derivare dall'associazione in sé e non dal prestigio criminale del singolo associato [nel senso che, anche se venissero individuati, perseguiti ed isolati i singoli associati, anche quelli dotati di rilevante personale fama criminale, nondimeno l'associazione manterrebbe la propria fama criminale]. Per converso, in presenza dei rilevati caratteri, il reato può sussistere anche in presenza di realtà criminali strutturalmente modeste che esercitino la propria forza di intimidazione in modo oggettivamente limitato ovvero soggettivamente parziale, cioè solo su alcune categorie di soggetti.

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LA MASSIMA
Tribunale di Roma Sezione 10 Penale - Sentenza|18 ottobre 2017 n. 11730 (pubblicata su Il Sole 24 Ore, Guida al Diritto, 2018, 1, pg. 17, annotata da A. Cisterna)

MAFIA - ASSOCIAZIONE DI STAMPO MAFIOSO - ARTICOLO 416 - BIS - REATO - MAFIA CAPITALE - STRUTTURA - ELEMENTI COSTITUTIVI - MANCANZA DELL'ORGANIZZAZIONE - PRESENZA SODALIZIO - ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE - SUSSISTE

Ai fini della sussistenza di un'associazione mafiosa che non derivi la forza di intimidazione da una sottostante struttura organizzativa storicamente riconosciuta come tale ciò che rileva per la sussistenza del reato è che sia trasmessa all'esterno la sensazione o, se si vuole, la persuasione della ineluttabilità del male o dei mali che vengono di volta in volta minacciati. Nel caso dell'associazione denominata "Mafia Capitale" non sussiste questo requisito essenziale dell'organizzazione che ha piuttosto i connotati del sodalizio punito ai sensi dell'articolo 416 del codice penale.

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