transazioni commerciali

Recepimento in Italia della direttiva 2011/7/UE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali

| 22 Novembre 2012

Complice il peggioramento della crisi economica, nel 2011 l’Unione Europea ha adottato la direttiva 2011/7/UE (“Direttiva”) allo scopo di rendere più incisiva la lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali già avviata con la direttiva 2000/35/CE.

Il termine concesso agli Stati Membri per il recepimento della Direttiva scade il 16 marzo 2013.

L’Italia ha recepito la Direttiva con il Decreto Legislativo n. 192/2012, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 267 del 15 novembre 2012 (“Decreto”), che modifica e integra il Decreto Legislativo n. 231/2002 (che aveva recepito a sua volta la direttiva 2000/35/CE).

Il Decreto entrerà in vigore il 30 novembre 2012, e si applicherà alle transazioni commerciali concluse a decorrere dal 1 gennaio 2013.

Ambito di applicazione del Decreto

Le transazioni commerciali ricadenti nella sfera di applicazione del Decreto (a questo riguardo, non c’è stata modifica rispetto al Decreto Legislativo n. 231/2002) sono “i contratti, comunque denominati, tra imprese ovvero tra imprese e pubbliche amministrazioni, che comportano, in via esclusiva o prevalente, la consegna di merci o la prestazione di servizi contro il pagamento di un prezzo”. Gli esercenti libera professione sono inclusi nella definizione di imprenditore. I contratti con i consumatori dovrebbero invece essere esclusi dalla sfera di applicazione del Decreto.

Modificata è la definizione di “pubblica amministrazione”. La nuova definizione – conformemente alle intenzioni del legislatore comunitario – dovrebbe comportare l’applicazione del Decreto anche ai contratti sottoscritti per l’esecuzione di opere pubbliche (inclusa la progettazione), ambito nel quale il ritardo nei pagamenti da parte dei committenti pubblici sta causando problemi rilevanti alle imprese appaltatrici. Le associazioni di categoria di queste ultime hanno richiesto ai Ministeri competenti di confermare in via finale l’applicazione del Decreto alle opere pubbliche.

Principali modifiche apportate al Decreto Legislativo n. 231/2002

Nella redazione dei contratti ricadenti nella sfera di applicazione del Decreto, le imprese dovrebbero prestare particolare attenzione alle clausole relative a (i) termini di pagamento; (ii) saggio degli interessi moratori; e (iii) risarcimento dei costi di recupero.

A tale riguardo, le principali novità introdotte dal Decreto al Decreto Legislativo n. 231/2002 possono essere così sintetizzate:

· Aumento di un punto percentuale (dall’attuale 7% all’8%) dello spread da applicare al tasso di riferimento per formare il saggio degli interessi legali di mora;

· Nelle transazioni commerciali tra imprese le parti possono derogare al saggio degli interessi legali di mora, tenendo tuttavia in considerazione i seguenti aspetti: (i) la clausola che esclude l’applicazione degli interessi di mora è considerata gravemente iniqua in danno del creditore e, conseguentemente, è nulla; e (ii) se considerata gravemente iniqua in danno del creditore, la clausola contrattuale che determina gli interessi di mora in misura inferiore al tasso degli interessi legali di mora è dichiarata nulla dal giudice competente. Gli interessi di mora sono dovuti dal giorno successivo alla scadenza del termine concordato per il pagamento (o, in mancanza, del termine legale di pagamento). Non è necessaria la costituzione in mora;

· Nelle transazioni commerciali in cui la pubblica amministrazione è debitrice, sembra non essere consentita la deroga contrattuale al tasso legale degli interessi di mora;

· Il termine legale previsto dal Decreto per il pagamento è di 30 giorni. Nelle transazioni commerciali tra imprese le parti possono concordate un termine di pagamento maggiore o minore di 60 giorni. Termini di pagamento maggiori di 60 giorni sono soggetti alla valutazione di grave iniquità ai danni del creditore (e, in caso di esito positivo della valutazione, il giudice competente dichiara la clausola contenente termini di pagamento maggiori di 60 giorni, nulla); inoltre tale clausola deve essere pattuita espressamente e provata per iscritto;

· Nelle transazioni commerciali in cui la pubblica amministrazione è debitrice, il termine contrattuale per il pagamento non può essere superiore a 60 giorni (termini più vantaggiosi si applicano agli enti pubblici che forniscono assistenza sanitaria). Le clausole contrattuali che derogano ai termini legali di pagamento (comunque non superiori a 60 giorni) devono: (i) essere pattuite espressamente; (ii) essere provate per iscritto; e (iii) essere giustificate dalla natura o dall’oggetto del contratto o dalle circostanze esistenti al momento della conclusione del contratto;

· Il creditore ha diritto al rimborso dei costi sostenuti per il recupero delle somme non tempestivamente corrisposte. Tali costi vengono forfettariamente fissati in Euro 40, salvo che il creditore possa provare di avere sostenuto costi più alti e danni maggiori a causa del ritardo (inclusi i costi di assistenza legale per il recupero del credito);

· Le clausole contrattuali che disciplinano: (i) termini di pagamento; (ii) saggio degli interessi moratori; e (iii) risarcimento dei costi di recupero, in termini differenti rispetto alla disciplina legale di cui al Decreto, sono nulle se gravemente inique ai danni del creditore. Il Decreto fissa alcuni criteri guida per il giudice nel valutare se una clausola contrattuale di deroga possa essere considerata gravemente iniqua ai danni del creditore (e.g., rileva, ai fini della valutazione, se la clausola di deroga rappresenta un grave scostamento rispetto alla prassi commerciale in contrasto con il principio di buona fede e correttezza, la natura dei beni o servizi oggetto del contratto, l’esistenza di motivi oggettivi per derogare alla disciplina legale);

· La clausola che esclude l’applicazione degli interessi di mora si considera gravemente iniqua in danno del creditore e, conseguentemente, è nulla;

· La clausola che esclude il rimborso dei costi di recupero si presume gravemente iniqua in danno del creditore (la parte interessata potrà fornire prova contraria).

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