BANCHE

Unione bancaria europea e nuovo ruolo della BCE

| 21 Dicembre 2012

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Il 13 dicembre u.s. a Bruxelles è stato varato il meccanismo di vigilanza unico per l’eurozona. Esso rientra tra le misure identificate (a fine giugno 2012) dal Consiglio europeo per la ripresa economica dell’UE. Si addiviene così alla realizzazione di una unione bancaria europea ed all’affidamento alla BCE del compito di vigilare sulle banche con dimensioni operative in grado di influire sulla stabilità del sistema finanziario. Tale progetto è coerente con il carattere unitario del fenomeno «moneta-credito»; donde la validità di un’azione di vigilanza (nel passato sperimentata con successo in Italia) specificamente consapevole del nesso esistente tra il governo del credito e quello della liquidità monetaria.


Già nel 2010 la riforma dell’ordinamento finanziario europeo, con cui si è dato vita al SEVIF (Sistema europeo delle autorità di vigilanza), aveva attribuito alla BCE competenze in materia di vigilanza macroprudenziale, affiancandola a tre nuove autorità per il controllo sulle banche (EBA), sui mercati (ESMA) e sulla assicurazioni (EIOPA). Al presente, con l’assegnazione alla medesima di ampi poteri di supervisione a livello di eurozona si è voluto assicurare che lo svolgimento dell’attività bancaria in ambito regionale europeo trovi nell’unitarietà della funzione di controllo la condizione essenziale per una «sana e prudente gestione». La crisi finanziaria e dei debiti sovrani ha agito da catalizzatore in tale processo costitutivo, che trova la sua legittimazione nel disposto dell’art. 127 del Trattato sul funzionamento dell’UE (nel quale si prevede che il Consiglio possa deliberare all'unanimità, previa consultazione del Parlamento europeo e della Banca centrale, l’affidamento alla BCE di compiti specifici di vigilanza prudenziale sugli enti creditizi). Si recuperano ritardi e si compie un significativo passo verso la realizzazione del sogno europeo. Non v’è dubbio che il regolatore si mostra attento all’equilibrio dei flussi di liquidità, tenendo nel debito conto il peculiare ruolo svolto nei tempi recenti dalla Banca centrale europea, la cui azione (di opportuno bilanciamento tra politica monetaria e bancaria) ha ridotto le difficoltà incontrate da notevole parte degli intermediari creditizi europei.

Integra il «meccanismo di vigilanza unica» l’introduzione di cambiamenti concernenti la ‘gestione delle crisi bancarie’ (fino ad epoca recente demandate alle differenti regole vigenti nei paesi membri), nonché dei ‘sistemi di garanzia dei depositi’. Sicché anche la materia relativa al risanamento degli enti creditizi è ricondotta nell’ambito delle nuove modalità dell’intervento autoritativo. Appare chiaro l’intento normativo di attuare un’omogeneizzazione disciplinare volta a ricomprendere tutti i settori che danno contenuto alla regolazione bancaria.

A base del programma del Consiglio Europeo, v’è la finalità di dar corso ad un miglioramento del sistema concorrenziale, cui dovrebbero far seguito auspicabili benefici a livello di produttività e sviluppo. Pertanto, non appaiono condivisibili talune posizioni critiche che ricollegano alla realizzazione di un’«unione bancaria europea» peculiari conseguenze negative per il nostro sistema finanziario; ciò, a causa di un ipotizzabile contagio cui gli intermediari creditizi italiani sarebbero esposti per effetto dell’interazione con ordinamenti caratterizzati da carenze sotto il profilo della vigilanza bancaria. Tale tesi è decisamente confutabile. Ed invero, grazie al «meccanismo di vigilanza unico», appare prevedibile l’assoggettamento dell’intera eurozona a prescrizioni normative che regolano in modalità rigorose l’esercizio dell’attività bancaria. Sicché, la supervisione unica dovrebbe tradursi in interventi conformi a quelli da tempo adottati nel nostro Paese grazie alle virtuose linee di politica creditizia seguite dal vertice della Banca d’Italia, del quale – come è noto – fino al novembre del 2011, ha fatto parte Mario Draghi, attuale Presidente della BCE.

Venendo, quindi, alla concreta individuazione dei nuovi compiti della Banca Centrale Europea, sembra indubbio che questi afferiscono agli interventi tipici dell’azione di vigilanza (i.e. prevenzione dei rischi, autorizzazione all’operatività di nuovi enti creditizi, valutazione delle partecipazioni qualificate, accertamento dei requisiti patrimoniali minimi, verifica dell’adeguatezza del capitale). Trattasi di un’attività articolata in direzioni diverse che ricomprende i provvedimenti del complesso armamentario della supervisione domestica. Ovviamente rientrano in tale quadro i poteri d’indagine necessari per consentire alla BCE di esercitare le sue nuove funzioni, atteso il carattere strumentale (ad ogni attività di accertamento) della cd. vigilanza ispettiva.

Naturalmente, nel delineato contesto necessiterà che l’azione della BCE sia coordinata con le funzioni attualmente svolte dagli organi di vigilanza nazionali. In attesa di una più compiuta definizione normativa della materia, si delinea una complessa problematica ricompresa tra la specificazione delle competenze spettanti alle autorità del complesso bipolare posto al vertice dell’ordinamento bancario europeo (EBA e BCE) e l’individuazione del ruolo riservato alle istituzioni di controllo nazionali (i.e. una più intensa collaborazione con gli organismi centralizzati dell’UE). Presumibilmente assisteremo ad una localizzazione della funzione ispettiva e ad una centralizzazione delle politiche di vigilanza e dei provvedimenti che incidono sulle grandi banche.

Di certo, le innovazioni disciplinari in parola confermano la tendenza verso schemi organizzativi e decisionali a carattere tecnico. D’altronde, l’affermazione della tecnica in questo difficile momento storico appare l’unica soluzione possibile: essa riesce a dare la stabilità che la latitanza della politica ha reso evanescente, è in grado di tranquillizzare i mercati, divenuti nell’era della globalizzazione, per certi versi, arbitri e regolatori delle vicende (non solo economico finanziarie) dei popoli del pianeta. Essa identifica, dunque, una priorità ineludibile per la continuità del percorso verso forme più coese d’integrazione, preminenza cui inevitabilmente corrisponde un cedimento di sovranità, un arretramento della democrazia, come ho recentemente sostenuto in un mio libro pubblicato dalla Utet («Mercato regole democrazia. L’UEM tra euroscettismo e identità nazionali»).

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